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Totti, ovvero come finisce un campione

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Chi nasce tondo non può morire quadrato. E non saranno i maghi della pubblicità a smentire questo proverbio, costruendo un fuoriclasse che non c’è e che ha buttato via il proprio talento.

Proprio non ce la fa Francesco Totti a non essere se stesso, il bulletto di Porta Metronia che non sa perdere. E lo ha dimostrato ancora una volta l’altra sera, nella finale di Coppa Italia con l’Inter.

Da un campione navigato, ormai avviato alla fine della carriera e beniamino di grandi e piccini grazie agli spot pubblicitari, non ti aspetti che agisca in campo come un ras del quartierino. Che ti pesta se un secondo prima hai osato rubargli palla con una spallata che l’arbitro ha giudicato regolare, e che ti insegue per mollarti un calcione visto che la partita ormai è andata e forse tu prima gli hai sussurrato all’orecchio una frase che non gli è piaciuta. Lui è fatto così, è abituato a essere il padrone. Il pupone, il cocco di casa cui tutto è concesso. Del resto, Totti in Italia ha sempre usufruito di una corsia preferenziale. Quale altro calciatore ha potuto liberamente mandare a farsi fottere (ora si può dire) un arbitro solo perché ha osato involontariamente ostacolarlo mentre stava calciando a porta? Nessuno. Lui l’ha fatto, a Udine, e non si beccò nemmeno l’ammonizione.

Totti ha sempre goduto di un regime privilegiato. Lui, che non è stupido, lo sa, lo ha sempre saputo. Ed è anche per questo che non è andato mai via da Roma: non è mai diventato il fuoriclasse che avrebbe meritato di essere. Ma sapeva che in nessun’altra parte del mondo sarebbe stato trattato come un Papa.  Nessun’altra squadra avrebbe fatto firmare un contratto di cinque anni a un giocatore di 33 anni e mezzo che ormai si infortuna calciando ed è costretto a toccare la palla senza mai sottoporre le ginocchia a torsioni. Poteva scegliere: reuccio di Roma o sfidare il mondo. Non ha avuto dubbi, il Pupone. Del resto, ogni qual volta si è confrontato col calcio che conta ne è uscito con le ossa rotte. Tranne che all’esordio, in quell’Europeo del 2000 in cui diede spettacolo e portò l’Italia di Zoff a un passo dal trofeo.

Sembrava un predestinato: classe pura, fisico discreto, disciplina tattica zemaniana. E invece… Nel 2002 Giovanni Trapattoni gli consegnò le chiavi della Nazionale al mondiale coreano. Era il calciatore più forte del mondo, probabilmente più di Ronaldo. Ma le uniche chiavi che portava con sé erano quelle della camera d’albergo: gli servivano quando rientrava all’alba dopo le notti con Ilary. Una mattina, all’ingresso dell’hotel, trovò ad aspettarlo Paolo Maldini che lo affrontò a muso duro. Servì a poco. Totti ci lasciò in dieci negli ottavi di finale contro la Corea: una simulazione fece estrarre il secondo cartellino giallo all’arbitro Moreno e non ci fu acqua santa che tenne. Uscimmo ai supplementari.

Non contento, il Trap ci riprovò. Due anni dopo, agli Europei in Portogallo. Totti lo ripagò sputando in faccia al danese Poulsen che pure lo provocò per tutto l’incontro. Le immagini lo incastrarono, fu squalificato e a nulla valse il tentativo della Federcalcio di ingaggiare l’avvocato Giulia Bongiorno per allestire una difesa disperata. L’Italia venne eliminata. Ai Mondiali di Berlino arrivò reduce da un’operazione. Era inarrestabile Francesco, quell’anno. Come nel 2002. Ma l’intervento ne limitò la preparazione. Lippi, comunque, non volle farne a meno. Lo aspettò. E in cambio ottenne un rigore decisivo a tempo scaduto contro l’Australia. Nulla di più. La finale, di fatto, non la giocò. Venne sostituito al quarto d’ora della ripresa. Ma fu comunque campione del mondo. E oggi, malconcio com’è, è ancora un dilemma per Marcello Lippi.

Insomma, un re a casa sua; un comprimario in campo internazionale. Il limite di Totti è sempre stato Roma. E i romanisti. Ha vinto molto meno di quanto fosse nelle sue possibilità. Invano i pubblicitari hanno cercato di costruirgli addosso un’immagine diversa: uomo autoironico che sa scherzare sulla propria ignoranza, buon padre di famiglia e marito modello. Attento al sociale, aggiungiamo noi. Ma in campo è rimasto lo stesso di dieci anni fa. Quel calcione rifilato a Balotelli a fine partita sembra racchiudere la sua carriera. La carriera di un predestinato, del più grande talento che il nostro calcio abbia avuto dopo Baggio.

Uno capace di far gol a pallonetto da fuori area a Milano contro l’Inter, di segnare al Santiago Bernabeu, di realizzare reti fantastiche come quella di sinistro al volo a Genova contro la Sampdoria, di fare il gesto dei quattro gol a una panchina juventina mortificata, di far sorridere esibendo la maglia “vi ho purgato ancora” dopo un derby vinto. Ma che, in fondo, non è mai riuscito a svestire i panni del bulletto. Altrimenti sarebbe stato il più forte di tutti.

Di Massimilaino Gallo (Il Riformista)

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