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Relazione d’apertura del Segretario Generale Gianluca Montanari

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RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE GIAN LUCA MONTANARI
AL 16° CONGRESSO CONFEDERALE

Gianluca Montanari Segretario Generale CDLS

San Marino 11 – 12 – 13 ottobre 2021

Presidente, graditi ospiti, delegate/delegati

voglio prima di tutto esprimere a nome mio e di tutta la Confederazione Democratica la massima solidarietà e vicinanza alla CGIL per l’inaudita e vile aggressione fascista di sabato, che ci riporta agli anni più bui della storia italiana. Faccio mie le parole che i tre segretari confederali hanno pronunciato convocando una manifestazione nazionale per il 16 ottobre a Roma: l’assalto squadrista alla sede nazionale della Cgil è un attacco a tutto il sindacato confederale italiano, al mondo del lavoro e alla nostra democrazia.

Sono certo che questo clima di odio e intimidazione non avrà il sopravvento, che il movimento sindacale, la società civile, le istituzioni ancora una volta sapranno reagire pacificamente e con grande compattezza per affermare i valori della democrazia e della Costituzione nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal nazifascismo. 

Presidente, delegate delegati

È con immenso piacere e con grande onore aprire per me il sedicesimo appuntamento congressuale della Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinesi.

In questo lungo periodo che contraddistingue il cammino dal 15° congresso ad oggi, dopo la crisi sistemica economica e finanziaria dei mercati internazionali, che ha mietuto centinaia di posti di lavoro e portato una recessione ancora non del tutto cicatrizzata, dobbiamo fare i conti con una Pandemia che ha fermato e fatto tremare il mondo.

Davvero pochi accadimenti nella storia recente hanno segnato così nettamente un prima e un dopo. Il Muro di Berlino, 9 novembre 1989. Le Torri Gemelle di New York, 11 settembre 2001. Il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 con l’avvio di una crisi finanziaria che ha provocato una enorme moria di imprese e milioni di disoccupati in tutte le democrazie avanzate.

Adesso lo spartiacque della storia si chiama Covid 19 e la pandemia iniziata nel febbraio 2020. 

Da quasi due anni combattiamo contro un avversario globale, inafferrabile ed invisibile. Un avversario che ci ha attaccato di sorpresa, mettendo a nudo la vulnerabilità dei sistemi sanitari, le disuguaglianze economiche e le fragilità sociali. Ma soprattutto un avversario feroce, che ha seminato milioni di morti in tutto il Mondo.

E la nostra Repubblica, con 91 decessi, ha pagato un prezzo molto alto, con conseguenze dolorose sotto il profilo umano per la perdita dei nostri cari ed amici.

Colgo dunque questa occasione per esprimere, a nome mio e di tutta la CDLS, solidarietà e vicinanza alle persone e alle famiglie che sono state colpite dal Covid 19.

La macchina della solidarietà della popolazione sammarinese è scattata subito, così come la solidarietà economica si è mossa con urgenza: lavoratori, pensionati e imprese hanno risposto massicciamente alla sottoscrizione proposta dal sindacato assieme alle associazioni categoriali a sostegno della sanità pubblica.

Un ringraziamento di cuore va a tutto il personale sanitario, che con turni di lavoro continui e massacranti si è messo a completa disposizione per offrire le necessarie cure ai cittadini. Uno spirito di abnegazione che, lo dico senza alcun intento polemico, ha spesso colmato le carenze strutturali e organizzative che una piccola struttura ospedaliera come la nostra ha messo in luce.

Ma non è ancora finita e anche se la morsa si è allentata, il Covid 19 non appartiene ancora al passato. Teniamo alta l’attenzione e rispettiamo correttamente le regole e i protocolli antivirus, procedendo con la necessaria campagna vaccinale nel segno della persuasione, senza alimentare inutili divisioni nella popolazione. Nella certezza che è sempre meglio convincere che obbligare.

Presidente,

se c’è una cosa che questa gravissima emergenza sanitaria ha messo in chiaro è l’essenziale virtù del welfare e soprattutto della sanità pubblica. Entrambe sono, come ha ben sottolineato lo scrittore e giornalista Michele Serra, una sorta di miracoloso sovvertimento di una millenaria legge della natura: la prevalenza del forte sul debole, del ricco sul povero.

Per la CDLS la sanità pubblica è dunque un baluardo intoccabile. Da difendere, proteggere e rafforzare.

Il nostro sistema sanitario pubblico va certo gestito e amministrato con attenzione ed efficienza, ma non possiamo condividere spese economiche tese al ribasso.

Le attuali lacune da colmare sono soprattutto sul fronte della forza lavoro. Serve più personale per superare i ritardi dei servizi, dei centri salute e in parte della struttura sanitaria. Per questo le organizzazioni sindacali hanno chiesto interventi e investimenti immediati e di aprire un confronto per rilanciare l’importanza e la centralità del sistema sanitario universale. 

Riguardo poi al progetto di costruzione del nuovo Ospedale, chiariamo subito che    non ci trova contrari, ma oggi la vera priorità è di natura organizzativo-dirigenziale: pensiamo ad esempio alla non più rinviabile riorganizzazione della medicina di base. Il problema oggi è avere persone capaci di guidare la sanità pubblica non certo con metodi pseudo manageriali, ma piuttosto con capacità di ascolto e di confronto sulle scelte da compiere per il bene comune. 

