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La Caporetto dell’industria Italiana

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Immaginate che dal panorama industriale italiano scompaiano all’improvviso Eni, Enel, Telecom, Fiat Auto, Finmeccanica, Benetton e Luxottica. Un incubo dal quale svegliarsi? Non proprio perché è invece la realtà di quello che, nell’industria, è successo dal 2008 ad oggi: 400 mila posti di lavoro perduti nel settore manifatturiero, spesso in maniera silenziosa, ma non per questo meno dolorosa. Più di 100 mila in Lombardia, 63 mila nel Veneto, 55 nel Piemonte, 41 nell’Emilia Romagna, tanto per citare le Regioni più industrializzate. Dati che non tengono conto del “sommerso” nascosto dietro il boom della cassa integrazione, né dei 360 mila posti persi nell’industria delle costruzioni.

Del resto se si guardano i risultati della produzione industriale il bilancio non è meno drammatico. Dal 2008 ad oggi il sistema manifatturiero italiano ha perso, in media, un quarto del suo prodotto, con punte che toccano il 40% nell’industria dell’auto, sfiorano il 30% nel tessile, e percentuali che oscillano tra il 30 e il 40% in tutti i settori collegati all’edilizia: prodotti in legno, minerali non metalliferi etc. Una carneficina che si riscontra anche nel numero delle società scomparse dal mercato. Secondo i dati del Cerved, con la crisi, 10 mila aziende “vere” cioè con almeno 2 milioni di euro di fatturato, hanno gettato la spugna, sono aumentati fallimenti di società decotte ma anche le liquidazioni di società sane che hanno chiuso l’attività: nel solo settore industriale il sistema casa, con il 17% in meno di società, fa da apripista a dati che, solo grazie ai migliori andamenti di chimica, farmaceutica e alimentare portano il bilancio ad una media del 10%.

Sono cifre che gettano un’ombra sul futuro dell’industria italiana, sui cambiamenti di lungo periodo in corso in un sistema, come quello manifatturiero, che ancora oggi è il perno sul quale si fonda l’occupazione, visto che tra industria a e servizi alle imprese gli occupati superano a tutt’oggi i 9 milioni e mezzo. Quanta parte del sistema industriale si è persa per sempre in questi anni? E dove? Che possibilità ha quella parte del sistema manifatturiero dinamico e che esporta di “tirare” la ripresa e guidare un cambiamento che sembra ad oggi necessario?

Domande di difficile risposta, ma che pure cominciano a porsi. Non tanto a livello nazionale, dove il dibattito politico è impegnato nella gara sulle promesse di chi restituisce più tasse ai cittadini, ma nelle associazioni industriali delle Regioni che sull’industria hanno fondato la loro ricchezza e la tenuta del tessuto sociale. «Solo su una solida base manifatturiera può crescere il sistema italiano. E’ l’industria che crea innovazione, fa ricerca, “paga” le importazioni necessarie all’economia e alla bilancia commerciale. I lavori legati alla manifattura tendono a generare classe media, a contrastare la polarizzazione dei redditi fra chi ha molto e chi ha poco e a consolidare la coesione e la tenuta sociale di città e territori», è il “grido di dolore” lanciato dal neo presidente degli imprenditori veneti Roberto Zuccato che ha chiesto a gran voce che si ponga il problema del remanufacturing nel sistema italiano di fronte al rischio che scompaiano intere filiere produttive e si portino via non solo le “mani”, la manifattura, ma anche la testa delle imprese.

Per tentare di capire quanto profonda sia la crisi del manifatturiero italiano e le possibilità che una ripresa lo tiri fuori dalle secche della crisi più difficile del dopoguerra, è utile un confronto con quello che è successo in questi anni nel resto d’Europa. Lo ha condotto nel suo ultimo rapporto congiunturale, dedicato alla deindustrializzazione, il centro studi Ref Ricerche, presieduto da Giacomo Vaciago. I dati mostrano la distanza che ci separa oggi dagli altri: la caduta della produzione è stata nel 2008 più o meno simile in tutte le economie ma è la ripresa ad avere lasciato indietro, tragicamente insieme, Spagna, Grecia e Italia, inchiodate tra il 25 e il 30% sotto i livelli di cinque anni fa.

