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Se impazza il giornalismo del vaffa

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Sul Corriere della sera Claudio Magris ha scritto un bell’articolo nel quale si è indignato giustamente per il grado di estrema bassezza al quale è arrivata la polemica in Italia. E per il fatto che il turpiloquio ha preso tranquillamente il posto del pensiero e della lotta politica. Travolgendo il Palazzo e soprattutto travolgendo l’intero panorama della stampa italiana.

I giornali più venduti – dal Giornale alla Repubblica al Fatto Quotidiano – non hanno più nessuna somiglianza con i giornali degli altri paesi dell’Occidente. Sono diventati dei luoghi di killeraggio personale, di trappole, di insolenze, di violenti campagne. È una cosa che sta trascinando abbastanza in basso il grado di credibilità del nostro paese e anche il grado di civiltà, annientando il diritto di avere una stampa libera e forte. Non perché sia proibita la stampa libera, ma perché editori e direttori della maggior parte dei grandi giornali la stampa libera non la vogliono. A loro piace di più rotolarsi nel fango.
E in questi giorni, soprattutto dopo l’attacco violentissimo di “FareFuturo” (con tanto di autocritica, che però più che suonare come un’attenuazione della carica polemica suona, fatto originalissimo, come rafforzativo della violenza della polemica), leggo che bisognerebbe tornare agli insegnamenti dell’unico grande maestro di giornalismo che l’Italia abbia mai avuto, e cioè Indro Montanelli.

Oh bella. Montanelli? Chissà come succede in Italia che nascano e fioriscano questi falsi miti. Mi limito a esaminare gli ultimi quarant’anni della vita di Montanelli, e cioè sorvolo sul suo periodo fascista e di aedo delle guerre, delle aggressioni e dello schiavismo (non ha nessun senso costruire le polemiche su epoche storiche così lontane da noi). Bene, negli anni Sessanta Montanelli, che è l’esponente più reazionario del giornalismo italiano, tenta in tutti i modi di diventare direttore del Corriere della sera. Ma non ci riesce. E così diventa sempre più un giornalista di opposizione. Si oppone ferocemente, all’inizio degli anni Settanta, al grande rinnovamento portato al Corriere da un direttore giovane e bravissimo come Piero Ottone, che in quel periodo confeziona – secondo me – il miglior giornale che sia mai apparso nelle edicole italiane del dopoguerra. Il Corriere di Ottone è un giornale borghese, attentissimo ai nuovi fermenti intellettuali di una borghesia in movimento, capace di raccogliere una parte delle spinte innovative del Sessantotto e dell’autunno caldo, che ha tra i suoi collaboratori gli intellettuali e gli artisti più significativi sul piano nazionale, e anche europeo, come Pier Paolo Pasolini, e che riesce a rompere con l’informazione paludata e “serva del potere”, come si diceva allora, del giornalismo anni Cinquanta e Sessanta. Montanelli fa le barricate in redazione. Fa di tutto per rovesciare la direzione Ottone. Non ce la fa, anche perché Montanelli è una delle rare persone che pur avendo vissuto sempre dalla parte del potere, ha perso tutte le sue battaglie. Poi a far fuori Ottone ci pensa la P2.

Dopodiché Montanelli fonda Il Giornale, con i soldi di Silvio Berlusconi, e sebbene abbia dalla sua parte molti bravissimi giornalisti e moltissimi denari, per vent’anni pubblica uno dei quotidiani più noiosi e inconcludenti della storia d’Italia? Qualcuno ricorda qualche iniziativa particolare e brillante del Giornale di Montanelli? No, niente, solo il suo violento atteggiamento contro la sinistra e contro ogni innovazione. E i suoi corsivi che si diceva fossero graffianti, in realtà erano violenti. Aveva uno spazio enorme, perché a destra non c’erano altre testate. Avrebbe potuto essere il punto di riferimento per costruire la cultura di una nuova destra moderna. Niente. Montanelli neanche ci provò a misurarsi con una impresa tanto superiore alle sue forze. Corsivacci, bastonate, un po’ di volgarità e basta.

E però, Indro, fece scuola. Tirò su due allievi speciali. Uno lo aveva conosciuto al Corriere della sera, quando facevano insieme le barricate contro Piero Ottone. L’altro se lo trovò al Giornale ancora giovanissimo, e lo “costruì” con le sue mani. Il primo si chiamava Feltri Vittorio. Il secondo Travaglio Marco.
Vittorio Feltri fu il primo a inventare il giornalismo alla “vaffanculo”. Cioè – diciamo – lo stile di giornalismo che ora è quello vincente. Successe all’inizio degli anni Novanta, quando, essendo fallito un tentativo molto interessante di giornalismo anglosassone – L’Indipendente fondato da Franco Levi in un momento probabilmente infelicissimo – Feltri si impossessò del giornale, ne stravolse la vocazione e iniziò a strillare parolacce. Da allora è lui il re della parolaccia.

Oggi però è insidiato dal secondo degli allievi di Montanelli, cioè da Travaglio, che – formalmente – si colloca sul fronte opposto a quello di Feltri (Feltri con Berlusconi, Travaglio contro) ma in realtà ne è la fotocopia. Chi ha letto con attenzione l’articolo di Magris sa che tra Feltri e Travaglio non c’è nessuna differenza. E tutti e due oggi sono i leader del giornalismo italiano: lo ha stabilito il mercato, che li premia con le copie, e lo ha stabilito il mondo politico che li adora. E noi – che non li adoriamo e ci piacerebbe un paese che torni ad avere una stampa libera e forte, come la Svizzera, il Belgio, il Lussemburgo, il Portogallo… – dovremmo pure ringraziare quel disgraziato di Montanelli? Ecco vedete, anch’io ormai scrivo come loro: disgraziato, mascalzone, rovina-giornali!!!

Di Piero Sansonetti (Il Riformista)

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