Senza perdersi in conflitti e contrapposizioni, è indispensabile trovare dirigenti che sappiano far funzionare la complessa macchina della sicurezza sociale, che sappiano organizzare le urgenze, motivare il personale, correggere le distorsioni.

Saper trovare e scegliere dirigenti con queste capacità è un dovere e insieme una forte responsabilità della nostra classe politica.

Presidente, delegate e delegati

In questi quattro anni e mezzo di incertezza politica ed economica, siamo entrati nella fase più acuta della crisi di sistema più volte denunciata dal sindacato.

Un periodo che ha visto ben tre governi susseguirsi alla guida del Paese, segnato dal fallimento e dalla successiva nazionalizzazione di alcuni Istituti di credito, con gravi conseguenze per bilancio dello Stato già appesantito dalla spesa corrente e dalla mancanza di riforme strutturali.

Non sono mancate da parte nostra azioni conflittuali per fermare politiche all’insegna dell’austerità, politiche che confondevano le riforme con i tagli. 

Le conseguenze, nella scorsa legislatura, furono quelle di proclamare due scioperi generali all’insegna dell’equità e per chiedere un progetto Paese che ancora oggi non emerge.

Nonostante questa criticità, nei momenti pre-Covid la crescita occupazionale si è attestata su 470 nuove assunzioni. Una crescita figlia soprattutto della ripresa economica e dell’aumento dei consumi internazionali.

L’arrivo della pandemia e il conseguente lungo lockdown ha subito innescato una brusca regressione su tutta la linea: dalla produzione ai consumi, fino al già martoriato bilancio dello Stato che ha dovuto fronteggiare l’emergenza sanitaria con nuove spese.

In quel momento a San Marino, al contrario di altri Paesi, non è stato deciso il blocco della produzione. Una scelta controversa e forse troppo sbilanciata verso il profitto, ma che ha consentito una tenuta del comparto industriale e dei suoi livelli occupazionali.  Mentre in altri settori, quello turistico, commerciale e servizi hanno subito un forte abbassamento. Complessivamente i posti di lavoro saltati causa Covid sono stati circa 250.

Le misure messe in campo dal governo concertate con le parti sociali, pur con non pochi sacrifici, hanno prodotto un allungamento della fruizione degli ammortizzatori sociali per i lavoratori posti in CIG e per chi ha perso lavoro, mobilità e disoccupazione.

Ma l’emergenza non è ancora finita, come sindacato dobbiamo rivendicare un confronto più serrato con la politica e con gli attori economici sulle riforme.

La priorità è il rilancio della nostra economia con un progetto articolato che metta al centro lo Stato Sociale e affronti il nodo del deficit pubblico.

Occorre ricreare fiducia fin dal sistema bancario, ricercare una sua sostenibilità, quindi richiamare liquidità al fine di farlo tornare virtuoso. E per fare questo bisogna anche generare fiducia sul fronte interno. 

Per essere chiari: è necessario che aziende e privati tornino ad alimentare i depositi nei nostri istituti di credito.

Un obiettivo centrale della CDLS è quello di aprire il dibattito e richiamare l’attenzione sul tema dello Stato Sociale e della democrazia economica.

Il nostro modello di welfare è basato su un sistema di protezione di tipo universalistico, dove lo Stato ha un ruolo di regolatore e fornitore diretto della maggior parte dei servizi. La buona qualità delle prestazioni offerte, la molteplicità di coperture garantite e la tassazione accettabile, hanno determinato nel tempo un consenso sociale e la consapevolezza diffusa di dover difendere tale sistema.

Tuttavia, anche a fronte delle sempre più pressanti esigenze di bilancio, i costi della protezione sociale devono fare i conti con la sostenibilità economica. Sostenibilità ancora più difficile da raggiungere alla luce dei profondi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi anni. Basti pensare al processo di invecchiamento della popolazione. 

A San Marino, l’indice di vecchiaia si sta avvicinando al valore record di 150, ossia ogni 100 giovani corrispondono 150 anziani, con una tendenza ventennale in crescita. L’invecchiamento della popolazione è supportato anche dalla speranza di vita, che per i nati nell’anno 2018, è di 86,80 anni per le donne e 82,84 per gli uomini.

Si impone dunque un nuovo modo di pensare l’organizzazione delle politiche sociali ed in particolare del sistema pensionistico, con un imperativo: cambiare per non smantellare.

Per questo occorre che anche l’intero movimento sindacale ritrovi l’autentica cultura partecipativa che contraddistingue da sempre la nostra organizzazione. Progettare nuove regole economiche e sociali a beneficio dei lavoratori e pensionati con una logica partecipativa è diventata una scelta culturale necessaria.

Per anni abbiamo predicato la tesi della partecipazione senza risultati concreti, ora dinanzi ai grandi cambiamenti imposti dalla Pandemia e alla straordinaria complessità che ci riserva la globalizzazione, la partecipazione è lo strumento più efficace per rispondere alle grandi sfide della contemporaneità.

Consideriamo quindi necessario introdurre nuovi strumenti di welfare che si riconoscono nel modello della democrazia economica e della partecipazione per favorire l’economia, sostenere il reddito famigliare in chiave solidaristica e partecipata. C’è una ricchezza di esperienze soprattutto nella tradizione socialdemocratica europea, come gli asili nido aziendali, la formazione individuale contrattuale, la previdenza complementare e forme di welfare e assicurazione sanitaria sempre di natura aziendale.

