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Tra Fini e Berlusconi è l’ora dell’addio

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Forse ha ragione Italo Bocchino. Forse per i due vecchi coniugi è davvero arrivato il momento dell’addio. Non si amavano più da un pezzo, forse non si erano mai amati davvero. Ma c’erano i figli da tirare su, il mutuo da pagare, le piccole e grandi incombenze della vita quotidiana che ti fanno apparire il cielo grigio anche quando è sereno e che devi inghiottire, dormendo nel punto estremo del letto da dividere ancora, nonostante tutto, con chi negli anni è diventato un estraneo. I termini della separazione sono oscuri e ancora ignoti, l’entità del trauma è imprevedibile come le sue conseguenze. Ciascuno dice naturalmente che la colpa è dell’altro, ma è ormai impossibile che Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini possano fare ancora un pur piccolo tratto di strada insieme.

Era cominciata il 24 novembre 1993, davanti a un ipermercato di Casalecchio sul Reno, in Emilia. Un cronista chiese a Berlusconi per chi avrebbe votato, se residente a Roma, tra Fini e Francesco Rutelli al ballottaggio per il sindaco e lui aveva sfondato il muro: Fini, disse, e diventò il Cavaliere Nero, con l’imperdonabile colpa di avere sdoganato i fascisti. Aveva visto giusto perché al ballottaggio Fini prese un incredibile 47 per cento (e Alessandra Mussolini un altrettanto incredibile 43, contro Antonio Bassolino che inaugurava il suo lungo regno napoletano). Su quella storia, come sulle tante altre di questi 17 anni, ci sono ovviamente due versioni. Berlusconi sostiene tuttora che senza il suo intervento Fini e compagni sarebbero rimasti emarginati per chissà quanto tempo. Fini ribatte che se Berlusconi non fosse entrato in politica avrebbe avuto i guai suoi con la sinistra al potere e che lui intanto sarebbe diventato il capo dell’opposizione. Salvo, un domani… Chissà.
Certo, se non facesse le grandi riforme nel prossimo triennio (e sarebbe una colpa imperdonabile), Berlusconi comunque passerebbe alla storia per la vittoria del 1994, per aver impedito ai postcomunisti di conquistare il potere a tavolino grazie all’assenza fisica dell’avversario. Tangentopoli era stata più forte della caduta del Muro di Berlino. Ma la maggioranza silenziosa decise diversamente.

Se fosse ancora vivo Pinuccio Tatarella, i due vecchi coniugi forse non sarebbero arrivati dove sono arrivati. Entrando a Palazzo Chigi come vicepresidente del Consiglio, Tatarella imparò meglio di altri che cosa voleva dire l’improvvisa uscita dalle «fogne», come con molta eleganza la sinistra chiamava la collocazione, auspicabilmente perpetua, dei nipotini di Salò. Lui – e lo sa bene Bocchino che ne era l’ombra, prima di diventarlo di Ignazio La Russa e poi di Fini – capì prima di altri l’importanza di andare «oltre il Polo», di coinvolgere sempre di più settori di società civile non collocabili a destra che chiedevano a Berlusconi, a Fini e a Pier Ferdinando Casini (Umberto Bossi se n’era andato già per conto suo)  una rappresentanza sempre più ampia e completa del mondo moderato. Tatarella – mi ha raccontato Berlusconi per il libro Nel segno del Cavaliere – aveva valutato con lui fin dall’inizio della storia il cammino verso un partito unico affiliato ai popolari europei. Mai immaginando che quel partito, nato 14 anni dopo l’alleanza del 1994, si sarebbe fatto senza Casini, e soprattutto che probabilmente si sarebbe di nuovo frantumato per incompatibilità di carattere, prima che per incompatibilità politica, dei due fondatori.
Berlusconi è un partner forte, esigente, talvolta con pretese eccessive.