«A prima vista – dice Ref emergono sistemi tendenzialmente declinanti, fra cui il nostro, apparentemente destinati ad estinguersi, conservando solo le posizioni di nicchia nei segmenti di eccellenza, ma senza che questi possano svolgere un ruolo di traino ». Del resto basta vedere il confronto settoriale tra i Paesi per capire che cosa sia successo: i settori in cui maggiori sono le differenze, sono da una parte tutti quelli legati all’andamento dell’immobiliare (minerali non metalliferi, legno, mobile) che hanno cadute clamorose in Spagna e Italia, contenute in Germania. Dall’altro l’industria dell’auto (con tutto quel che comporta in termini di indotto) cui un solo dato fa da fotografia: a fine 2012 la produzione tedesca era sopra del 6,4% ai livelli del 2008, in Italia era sotto del 40%, in Francia del 27%, in Spagna del 49%. Gioca, ovviamente, su questi dati un crollo dei consumi sul mercato interno che dal 2008 non sembra avere fine, accompagnato da una situazione creditizia che ha pesantemente inciso sul settore immobiliare. «Ma è chiaro che cadute così rilevanti sono indice di mutamenti strutturali e sarebbe sbagliato correre dietro a partite ormai perse imputando la causa o il rimedio al costo del lavoro che in Germania e Francia è del 30% superiore al nostro», dice Fedele De Novellis partner e ricercatore di Ref Ricerche.

In che misura la ripresa potrà attenuare questa situazione e chi potrà essere il pivot di un recupero a livello industriale è un dilemma ancora tutto da risolvere. «Gli effetti della recessione sulle imprese non si esauriranno in tempi brevi, ci vorranno molti anni per recuperare la redditività dei livelli pre-crisi e nel prossimo triennio default e sofferenze resteranno superiori ai livelli del 2007», dice Gianandrea De Bernardis, ad del Cerved mostrando una stima secondo cui quand’anche il Pil crescesse di un improbabile 2% da oggi in poi, per arrivare a recuperare il Mol perduto con la crisi si dovrebbe attendere il 2018.

A livello industriale una speranza di recupero punta gli occhi su quel gruppo di “ irriducibili” del Made in Italy che, nonostante tutto, in questi anni hanno mostrato di sapere combattere, spesso a mani legate, vincendo sui mercati internazionali. Oppure su quelle aziende che hanno ristrutturato fabbriche e investito su nuovi sistemi. L’ultimo Rapporto di Intesa San Paolo sui distretti mostra, pur tra mille difficoltà (anche qui non si sono recuperati i livelli di fatturato del 2008 e c’è una distanza che si va allargando tra imprese che vanno male e imprese vincenti), che la crescita c’è, insieme ad un’elevata propensione ad investire in marchi e brevetti. Ma è una pattuglia il 15% dell’industria italiana – che si muove tra mille difficoltà come del resto tutti gli altri: il mercato interno che non c’è, le arretratezze burocratiche del sistema italiano, il mercato del lavoro rigido, i problemi del credito.

E poi c’è l’urgenza di affrontare situazioni immediate: la crisi e la ristrutturazione delle grandi imprese stanno mettendo a rischio molte filiere produttive preziose per il futuro. Nei giorni scorsi l’Electrolux ha annunciato 1.120 esuberi per la metà in Veneto dove la fornitura legata all’elettrodomestico ha dato vita in passato a quella Inox Valley sulla quale sono nate le fortune di grandi gruppi come la Permasteelisa i cui componenti, fabbricati ad hoc dagli artigiani, sono stati decisivi per il successo. Benetton, impegnato nella ristrutturazione dell’abbigliamento, ha deciso di chiudere nel Veneto le forniture a molti laboratori e di cancellare decine di figure intermedie: sviluppatori di prodotto, tecnici che adesso stanno tentando la strada di mettersi insieme per “offrirsi” sul mercato.

Stefano Micelli, economista industriale e autore di un libro di successo dal titolo significativo (“Futuro artigiano, l’innovazione nelle mani degli italiani”) giura che le nuove tecnologie, dalle stampanti 3D al nuovo taglio a laser, alle nuove macchine a controllo numerico, costituiscono un’occasione di nuovo sviluppo per un mondo, come quello delle medie imprese che si sono affermate su produzioni personalizzate. «E’ una nuova frontiera che si apre e che potrebbe rivoluzionare molti settori: dalla meccanica al design e alla moda». Molte aziende di successo sono cresciute in questi anni di crisi su questa linea guida. Ma saranno abbastanza da coprire i buchi che la crisi ha scavato nel sistema industriale?

«C’è da rimboccarsi le maniche e ricostruire su una nuova offerta la capacità produttiva perduta, come se fossimo davvero dopo un terremoto. Servono investimenti pubblici e privati che facciano riguadagnare il reddito potenziale dei livelli pre-crisi», dice Giacomo Vaciago. Insomma servirebbe una nuova voglia di investire da parte degli imprenditori e un Obama italiano che rimetta al centro l’industria e le condizioni per colmare lo spread reale che separa il nostro sistema manifatturiero dagli altri, rimettendolo in grado di produrre lavoro invertendo il declino prima che sia troppo tardi.

di Alessandra Carini, da Affari & Finanza di Repubblica

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