Sul fronte terza età, va invece aperta una riflessione e una revisione complessiva delle politiche a sua tutela perché le condizioni socio-economiche che la riguardano sono radicalmente cambiate rispetto a non molti anni fa.

Sono in aumento, infatti, le famiglie con anziani e pensionati che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Si tratta in particolare di casi in cui l’anziano percettore di pensione minima è rimasto solo o casi dove la famiglia deve farsi carico di pensionati con gravi problemi di autosufficienza.

Sofferenze sociali spesso invisibili che non possono non chiamare direttamente in causa la radicata cultura solidale del movimento sindacale sammarinese.

Un movimento sindacale che oltre 40 anni fa lanciò e realizzò assieme le associazioni imprenditoriali il Fondo Servizi Sociali, un efficace sistema di welfare contrattuale e partecipativo in affiancamento a quello statale. Per questo in occasione di questo congresso ci sentiamo in dovere di proporre il progetto di un Fondo a supporto dei pensionati in difficoltà.

Fondo finanziato da tutte le pensioni attraverso un piccolo contributo e che dovrà avere una legittimità legislativa e una forma gestionale in cui facciano parte l’ISS e i rappresentati dei pensionati. 

Più concretamente, e a solo titolo di esempio, una ritenuta dello 0,50% sul totale della spesa pensionistica, che ammonta a circa 180 milioni di Euro annui, permetterebbe un incremento del Fondo di circa 900.000 Euro all’anno. Risorse che permetterebbero a pensionati e famiglie in difficoltà di far fronte a spese onerose come quelle per le badanti a tempo pieno, per le cure riabilitative a domicilio, per le modifiche strutturali dell’abitazione per agevolare la mobilità degli anziani non autosufficienti.

Con questa proposta vogliamo aprire una nuova strada che affermi livelli più alti di democrazia economica e una cultura partecipativa che possa far progredire la nostra comunità in termini di appartenenza, condivisione e solidarietà.

Proposta che naturalmente va inserita all’interno di in un percorso unitario e che quindi deve essere condivisa e approfondita insieme a CSdL e anche USL.

Da alcuni anni la nostra società è attraversata da diverse forme di disagio sociale ed economico, fino a casi di vera e propria povertà.

Un fenomeno alimentato da disoccupazione, separazioni familiari, nuclei mono genitoriali e nuclei familiari con forti carichi assistenziali.

Le recenti trasformazioni dei due istituti assistenziali, credito sociale e fondo straordinario di solidarietà, avvenute nei Decreti emergenza Covid 19   ha di fatto più che dimezzato l’erogazione dei sussidi.

Giusta la strada già indicata in passato dalla CDLS di accorpare i due istituti, ma la modalità con cui si sta gestendo il Fondo unificato non risponde affatto alle esigenze dei cittadini più fragili, infatti alcuni nuclei familiari sono usciti definitivamente dal beneficio del sussidio sociale, senza aver risolto il problema economico assistenziale.

Questo disagio obbliga una presa di posizione forte da parte del sindacato, la parola d’ordine “non lasciare indietro nessuno” deve trovare nuova concretezza nello strutturare la soluzione del problema.

La risposta alle emergenze risiede nella rimozione delle cause che hanno dato atto al problema, occorre quindi concentrarsi sulle persone, sulle famiglie e promuovere soluzioni tendenti a creare quella redditualità necessaria per ritornare autonomi dall’assistenza economica.

Rilanciamo quindi la proposta di uno sportello unico delle difficoltà sociali, con l’obiettivo di realizzare una rete integrata di servizi pubblici, terzo settore e organizzazioni sociali che lavorano insieme contro il disagio sociale. 

Delegate delegati,

Il ridimensionamento del sistema bancario è sotto gli occhi di tutti: gli istituti di credito sono passati da 12 a 4 mentre la tormentata scia dei commissariamenti e fallimenti bancari, mi riferisco alla nazionalizzazione di Carisp e alla chiusura di Asset e Banca CIS, ha pesato e sta pesando ancora in maniera decisiva sul processo di risanamento dei conti pubblici.

Un ridimensionamento certificato anche dai numeri: dal 2008 data di inizio della crisi finanziaria globale, il comparto finanziario e bancario ha perso 400 lavoratori, di cui 236 negli ultimi sei anni, periodo in cui tutti gli altri settori economici hanno invece registrato un aumento dell’occupazione.

Sappiamo tutti che il comparto creditizio non genera più utili, ma non sappiamo come gli attori principali intendono efficacemente porvi rimedio. Di certo è che senza un sistema bancario e finanziario in salute, cioè in grado di garantire l’accesso al credito a imprese e famiglie, il Paese regredisce.

Tema centrale è quello degli NPL, i cosiddetti crediti non esigibili. Abbiamo seguito con molta attenzione il varo della recente Legge sulla cartolarizzazione degli NPL.  Legge che si pone l’obbiettivo di sgravare i bilanci delle banche dal peso dei crediti non esigibili, attribuendoli ad una società di veicolo. Società che dovrà predisporre un piano strategico per il recupero degli NPL e quindi restituire liquidità al sistema.

Un percorso dai tempi inevitabilmente lunghi e i risultati, se arriveranno, non saranno comunque immediati.

