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Appunti per il dopo Mubarak

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Mubarak ha 83 anni e stava pensando da tempo alla successione, la rivolta potrà/ha potuto quindi solo accelerare quello che avverrà/sarebbe avvenuto inevitabilmente nei prossimi anni. Le intenzioni del Rais prima delle manifestazioni di massa erano di fare ereditare il potere al figlio Gamal Mubarak. Il piano era perfetto: Gamal Mubarak avrebbe dovuto soltanto garantire la sopravvivenza del patto tra il partito Nazionale Democratico, le forze dell’ordine (esercito, polizia e servizi segreti) e gli imprenditori vicini al regime. I termini dell’accordo erano semplici: Il partito distribuisce soldi, licenze ed aziende e in cambio ottiene appoggio e fedeltà. In questo accordo i militari avevano un ruolo chiave. In Egitto l’esercito non è solo il braccio armato del regime ma è anche una componente centrale dell’economia. Sulle sponde del Nilo fare carriera nell’esercito significa entrare in un sistema che controlla ogni tipo di azienda, dalle armi al cibo, gestendo circa il 40% dell’intera economia nazionale.

Questa compagine militar-affaristica che ha governato l’Egitto non scomparirà facilmente, nemmeno quando che non ci sarà più Mubarak. L’establishment al potere ha i mezzi per mantenersi al comando, anche facendo a meno dell’anziano rais. Mubarak ne è consapevole e l’elezione di Suleiman, ex capo dei servizi segreti, a vicepresidente è un tentativo di garantirsi la fedeltà di questo gruppo che lo ha sostenuto fino ad ora. Il messaggio è chiaro: “voi vi impegnate a garantirmi la vostra fedeltà, e io lascerò il potere ad uno dei vostri uomini”. Per ora questo accordo sembra funzionare, ma è difficile capire per quanto l’elite avrà la forza di opporsi al popolo.

Al di fuori di questo gruppo di potere c’è la gente comune. Tra loro ci sono molti egiziani che sono esasperati dall’inflazione a doppia cifra, dalla corruzione e dalla disoccupazione. Tra di loro molti sono scesi in piazza in questi giorni e vedono le elezioni come unico antidoto a questo sistema di potere.

La Fratellanza Islamica avanza questa richiesta da tempo. Si tratta di un movimento islamico conservatore, formalmente fuorilegge. La fratellanza ha due idee centrali: la prima è la shari’a (legge islamica),che il movimento vorrebbe rendere la fonte principale della legge, la seconda è la democrazia: strumentale, probabilmente, a garantire le condizioni per l’imposizione della prima. La fratellanza islamica è il prodotto della rivoluzione ermeneutica copernicana che è stata la vera novità del pensiero islamico del ’900. Questa svolta ha messo il singolo, e non l’istituzione, al centro dell’interpretazione della shari’a. I membri della fratellanza sono infatti persone comuni, la cui influenza non deriva dall’essere membri di un’istituzione tradizionale, come l’università di Al Azhar, ma dal consenso del popolo(jima). Questa rivoluzione ha democratizzato la legge islamica, mettendo sullo stesso piano una pluralità di interpretazioni, anche all’interno del movimento dei Fratelli musulmani. A causa di questa pluralità di opinioni la fratellanza non ha forse la coesione interna necessaria per imporre una rivoluzione sul modello iraniano, lo scenario che molti occidentali temono. Questo tipo di sbocco della crisi egiziana è reso inoltre impossibile dal fatto che nel sunnismo non esiste nessuna gerarchia. C’è poi da aggiunge che le continue repressioni del governo egiziano degli ultimi 50 anni hanno annullato la capacità “militare” del gruppo e dunque ogni possibilità per loro di prendere il potere con la forza.
Per questo motivo se il complesso militare-affaristico di Mubarak verrà sconfitto, la fratellanza chiederà delle elezioni democratiche nella convinzione di vincerle. Il piano della Fratellanza Islamica è quello di formare un governo di coalizione con le altre forze di opposizione, ma trattando dalla posizione di partito di maggioranza.
L’atteggiamento prudente dalla fratellanza è stato evidente in questi giorni. Questo gruppo politico-religioso non ha voluto per ora partecipare alle manifestazioni con le sue bandiere verdi, preferendo confondersi tra la folla. I fratelli islamici sanno di avere i riflettori del mondo addosso e preferiscono nascondersi, aspettando la fine dell’era Mubarak per scoprire le carte.

Esiste poi il movimento kafiya! (basta) che riunisce vari partiti di opposizione (laici, liberali, islamisti,nazionalisti e socialisti). Si tratta di un movimento minoritario e diviso che, in caso di elezioni, avrebbe probabilmente meno voti della fratellanza islamica. Questo gruppo, autenticamente democratico, manca inoltre di una leadership forte che gli permetta di oltrepassare i quartieri benestanti del Cairo. Questa situazione potrebbe però cambiare con El Baradei. L’ex leader della IAEA è l’uomo nuovo della politica egiziana, è una persona carismatica ed è considerato da tutti il vero leader dell’opposizione. El Baradei ha inoltre il vantaggio di essere gradito all’Occidente. Tuttavia l’ex capo dell’IAEA sarebbe un “papa straniero”. Infatti non ha nessuna struttura di partito e di potere sul territorio su cui può contare, e deve puntare esclusivamente sul suo carisma per diventare indispensabile nel dopo Mubarak.

La situazione è ancora fluida ma da questi giorni si possono trarre alcune conclusioni: qualunque sarà l’esito delle giornate di Tunisi e del Cairo, queste dimostrano che dopo l’11 settembre si sono diffusi alcuni errori di analisi smentiti alla prova dei fatti: l’islamismo non è l’unica ideologia che spinge i popoli arabi all’azione, i regimi mediorientali non sono in grado di controllare una società sempre più dinamica e scolarizzata, gli uomini e le donne del Nord africa non scendono in piazza solo contro Israele o l’Occidente ma anche per difendere loro stessi dai drammi sociali che affliggono i Paesi in cui vivono.

Di Matteo Colombo (Geopolitica)

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