Dietro i 14 sfratti annunciati negli alloggi di edilizia sociale di San Marino ci sono persone, famiglie e situazioni di fragilità che non possono essere ridotte a una soglia di reddito. È quanto emerge dalle vicende portate all’attenzione della CDLS, che raccontano una realtà più complessa di quella rappresentata dai soli requisiti amministrativi.
Tra queste vi è la storia di una famiglia nella quale entrambi i coniugi convivono con condizioni di disabilità. La moglie percepisce una pensione di invalidità, mentre il marito, seguito dai servizi sociali, è inserito in un percorso di recupero terapeutico che prevede un compenso di poche centinaia di euro. Alcuni anni fa il nucleo non rientrava più nei parametri previsti per la permanenza nell’alloggio pubblico.
Nel frattempo, però, le condizioni economiche e familiari sono cambiate, riportando la coppia in una situazione di grave difficoltà. Nonostante questo, continuano ad arrivare richieste di rilascio dell’abitazione.
C’è poi il caso di una donna di ottant’anni che vive da decenni in un alloggio popolare. Oggi si trova sola, dopo aver attraversato vicende familiari dolorose, e deve confrontarsi con la prospettiva di lasciare una casa che rappresenta da lungo tempo il suo principale punto di riferimento. La pensione percepita supera i limiti reddituali previsti dalla normativa, ma può questo elemento, da solo, essere sufficiente a valutare la possibilità concreta di trovare una nuova abitazione e affrontare un trasferimento in età avanzata?
Una vicenda che, pur nelle profonde differenze di contesto e di disciplina abitativa, richiama il caso di Maricarmen Abascal, l’87enne con disabilità sfrattata lo scorso settembre dalla propria abitazione a Madrid dopo avervi vissuto per oltre settant’anni. Un caso limite, che ha suscitato una forte mobilitazione in Spagna e che richiama l’importanza di prevenire situazioni in cui la perdita della casa si aggiunga a condizioni di particolare vulnerabilità.
Altre situazioni riguardano lavoratrici rimaste sole dopo la perdita del compagno, che devono sostenere autonomamente le spese familiari e affrontare ulteriori difficoltà legate alla precarietà lavorativa dei figli. Condizioni differenti, accomunate dalla distanza tra il reddito formalmente disponibile e le risorse effettivamente necessarie per vivere.
Queste storie mostrano come la vulnerabilità non sia una condizione immutabile e non possa essere misurata soltanto attraverso il reddito. Le circostanze familiari cambiano, possono sopraggiungere problemi di salute, diminuire le entrate o aumentare le necessità assistenziali. Per questo la CDLS ritiene indispensabile che la permanenza negli alloggi sociali venga valutata considerando la situazione attuale delle persone, e non soltanto il superamento dei parametri economici rilevato in un determinato momento.
A rendere ancora più complessa la situazione è la difficoltà di trovare un’abitazione alternativa. Alcune delle famiglie coinvolte, nel tentativo di individuare una nuova sistemazione, si sono confrontate con richieste di affitto che raggiungono anche i 1.000 euro mensili. Cifre alle quali si aggiungono depositi cauzionali, eventuali spese di agenzia e anticipi sui canoni, rendendo particolarmente oneroso l’accesso al mercato privato.
Il problema si inserisce in un contesto di limitata disponibilità di abitazioni sociali. A San Marino il patrimonio destinato a questa finalità conta circa 70 alloggi, prevalentemente di dimensioni contenute, intorno ai 50 metri quadrati, non sempre adeguati alle necessità dei nuclei familiari più numerosi. Un’offerta ridotta rispetto alla varietà delle esigenze abitative presenti sul territorio, che rende ancora più difficile conciliare la tutela delle famiglie già assegnatarie con le nuove richieste di accesso.
La Confederazione Democratica riconosce la necessità di una gestione equa del patrimonio pubblico, che garantisca il ricambio degli alloggi e tuteli anche le persone in attesa di assegnazione. Le esigenze di queste ultime non devono essere contrapposte a quelle delle famiglie che rischiano lo sfratto: entrambe esprimono un bisogno abitativo reale. Quando gli alloggi disponibili sono insufficienti e il mercato privato non offre alternative economicamente sostenibili, il rischio è semplicemente quello di trasferire il disagio abitativo da una famiglia all’altra, senza risolverlo.
Per questo la CDLS chiede che, prima dell’esecuzione dei provvedimenti, venga effettuata una rivalutazione puntuale delle condizioni economiche, familiari e sociali dei nuclei coinvolti, con il contributo dei servizi competenti. Nei casi di comprovata vulnerabilità devono essere individuate soluzioni concrete, valutando anche il differimento del rilascio nei limiti consentiti dalla normativa, affinché nessuna famiglia si ritrovi senza un’alternativa abitativa effettivamente accessibile.
Parallelamente, è necessario aggiornare i criteri dell’edilizia sociale e rafforzare l’offerta pubblica di abitazioni, attraverso una programmazione e investimenti capaci di rispondere alle diverse esigenze dei nuclei familiari. Ma questi interventi richiedono tempo, mentre le persone interessate dai provvedimenti hanno bisogno di risposte oggi.
La CDLS rinnova quindi la richiesta di un confronto urgente con le istituzioni per affrontare le singole situazioni e individuare percorsi di accompagnamento sostenibili. Rispettare le regole dell’edilizia sociale è necessario. Dietro ogni provvedimento ci sono persone, con storie e condizioni di vita che meritano attenzione. La responsabilità delle istituzioni è tradurre questa consapevolezza in soluzioni concrete, prima che la perdita della casa si trasformi in una nuova condizione di esclusione sociale.