La legge sulla cartolarizzazione degli NPL è poi una soluzione tecnica che da sola non basta a far uscire il settore bancario dalla crisi. È sempre più urgente invece delineare un progetto di rilancio complessivo, tracciando nuove linee che permettano alle banche di riposizionarsi sul mercato internazionale e tornare a produrre utili.  Un processo di ampio respiro che, dopo i ripetuti dissesti e le ricadute reputazionali per l’intero Paese, non può essere affidato solo ai vertici degli istituti bancari e al loro autogoverno.

Ci aspettiamo che il Governo sappia mettere in campo strategie convincenti e indicare vie d’uscita di altro profilo. 

Non ci sono insomma più dubbi: il sistema bancario sammarinese deve sempre di più integrarsi con quello Italiano e successivamente con quello Europeo.

La sopravvivenza delle nostre banche è sempre di più legata alla loro capacità di essere presenti e di saper operare sul mercato internazionale. 

È dunque decisivo riprendere il confronto col Governo Italiano e stabilire un corretto rapporto con Banca d’Italia per arrivare alla firma del Memorandum d’intesa, passaggio indispensabile per il rilancio del comparto. E’ inoltre imprescindibile   l’adeguamento alle normative europee in materia di antiriciclaggio e trasparenza.

Presidente, Il contagio del virus si è abbattuto su un Paese già debilitato da anni di contagio finanziario. Evaporato in fretta il miraggio della Piazza Finanziaria, la crisi globale di inizio Millennio ci ha lasciato in eredità il problema dei problemi: sappiamo che il deficit pubblico ammonta a più di un miliardo, e ancora non c’è certezza della sua riduzione.

Un deficit che ha molti padri. Oltre ai gravosi contraccolpi dei fallimenti bancari, le casse pubbliche erano già in sofferenza per i costi di gestione della pubblica amministrazione, dalla sanità ai lavori pubblici, ma anche per riequilibrare il disavanzo strutturale del sistema pensionistico.

Per fare fronte alle spese di sistema San Marino per la prima volta ha fatto debito pubblico, entrando nel circuito finanziario internazionale. Dinamica che cambia completamente le nostre politiche di bilancio, mettendoci di fronte alle opportunità e ai rischi del mercato. Rischi per noi più pesanti perché non possiamo contare sull’ombrello della Banca Centrale Europea, che notoriamente interviene in caso di attacchi speculativi e gravi crisi economiche. 

L’imperativo è uno solo: come finanziare il debito.

Incognita che si può risolvere solo con una crescita economica che duri nel tempo e con una integrazione sempre più convinta con l’Unione Europea.

Sul fronte crescita, è quindi urgente promuovere un piano di investimenti per sostenere lo sviluppo dell’economia reale e l’insediamento di realtà produttive in grado di garantire nuova occupazione. 

Sul fronte Europa, è altrettanto urgente fare almeno il primo passo dell’accordo di associazione, consapevoli comunque che sarà un livello di integrazione insufficiente.

E senza un piano d’investimenti capaci di generare sviluppo, così come più volte ci ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’altra ricetta è quella dell’austerity, ossia ridurre la spesa corrente con tagli a stipendi, pensioni e al Welfare.

Ricetta per la CDLS irricevibile, perché stipendi e pensioni ma soprattutto il Welfarenon possono essere considerati uno spreco pubblico e perché, lo dimostra l’avvio in Europa e negli Usa di un poderoso ciclo di politiche espansive, l’impoverimento del mondo del lavoro e della classe media non si è dimostrata la strada giusta per il rilancio dell’economia.

Se dobbiamo mettere le mani in tasca a qualcuno, è arrivato il momento di chiedere il conto ai responsabili dei dissesti economici e finanziari di questi anni.  A chi ha eseguito progetti sbagliati come il commissariamento di Assett banca, a chi ha gestito Banca Cis o a chi in Banca Centrale aveva la responsabilità di vigilare e non si è accorto di nulla.

Delegate, delegati,

la via maestra da seguire è dare valore al lavoro, all’impresa, agli investimenti. Dobbiamo agganciare la crescita Italiana, che quest’anno farà registrare un balzo del PIL del 6%, il più alto d’Europa, e nel biennio punta a totalizzare un aumento del 10%.  

Una crescita in gran parte legata alla dinamicità e alla capacità d’innovazione del comparto manifatturiero e alla spinta innescata dal Recovery Found, il piano europeo di investimenti che ha destinato ai piani di ripresa italiani quasi 209 miliardi.    

 Per San Marino significa irrobustire e allargare i rapporti con i territori confinanti e con il cosiddetto distretto industriale del Nord-Est.

Significa mettere in campo progetti concreti come il miglioramento delle infrastrutture tecnologiche e della viabilità per l’interscambio industriale e progetti strategici per potenziare la nostra storica vocazione turistico-commerciale. 

Lo voglio ripetere con forza: significa dare valore al lavoro.

Il lavoro che nell’era digitale, e dentro la doppia transizione ecologica e tecnologica, sta vorticosamente cambiando. 

Torniamo sempre al tema del Progetto-Paese e di quale orizzonte di sviluppo vogliamo indicare alla nostra Repubblica, di quale strategia di rinnovamento dotarci per rendere sempre più qualificato il nostro sistema produttivo e attirare nuovi investimenti.

Anche per questo diventa ormai ineludibile decidere quale rapporto instaurare con l’Europa e finalmente portare a compimento il percorso sull’accordo di associazione.

Siamo in ritardo. Un ritardo che l’emergenza pandemica, e le conseguenti politiche economico-monetarie europee che hanno cancellato anni di austerità, rendono ancora più intollerabile.