La battaglia giudiziaria, ininterrotta dal 1994, lo ha messo spesso sotto scacco con gli alleati (le leggi ad personam contro i processi ad personam). E gli alleati hanno sempre sperato che qualche accidente, politico o giudiziario, gli levasse di torno il Cavaliere. Fini e Casini impedirono che nascesse nel 1996 il governo Maccanico, andando a elezioni che Berlusconi non voleva e che infatti perse. Erano convinti che comunque per loro sarebbe andata bene: vincitori o sconfitti, ma con il Cavaliere politicamente defunto. L’anno successivo Berlusconi fece saltare la Bicamerale perché s’accorse che Fini e Massimo D’Alema s’erano messi d’accordo sulla sua testa. Nessuna meraviglia. In politica non esistono amicizie né gratitudini, Aldo Moro e Giulio Andreotti non hanno mai preso un caffè insieme. Il tentativo di togliersi di torno Berlusconi è dunque fisiologico ed è stato costante. A ben vedere, l’idea di un terzo polo che in questi giorni torna ad affacciarsi, con modeste probabilità di successo, era già presente nella testa di Fini nel 1998, quando alle elezioni europee si alleò con Mariotto Segni e con alcuni radicali prendendo il 10,3 per cento contro il 25,2 di Forza Italia. «Il mio gravissimo errore» mi disse allora Fini «è stato di aver portato avanti un progetto politico quando invece avremmo dovuto riaffermare soltanto la nostra identità».
Il progetto politico dunque c’era.

Nessuno, nemmeno tra gli alleati, pensava fino a quel momento che Berlusconi sarebbe sopravvissuto a cinque anni di opposizione e alla più forte concentrazione di processi mai abbattutasi su una singola persona. Arrivarono invece il 2001 e un quinquennio che viene vissuto oggi come uno spettro (ancora un Berlusconi bis anticipatore della decadenza? Mai, dice il Cavaliere). Fini pretese allora le dimissioni di Giulio Tremonti, tornato peraltro in sella un anno dopo. Ma in quella occasione Berlusconi fu stretto in una tenaglia il cui dente più aguzzo era Marco Follini, segretario dell’Udc. Né Fini né Follini né Casini credevano che Berlusconi avrebbe potuto vincere le elezioni del 2006. Il Cavaliere fece perciò la campagna elettorale da solo e fu separato dalla vittoria  solo da 24.577 voti alla Camera dopo che il ministro dell’Interno Beppe Pisanu era andato nella notte a casa sua annunciandogli la vittoria. Da quel momento la Casa delle libertà cessò di esistere. Alla fine del 2007 Romano Prodi riuscì a far approvare la Legge finanziaria e Fini dettò in due interviste il de profundis per Berlusconi che aveva annunciato l’imminente caduta del Professore. Fini e Casini, anzi, discussero a lungo se fare insieme un nuovo partito e quando il 18 novembre il Cavaliere salì sul predellino di una Mercedes in piazza San Babila, a Milano, per gridare «chi mi ama mi segua», il presidente di An lo gelò con la famosa dichiarazione sulle «comiche finali». Poi Prodi cadde,
Fini mollò Casini (che non gliel’ha mai perdonata) per rimettersi con il Cavaliere, vinse con lui le elezioni, fondò con lui il partito unico e cominciò a dissociarsene giorno dopo giorno e a denunciare il cesarismo del presidente del Consiglio.

In realtà Berlusconi non è mai cambiato. Con i suoi pregi e i suoi difetti è quello di sempre. Allergico all’autocritica, è tuttavia l’uomo che ha convinto i suoi connazionali a votarlo per più tempo dal momento dell’unità d’Italia. È invece cambiato Fini. Psicologicamente si può capire l’enorme gratificazione che gli procura essere portato in palmo di mano da quelle stesse persone che un tempo avrebbero cambiato strada per non incontrarlo. Veder sfogliare Il Secolo d’Italia dalle stesse persone con il compiacimento che hanno verso The Observer.
Ciascuno ha le sue ragioni, psicologiche, politiche, quel che si vuole. Ci saranno ancora molte notti di sofferta condivisione: la manovra, le intercettazioni. Ma ormai il letto è diventato troppo stretto per potervi dormire ancora in due.

Di Bruno Vespa (Panorama)

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