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Wikileaks e le amicizie pericolose di Silvio

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Una coincidenza maligna vuole che Silvio Berlusconi si trovi in Libia e stia per andare in Russia proprio mentre i pirati elettronici di Wikileaks hanno cominciato a divulgare le prove dei malumori americani per le eccessive attenzioni del presidente del Consiglio tanto verso Tripoli quanto verso Mosca. Converrà attendere che siano resi noti tutti i documenti per verificare ulteriormente una inquietudine degli Usa che è comunque già palese nei primi dispacci diplomatici diffusi ieri e nella richiesta di informazioni avanzata dal Segretario di Stato Hillary Clinton.
I rapporti tra il capo del governo italiano e i massimi dirigenti russi: è certamente questo il tema che maggiormente preoccupa gli americani. E se le carte di Wikileaks vorranno farne la storia, sarà una storia lunga. Fu durante il suo primo governo del 1994, infatti, che Berlusconi espresse una idea bizzarra: bisognava far entrare la Russia in Europa, perché così la Ue, per estensione, per forza economica e per disponibilità di armamenti nucleari, avrebbe finalmente potuto dialogare da pari a pari con gli Stati Uniti. I primi a rispondere con un sorriso furono i russi. Mentre Bill Clinton, a Washington, invece di andare su tutte le furie per quel desiderio di anomala alleanza nucleare fece finta di non aver capito i messaggi che gli giungevano da Roma.

Quella prima esperienza, tuttavia, aiutò gli americani a conoscere il personaggio e ad aspettarsi di tutto, senza per questo far la fatica d’irritarsi. Berlusconi che a Villa Madama difende Putin sulla Cecenia, anzi si proclama suo «avvocato». Una serie fittissima di incontri spesso ultra riservati tra Berlusconi, Putin, e poi anche Medvedev. Una amicizia costante e dichiarata con i dirigenti russi che tra gli occidentali soltanto Bush, Blair e forse Aznar avevano meritato. I complimenti al cugino bielorusso Lukashenko dichiarato campione di democrazia perché si era molto avvicinato al cento per cento dei consensi. Il racconto fantastico di una «minaccia» rivolta a Obama e Medvedev grazie alla quale, pur di essere accolti all’Aquila, i due avrebbero concordato prima del G8 il loro trattato per la riduzione degli ordigni nucleari. La pubblica precisazione (ormai superflua) che per i russi Putin e Medvedev sono un dono di Dio. Fermiamoci qui, ricordando che ognuna di queste sortite è stata ovviamente riferita a Washington. E che l’America, per quanto se ne sa, non ha mai dato eccessivo peso alle esternazioni di Berlusconi. Seppure sgradite in alcuni casi, esse sono parse ai responsabili statunitensi pragmaticamente secondarie.

Ma sulle questioni di sostanza poste dall’abbraccio italo-russo il problema era, e in parte è ancora, assai diverso. Gli americani provano stupore e disagio quando il presidente del Consiglio si pone nelle sedi internazionali come difensore d’ufficio, e talvolta come portavoce, della dirigenza russa. Non amano il costante flusso di elogi che da Roma si riversa su Mosca e che non tiene conto dei tanti difetti della semi-democrazia russa. Soprattutto, temono che l’Europa dipenda troppo dalle forniture energetiche russe e dunque non gradiscono le iniziative di chi, come Berlusconi con il Southstream, rafforza anche per il futuro questa dipendenza che il gasdotto Nabucco invece attenuerebbe. I meriti di Pratica di Mare e della mediazione in Georgia con Sarkozy (che peraltro Bush guardò con sospetto) non possono bastare a raddrizzare la barca.

Forse da Wikileaks verranno spezzoni di verità su alcuni di questi aspetti. Ma prima di scivolare nel caos mediatico e politico che i fornitori di documenti riservati intendono evidentemente innescare, occorre intendersi su alcuni punti. È interesse dell’Italia oggi come è stato sempre con governi di ogni colore, ed è anche nostra speranza, che i rapporti con la Russia migliorino. I nostri partner europei, ma anche gli Stati Uniti (ricordate il «reset» con Mosca, e la recentissima mano tesa della Nato a Medvedev?) condividono questo interesse. Va messa in conto una certa «gelosia» dell’America che è abituata a fungere da bussola occidentale nei rapporti con il Cremlino e che anche per questo non ama lasciare spazio autonomo agli europei. Ancora, i malumori verso la politica russa dell’Italia sono andati sottotraccia da quando la priorità afghana ha reso tanto l’Italia quanto la Russia indispensabili ai progetti degli Usa e della Nato a Kabul e dintorni.

Si dovrà tenere conto di queste tradizioni e di questi aggiornamenti, quando avremo sotto gli occhi il materiale di Wikileaks. E si dovrà anche riflettere, a proposito di presunti complotti, se un complotto non ci sia davvero, ma contro Obama che dovrà probabilmente pagare prezzi altissimi nella sua già poco fortunata politica estera. Libia, e soprattutto Russia. Le fughe in avanti del nostro governo portano principalmente questi due nomi. Pongono questioni di stile e di sostanza. Pongono dubbi. Creano la sensazione di «relazioni pericolose» che non sono certo soltanto italiane, ma nelle quali noi diamo l’impressione di aver smarrito l’ordine delle priorità. Tutto sta ora a distinguere tra contributi di trasparenza e volontà di sabotaggio, perché Wikileaks sembra essere animata più dal secondo obbiettivo che dal primo.

Di Franco Venturini opinionista Corriere della Sera

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