Per capire che la nostra prosperità e il nostro benessere dipendono in larga parte dall’essere uniti, basta dare uno sguardo ai numeri. E in particolare a quelli dell’interscambio commerciale tra Italia e Germania, ovvero le prime due manifatture del mercato unico europeo.

La Germania è in assoluto il primo partner commerciale per l’Italia e nel 2020 gli scambi tra i due Paesi ammontavano a 116 miliardi di euro, più di quanto valessero gli scambi con Stati Uniti e Cina messi insieme.

Non è difficile capire quanto questi numeri pesino anche sulla manifattura sammarinese, così interdipendente con quella emiliano romagnola e marchigiana,   ovvero con le aree più produttive del sistema economico italiano.

Del resto è proprio il comparto manifatturiero quello che a San Marino negli ultimi 6 anni ha dato i maggiori segnali di vitalità e di espansione occupazionale.  Dal 2015, anno in cui aveva toccato il punto più basso, il settore industriale ha creato 1.400 posti di lavoro, il 60% dei quali manodopera sammarinese. Pari a una crescita del 26%

Questa è la strada da seguire. San Marino deve raccogliere con convinzione la sfida dell’integrazione europea, sintonizzarsi con le grandi trasformazioni e innovazioni tecnologiche che attraversano il mondo del lavoro globale e puntare con coraggio anche alla costruzione di un modello economico digitale ed ecosostenibile. 

Valorizzare e proteggere il lavoro è la via d’uscita da questi due anni segnati dalla pandemia.

Durante i lunghi mesi di lockdown la CDLS ha fatto la sua parte concertando con Governo e parti sociali le misure per arginare l’emergenza. E’ stato varato l’accordo nazionale sullo smart-working e sottoscritto il piano di stabilizzazione straordinaria per il personale sanitario precario, così come è stato parificato per tutti i lavoratori il trattamento degli ammortizzatori sociali: indennità malattia, cassa integrazione, mobilità e disoccupazione.

Abbiamo inoltre condiviso il prelievo-solidarietà dalle pensioni per 4 mesi.

Un impegno e una disponibilità di tutti alla concertazione che però sono rimasti confinati dentro il perimetro dell’emergenza Covid.

E’ infatti ancora senza risposta l’appello che la Confederazione Democratica ha lanciato a inizio anno sulla necessità di mettere in campo una vera e propria “cabina di regia” sulle grandi riforme, per il risanamento del sistema bancario e la costruzione di un nuovo modello di sviluppo.   

Una cabina di regia capace di connettere tutti i corpi intermedi della società, con il coinvolgimento anche di attori come la Camera di Commercio, l’Università e il Corpo diplomatico consolare.

Appello che voglio rilanciare anche stasera.

San Marino ha bisogno di una visione d’insieme e di un ampio e coordinato progetto di riforme

Per questo sul tema centrale del lavoro non abbiamo condiviso la scelta della Segretaria di Stato di stralciare il nodo cruciale della precarietà dal tavolo di confronto sulla riforma e presentare il Decreto sul Lavoro occasionale, ovvero un singolo provvedimento motivato solo dal bisogno di soddisfare le esigenze di qualche categoria.

Scelta che la Confederazione Democratica ha ritenuto e ritiene sbagliata sia nel metodo e sia nel contenuto, dal momento che aumenta ed estende ingiustificatamente la precarietà all’intero mondo del lavoro.

Quando parliamo di proteggere il lavoro si sappia che per la CDLS significa anche migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie. Significa migliorare anche l’equilibrio vita-lavoro.

Per questo il Gruppo donne della CDLS in occasione dello scorso 8 marzo ha presentato alla Reggenza e ai Segretari di Stato al Lavoro e alla Sanità un documento contenete un ventaglio di proposte da trasformare in norme di legge finalizzate a migliorare la situazione lavorativa e familiare delle donne e, più in generale, di ogni lavoratore.

Proposte come il Congedo parentale, ovvero il diritto individuale per ciascun genitore-lavoratore di assentarsi 4 mesi per seguire la cura dei figli piccoli; oppure l’incentivo rosa che prevede per le donne che perdono il lavoro dopo i 40 anni un incentivo finalizzato alla partecipazione di corsi di formazione e riqualificazione.

Inoltre il documento del Gruppo donne contiene una precisa richiesta: la ratifica in Consiglio grande e Generale della Convenzione n.190 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro).

Convenzione contro la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro che prevede strumenti di tutela, denuncia e prevenzione e migliora le misure previste dalla Legge del 2008.

La Convenzione, adottata a Ginevra il 21 giugno 2019 nell’ambito della sessione 108 della conferenza generale dell’ILO, include non soltanto l’abuso fisico ma anche quello verbale, oltre a fenomeni di stalking e mobbing, di violenze e molestie anche di genere, intesi come comportamenti e pratiche che provochino, mirino o siano suscettibili di provocare danni fisici, psicologici, sessuali ed economici.

La Convenzione mira a difendere lavoratrici, lavoratori e altre persone nel mondo del lavoro prevedendo una forma di protezione che va oltre il luogo di lavoro fisico, estendendosi a tutti i settori economici cui si possono verificare forme di violenza e molestie includendovi anche quelle che si verificano attraverso strumenti telematici.

Solo che, nonostante la presentazione datata 8 marzo e i ripetuti richiami in incontri ufficiali, il governo non ha ancora abbozzato un minimo cenno del percorso di ratifica.

