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Vecchi nodi al pettine del federalismo

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La pubblicazione dei dati dei certificati consuntivi dei comuni italiani per il 2008, consente di dare uno sguardo a una realtà di cui molto si discute, ma poco si conosce. Consente anche di riflettere sui limiti delle banche dati e sulla difficoltà per le politiche di razionalizzazione della finanza locale, specie nella prospettiva dell’emanazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale.

Ma andiamo con ordine. Se si domandasse a un lettore, in quali comuni si aspetta che le entrate tributarie procapite siano più elevate, risponderebbe sicuramente nelle grandi città del Centro-nord, dove i livelli di reddito e di attività economica sono più elevati. Invece, sorpresa, i dati dicono che tolto il caso di Venezia (che incassa i profitti del Casinò), al primo posto si collocano tre comuni meridionali, Lecce, Olbia e Caserta. Per trovare Milano, bisogna scendere fino al 29° posto, dopo Benevento, Frosinone e Potenza.

Per capire il dato, e prima di decidere che con la riforma federale bisogna costruire un fondo perequativo che trasferisca risorse da Cagliari a Milano, bisogna sapere che nelle entrate tributarie non entrano contabilmente solo i tributi propri, ma anche la compartecipazione all’Irpef di cui godono i comuni, e che in realtà questa è un trasferimento, la cui dimensione è determinata sull’entità dei trasferimenti aboliti in passato (e dunque più elevata per i comuni più poveri).

Bisogna anche sapere che Milano, a differenza di altri comuni, può contare sui dividendi delle proprie società partecipate per finanziarsi, e ha pertanto deliberatamente mantenuto basse le aliquote dell’Ici e non ha mai introdotto l’addizionale comunale sull’Irpef, diversamente dalla maggior parte delle altre città italiane.
Altri dati sono forse più indicativi. Per esempio, risulta che Torino e Milano sono in termini procapite le città più indebitate (un retaggio probabilmente rispettivamente delle olimpiadi e dell’Expo), più di Catania e Genova che le seguono immediatamente dopo nella classifica. Ma mentre Torino e Milano si collocano rispettivamente al 7° e al 12° posto per entrate complessive, Catania e Genova sono rispettivamente al 30° e al 66° posto, dunque con ben diversa capacità di finanziare il proprio debito.

Ancora, a differenza di quanto molti danno per scontato, la spesa procapite per il personale dei comuni è tendenzialmente più elevata nel Centro-Nord piuttosto che al Sud del paese, a differenza della spesa delle amministrazioni pubbliche statali, che invece vedono una concentrazione più forte nel Mezzogiorno. Così, è a Siena e a Trento che la spesa procapite per il personale è più elevata, mentre Catania, la prima grande città meridionale in questa classifica, si colloca solo al 10° posto, allo stesso livello di Milano in termini di spesa complessiva. Ma naturalmente, mentre la spesa per il personale di Siena rappresenta soltanto il 40% delle proprie entrate complessive, quella di Catania raggiunge il 70%, dunque introducendo ben altra rigidità nel bilancio.

Cosa ci dice tutto questo per il federalismo annunciato? Primo, che come l’esempio di Milano bene illustra, bisogna fare molta attenzione a utilizzare e interpretare i numeri. I dati di bilancio sono utili, ma senza informazioni dettagliate sui comportamenti di entrata e di spesa dei comuni servono a ben poco, ed è difficile costruirvi sopra sistemi adeguati di perequazione e finanziamento. In particolare, sappiamo in realtà poco sui livelli e sulla qualità di servizi comunali offerti in corrispondenza dei dati di spesa riportati nelle tabelle. Gli indicatori quantitativi e qualitativi riportati nei quadri dei bilanci comunali sono a volte poco affidabili, e questo è un problema, perché la perequazione dovrebbe servire per uguagliare i livelli di offerta dei servizi, non i livelli di spesa tra comuni. Secondo, che anche limitandosi come in questo caso alle solo città capoluogo, esistono enormi differenze tra i comuni sulla composizione delle entrate e della spesa, che vanno ben intepretate.

Queste due osservazioni dovrebbero suggerire al governo e alla commissione tecnica che se ne sta occupando, di adottare un approccio molto “soft” nell’interpretare i dettami della legge delega sul federalismo fiscale. Pretendere di definire costi standard per ciascun servizio fondamentale offerto dagli 8.000 comuni italiani con questi dati, come implicherebbe un’interpretazione letterale della delega, è impresa praticamente impossibile. Meglio limitarsi a indicare livelli di perequazione per tipologie di dimensioni dei comuni legati alla spesa procapite complessiva, e caso mai limitare l’analisi dei costi standard a pochi servizi considerati particolarmente importanti per la collettività nazionale e su cui si possa rapidamente e ragionevolmente raccogliere informazioni attendibili sulla qualità e quantità dei servizi offerti.

(Sole24ore)

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