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Vittoria ai calci di rigore

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Ci ricorderemo a lungo di questo 21 marzo, primo giorno di primavera a Washington. Oggi il presidente Barack Obama e la sua Speaker della Camera Nancy Pelosi devono raggiungere 216 voti tra i deputati democratici per approvare la storica riforma della sanità. Ieri sera italiana, mentre scrivevamo, erano a quota 206, contrari tutti i 178 repubblicani e con loro 26 democratici. Per vincere, l’italo-americana Pelosi doveva trovare almeno dieci «sì» tra i 21 democratici incerti, magari ricorrendo ai trucchi imparati dal padre – il sindaco di Baltimora – che le faceva da bambina collezionare le raccomandazioni elargite ai cittadini, per poi convertirle in consensi alle urne.

La liberal cattolica Pelosi promette, minaccia, invoca e urla per avere i voti necessari a dare a 32 milioni di americani oggi scoperti una mutua sanitaria «all’europea», completando nel XXI secolo il welfare varato dai democratici Roosevelt, Truman e Johnson. L’industria della salute e le assicurazioni usciranno trasformate, con la ricerca e le professioni ospedaliere. Se i no tra gli incerti resteranno più di una dozzina, ci saranno due cruciali conseguenze. Per anni nessun leader avrà negli Usa il fegato politico di parlare di riforma sanitaria. Fallito nel 1994 il tentativo monumentale di Hillary Clinton, con il guru Ira Magaziner, fallito ora l’approccio soft di Obama, con una solida maggioranza al Congresso e il carisma del giovane presidente, chi più rischierà?
Per Obama si tratterebbe della fine di un sogno, l’utopia di cambiare il discorso politico Usa, puntare sul terreno comune e non sulle ire da talk show, riportare dentro il sistema gli esclusi. Pagherebbe alle elezioni di midterm a novembre e si ridurrebbe a vivacchiare giorno per giorno come l’ultimo Bill Clinton.

Su queste premesse ci si aspetterebbe che le ultime ore di battaglia alla Camera fossero state appassionate e nobili, i democratici a invocare la solidarietà, i repubblicani a replicare con i valori liberali, chi citando Jefferson e chi Hamilton, i padri della patria federalisti contro i paladini dello stato centrale. Congressmen a sgolarsi sui 940 miliardi di dollari (700 miliardi di euro) in dieci anni che la riforma farà pesare sui precari bilanci Usa, già sotto il microscopio delle agenzie di rating pronte a ritirare le A di troppo. E congressmen a replicare che il sistema attuale non solo esclude tanti cittadini, ma lascia invecchiare l’industria degli ospedali e dei farmaci, facilita il ricorso ai processi, impone ai medici cure inutili, fa lievitare il costo delle medicine.

Nulla di tutto questo. Si è discusso di aborto, siamo dopotutto negli anni della rabbiosa guerra culturale che ha sostituito il dibattito politico e la femminista Pelosi s’è trovata ad arbitrare tra i compagni di partito democratico Bart Stupak del Michigan, ferocemente contrario a ogni riforma che adombri aborto pagato dalla mutua, e Diana DeGette del Colorado, favorevole all’interruzione delle nascite. Al Senato s’era trovato il compromesso di un doppio pagamento per i cittadini, uno che copre tutta la sanità tranne aborti, l’altro – volontario e personale – che si estende anche all’interruzione di gravidanza. La Camera, faticosamente tra regolamenti e slogan, cercava la sua soluzione.

Da quando, nel 1973, la Corte Suprema aprì la strada all’aborto con la sentenza “Roe versus Wade”, il paese è diviso: ora tocca a Obama provare a far politica oltre la frattura, come riuscì al repubblicano Ronald Reagan, appassionato nella retorica del no all’aborto, pragmatico nel non far nulla davvero contro. In campagna elettorale Obama aveva invocato tregua nello scontro di culture, ma dalla Casa Bianca ha scoperto come sia diventato più e non meno radicale. La rivolta populista del Tea Party e il rancore per la riforma sanitaria a destra, a sinistra la delusione per le troppe concessioni fatte ai moderati, rendono lividi talk show e blog su internet. E già vari stati, Virginia, Idaho, Arizona, apprestano misure per fermare, o contestare alla Corte Suprema, la riforma di Obama.

Il presidente che voleva governare da filosofo e la Speaker così militante da stracciare un contratto d’affitto in California quando seppe che il padrone di casa era un repubblicano di Richard Nixon, provano a sfuggire alla tagliola della storia con i mezzi più vecchi del mondo. Sui 21 deputati indecisi piovono promesse: un posto da ambasciatore alla Nato, la poltrona di capo della Nasa, presidenze di istituti, se il sì alla riforma costasse la rielezione alla Camera.

Obama, dopo aver perduto un anno in elegante melina, è ai calci di rigore. Dentro o fuori. Se riuscirà dove tanti presidenti han fallito tornerà mitico. Il suo consenso è sceso al 46%, ma conserva il «rispetto» del 61% degli americani. Con la riforma in tasca e a rivali battuti, avrà la base elettorale unita e due anni e mezzo di tempo per recuperare gli indipendenti. Se perdesse, vedrebbe confermata la maschera di «wimp», debole, che la destra estrema gli sta disegnando in caricatura. Un cattivo risultato a novembre potrebbe ridurlo a imbelle Jimmy Carter II.

Gianni Riotta direttore Sole24ore

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