Una lacuna da colmare urgentemente.

Quindi da questo podio, e supportato anche dalla presenza del Direttore Generale dell’ILO Italia San Marino Dott. Gianni Rosas, torniamo a chiedere al governo di portare urgentemente a ratifica la Convenzione ILO n. 190 nella seduta del prossimo Consiglio Grande e Generale.

Presidente, delegate e delegati,

la riforma previdenziale è una delle riforme   più importanti e più difficili da realizzare. E rappresenta, insieme a quella fiscale, una delle sfide sistemiche per San Marino.

Per questo è importante partire con la giusta determinazione e aprire il confronto su una vera riforma, anziché su interventi correttivi da inserire tipo nella Finanziaria di fine anno.

Dobbiamo prenderci il tempo necessario per avviare un confronto complessivo su tutti i temi che interessano il sistema previdenziale. Senza forzature.

Nello specifico, la bozza di articolato che ci è stata presentata non può certo chiamarsi riforma perché affronta solo la tematica economica e contabile del primo pilastro. Siamo insomma difronte a tipici interventi da manovra economica, non a uno sforzo complessivo di riequilibrio del sistema.

Riteniamo quindi necessario affrontare urgentemente il tema pensioni mettendo sul tavolo tutti gli aspetti economici e sociali interessati, compreso l’importante capitolo del secondo pilastro. Tema, questo, del tutto assente nella bozza di riforma.

Il rapporto demografico interno da tempo registra una forte e continua crescita della popolazione anziana. Una dinamica preoccupante per la tenuta dei conti previdenziali, che va affrontata con equilibrio e con interventi di prospettiva

Punto primo, lo Stato è chiamato a fare la propria parte per fare fronte al deficit strutturale tra entrate e uscite e quindi non può diminuire il suo contributo economico.

Il fondo di riserva, va usato per accompagnare la futura riforma.  Avere una riserva economica che può essere investita ci permette di utilizzare il suo monte interessi generati senza intaccare il patrimonio, se occorre fare fronte alle emergenze.

È poi necessario separare l’amministrazione del fondo pensioni dalle spese di gestione dell’ISS e dal pagamento delle prestazioni assistenziali.

I soldi del Fondo pensioni devono essere usati solo per pagare le pensioni.

Tutto questo significa superare la solita ricetta del sistematico taglio lineare alle prestazioni accompagnato   dall’aumento dell’età pensionabile. 

Per questo la CDLS ritiene che si possa operare soprattutto sul versante della flessibilità, offrendo ad esempio forme di pensionamento parziale, che consentano al lavoratore di utilizzare per metà lavoro e pensione.

Questa formula incentivante, consente di realizzare risparmi attraverso il ritardo all’uscita definitiva dal mondo del lavoro, senza penalizzare la nuova occupazione. Non solo: permette ai lavoratori più anziani di accompagnare l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro mettendo a loro disposizione le competenze e l’esperienza maturata durante la carriera professionale.            

Riguardo invece al futuro tetto dell’età pensionabile, sarà necessario   tenere conto delle carriere lavorative lunghe.

Il trattamento pensionistico delle donne dovrà essere affrontato con scelte mirate, che consentano ad esempio di accedere alla pensione partendo da 60 anni di età con 35 anni di contributi.

Si tratta di una serie di interventi indispensabili a garantire l’impianto sociale del sistema pensionistico che devono però preludere alla stipula di un patto tra i lavoratori e lo Stato.  

Un patto che parte dalla consapevolezza che quanto versiamo oggi non basta più per assicurare l’equilibrio dell’intero sistema.

Lo voglio dire con franchezza: per assicurare previdenza, welfare e trattamento sanitario, siamo tutti chiamati a contribuire economicamente di più.

 È qui la sfida impegnativa che il movimento sindacale ha davanti: convincere i lavoratori ma anche le imprese, a fare sacrifici per dare prospettiva e sostenibilità al nostro Stato Sociale. 

Sul fronte della previdenza complementare (Fondiss), la CDLS è assolutamente convinta che va rilanciata la proposta originaria, ovvero che deve essere di tipo contrattuale e che va gestita bilateralmente.

L’attuale governance di Fondiss va dunque riformata, affidando direttamente la sua gestione alle parti che alimentano il fondo, ovvero sindacati e associazioni datoriali.

La previdenza complementare deve poi entrare a pieno titolo nell’attuale proposta di riforma.

Dopo anni di irresponsabilità sociale, rilanciare e far funzionare il secondo pilastro previdenziale è un’assoluta priorità.

 Sappiamo bene che le riforme pensionistiche del 2005 ma soprattutto quella del  2011 hanno tagliato i rendimenti in modo sostanziale.  Per questo se non si dà slancio a un secondo pilastro in modo da integrare quanto percepito dal primo, le future generazioni non avranno una pensione dignitosa. Per questo va anche aumentata la contribuzione attualmente ferma al 4%, per garantire, attraverso primo e secondo pilastro, un tasso di sostituzione che oscilli tra il 75 all’85 % dell’ultimo stipendio.

Vanno superati steccati ideologici e cominciare a ragionare con salutare concretezza   sui rendimenti, i costi di gestione e sulle garanzie che da anni i fondi integrativi europei hanno dato al risparmio previdenziale di milioni di lavoratori.

Al momento attuale non vedo alternativa.

Il Fisco è l’altra riforma con la R maiuscola.

L’equità e l’emersione di tutti i redditi è la grande battaglia che con tenacia il movimento sindacale porta avanti da anni.

L’ultima riforma tributaria varata nel 2013 aveva il compito, con l’utilizzo della Smac Card, di contrastare l’evasione fiscale attraverso la tracciabilità elettronica dei pagamenti e la certificazione dei ricavi.

Sistema di tracciabilità che inoltre agevola il lavoro dell’Ufficio Tributario per accedere alle informazioni economiche e patrimoniali di tutti i soggetti e costituire così una banca dati utile per regolare e tarare futuri interventi fiscali.

Sono convinto che anche oggi questa sia la direttrice da seguire. L’uso della Smac va esteso e potenziato per allargare la base imponibile e far emergere la reale capacità di reddito di tutti i contribuenti.

Proprio per questo in un sistema fiscale che funziona, dove tutti fanno fino in fondo la loro parte, non c’è bisogno di utilizzare imposte straordinarie che, la storia di questo Paese ci ha purtroppo insegnato, vanno a colpire chi ha un reddito certo dichiarato. Vanno cioè a gravare sulle tasche dei soli noti: lavoratori dipendenti e pensionati.

Un esito beffardo, dal momento che erano pensate per colmare le minori entrate causate da chi elude ed evade il fisco.

È così è sempre più impellente sciogliere il nodo dei grandi debitori delle Stato.  E lo dico con grande amarezza, anche senza trascurare le vie legali.

Ma tutto questo non basterà, perché stando ai dati IGR dell’anno 2019, quindi nel periodo pre-pandemia, emerge in generale una media percentuale di tassazione molto bassa e certamente non adeguata a sostenere le necessarie manovre espansive finalizzate alla crescita economica.  

Occorre equità e recupero dell’evasione devono essere i pilastri dei nuovi interventi fiscali, altrimenti l’alternativa restano le manovre di austerità, con il solito mix di tagli a stipendi e pensioni, magari accompagnato da finte patrimoniali.

È allora indispensabile uno sforzo da parte di tutti gli attori politici e sociali, uno sforzo anche culturale, per delineare una prospettiva comune e mettere in campo misure e interventi condivisi per costruire la San Marino del dopo pandemia.

Ad eccezione del settore industriale, in tutti gli altri comparti dell’economia sammarinese il contratto non si rinnova da anni, con il record negativo della PA e delle banche che attendono il nuovo contratto da un decennio. Parliamo di circa 15 mila lavoratori che devono fare i conti con un blocco normativo e retributivo che sta durando da troppo tempo.

Eppure non c’è bisogno di guardare all’isola felice rappresentata dai paesi scandinavi, ma alla vicina Italia, dove, in piena pandemia sindacati, imprese e Governo non hanno perso tempo e hanno sottoscritto due importanti rinnovi contrattuali: quello dei metalmeccanici e quello del Pubblico Impiego.

Non solo: è arrivata anche la storica intesa con il colosso dell’e-commerce Amazon, che ha firmato con CGIL-CISL e UIL il contratto della logistica. Mai successo in nessun altro Paese al Mondo.

Oltre confine si è insomma capito che era urgente lanciare un segnale di fiducia al sistema economico e insieme di tutela dei lavoratori stremati dai lunghi mesi di lockdown.

Sì è capito che l’aggiornamento dei salari e delle garanzie è un propulsore di crescita.

Tutte le previsioni economiche dicono che in Europa è in corso una forte ripresa e che l’Italia, con un rimbalzo del 6% del PIL, è il Paese che crescerà di più. Questo significa che Regioni come l’Emilia Romagna e Marche, segneranno una ripresa con percentuali quasi doppie.

La nostra Repubblica è geograficamente al centro di questo vigorosa crescita economica e infatti, dopo molto tempo, quest’anno le stime dicono che il nostro PIL crescerà del 5,5% e che l’occupazione è in aumento non solo nel settore manifatturiero. Anche il comparto commerciale negli ultimi sei anni ha aumentato la sua base occupazionale in maniera significativa, creando quasi 400 posti di lavoro corrispondenti ad un aumento percentuale del 15% e il settore delle Costruzioni ha interrotto la striscia negativa e addirittura negli ultimi tre anni segna un aumento del 7%.

A questo quadro economico va aggiunta la recente fiammata dell’inflazione, che toccando il 2,6% è arrivata ai massimi da ottobre 2012. 

Non ci sono più alibi che giustificano questa lunga paralisi contrattuale che, ripeto, riguarda la quasi totalità del mondo del lavoro, perché così lanciamo il segnale di un Paese ripiegato su sé stesso, impaurito, con la testa rivolta al passato e incapace di capire in che direzione va il futuro.

L’esempio più lampante è il blocco decennale della PA. Davvero un’eternità rispetto ai vorticosi cambiamenti che attraversano il mondo del lavoro. E ancora di più dopo l’emergenza sanitaria e sociale causata dalla pandemia.  Una emergenza che ci ha fatto riflettere su tanti aspetti del nostro modo di vivere e ci ha rivelato, con la sanità e la scuola pubblica in prima linea nella battaglia contro il Covid, la centralità del settore pubblico nel proteggere il nostro modo di vita e la qualità della nostra stessa vita.

Di fronte a un blocco contrattuale decennale, una sostanziale crescita economica e una fiammata inflattiva, è davvero arrivato il momento di aprire la stagione dei rinnovi contrattuali.

Per la Confederazione Democratica fare i contratti è una bussola imprescindibile. Ci faremo presto promotori con CSdL e USL per elaborare una strategia rivendicativa sul piano contrattuale.

I contratti vanno rinnovati senza se e senza ma, per questo siamo pronti a mobilitarci e se necessario salire sul Pianello. 

Avviandomi alle conclusioni

La CDLS resta convinta che l’anima sindacale per lo sviluppo di nuove idee, progetti, e conquiste sociali risieda nel valore dei rapporti unitari.

Negli ultimi tempi purtroppo, dalla vicenda sull’utilizzo dei fondi pensione al decreto sul lavoro occasionale, tra CDLS e CSdL si sono verificate occasioni di attrito e ancora oggi all’interno della Centrale Sindacale Unitaria manca il necessario confronto e una comune visione strategica.

Ricordo a tutti che appena tre anni fa, la CSU ha chiamato i lavoratori in piazza con la parola d’ordine “Uniti per il Paese”, perché l’unità, la coesione e la condivisione di obiettivi rappresentano il vero punto di forza per i lavoratori.

Lavoratori che vedono nella CSU il sindacato che li rappresenta e mai comprenderebbero spaccature dei gruppi dirigenti che non hanno nessun reale riscontro nella quotidianità all’interno delle fabbriche, delle aziende e degli uffici.

Se dopo oltre 40 anni di impegno unitario, e soprattutto in momenti difficili come questo, non abbiamo ancora capito che il valore e il peso dell’unità rappresenta un significato profondo per migliorare la vita dei lavoratori, dobbiamo tutti fermarci per fare una profonda riflessione. 

Per questo ritengo necessario aprire una verifica dello stato dei rapporti unitari con l’obiettivo di rendere più fluidi ed efficaci i processi decisionali, aumentare l’efficienza organizzativa, ma in primo luogo condividere un’idea di modello di sviluppo che dia più dignità e diritti al lavoro.

Oggi più che mai infatti la Confederazione Democratica è convinta che il mondo del lavoro abbia bisogno di una rappresentanza sindacale forte e unita e che sia necessario sederci attorno a un tavolo per rilanciare un deciso impegno comune. Va fatto però nella chiarezza e soprattutto nel rispetto reciproco anche di fronte a opinioni diverse.

Impegno comune che necessariamente deve partire dalle nuove piattaforme per i rinnovi contrattuali attraverso una strategia che veda protagoniste tutte e tre le sigle sindacali. Non solo: abbiamo il dovere di condividere progetti di miglioramento della sanità e fare fronte comune sulle sfide cruciali delle riforme: quelle delle pensioni, del fisco e del lavoro.

La sintesi unitaria, permettetemi la battuta, è il minimo sindacale davanti ai cambiamenti epocali che abbiamo di fronte. 

Le diseguaglianze sono un avversario ben più sofisticato e temibile della povertà novecentesca: non basta il Pil per misurarle perché non sono esclusivamente uno status economico, ma sono diventate un sentimento collettivo. Sentimento che genera la diffusa sensazione di essere “dimenticati” o “scartati” da processi economici cinici, spietati e impermeabili alle sofferenze delle persone.  

La risposta alle diseguaglianze è nel proteggere chi sente di esserne vittima e ciò significa ridisegnare i compiti dello Stato, destinando una parte strategica delle risorse pubbliche alle necessità fondamentali degli individui: a cominciare dalla riqualificazione professionale per convivere con le nuove tecnologie e dalle garanzie sanitarie per una popolazione sempre più anziana. Ovvero, proteggere lavoratori e terza età con riforme capaci di trasformarli nelle leve di un nuovo tipo di sviluppo, basato su programmi di lungo termine e nuove protezioni sociali.

Come disse Robert Kennedy in un visionario discorso all’Università del Kansas del marzo 1968 “il limite del Pil” è nell’essere “basato sui numeri” e “non considerare la felicità degli individui”. Concetto ribadito in questi giorni anche dal professor Giorgio Parisi, neo premio Nobel per la fisica, che ha parlato dell’inadeguatezza del PIL nel misurare l’economia perché “cattura la quantità ma non la qualità della crescita”.

Davanti alla devastazione economica causata dal coronavirus, la sfida per una democrazia avanzata è ricostruirsi partendo dunque dagli individui, proteggendoli dai nuovi pericoli e aiutandoli a risollevarsi andando incontro alle dinamiche dell’economia digitale dove l’intelligenza artificiale sta assumendo il ruolo che ebbe l’elettricità nella rivoluzione industriale. 

Vorrei in chiusura condividere le parole che la poetessa di colore Amanda Gorman pronunciò durante la cerimonia d’insediamento del presidente americano Biden.

Parole che possono parlare anche alla nostra Repubblica e al nostro cuore, soprattutto dopo un periodo di difficoltà: disse,

‘E così alziamo il nostro sguardo, non per cercare quel che ci divide ma per catturare quel che abbiamo davanti: finché avremo gli occhi sul futuro la storia avrà gli occhi su di noi'”.

Trasformiamo San Marino.

Ringrazio tutti i colleghi della segreteria, delle Federazioni, le nostre ragazze dell’amministrazione, l’ufficio stampa della CDLS, e ringrazio voi per avermi ascoltato.

W i lavoratori, W il sindacato, W la Confederazione Democratica, W San Marino.

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