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Regionali: regge il Governo, il Pdl un po’ meno

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La spallata al berlusconismo non c’è stata, la botta al Pdl sì. I dati dell’astensione, alta come non mai, potevano far pensare a un effetto francese: un non-voto di punizione al Governo. Così non è stato. Paradossalmente è stata la Lega a salvare la maggioranza. Ma, per salvarla, al Nord ha fatto a fette il Pdl. Cosicché, seppure col passo del gambero e seppure con la tara delle liste locali che hanno tolto voti ai partiti maggiori, ora Pdl e Pd pari sono intorno al 26%.

Gli equilibri tra maggioranza e opposizione non sono molto cambiati. Come avevamo anticipato prima del voto, la partita si è giocata in Piemonte e in Lazio. Al momento in cui scriviamo, nel testa a testa notturno, è impossibile fare pronostici, ma Cota e Polverini sembrano in vantaggio. D’altra parte, il centrosinistra conserva Liguria al Nord e Puglia al Sud. Se finisce così, se ne potrà dedurre un sostanziale pareggio, perché il raffronto con cinque anni fa, un’altra èra politica, è impossibile. Il centrosinistra può dire di essere tornato competitivo, ma il centrodestra è ben lontano dall’abdicazione. La maggioranza del Paese resta orientata a centrodestra, ma il centrosinistra non boccheggia più come dopo le sconfitte di Molise e Sardegna.

Con sette regioni sicuramente conquistate, e cioè la maggioranza delle poste in gioco, il centrosinistra si è potuto vantare ieri di aver ottenuto il minimo sindacale per definirsi vivo e combattivo. In quell’area si affermano però figure politicamente anomale, non sempre assimilabili al Pd. Il caso di Vendola è il più clamoroso, ma anche il buon risultato della Bonino allude a un’altra idea di politica e di alleanze. Per giunta, in Piemonte il voto ai “grillini” è risultato decisivo e in Emilia è stato travolgente, in entrambi i casi a scapito del centrosinistra, nonostante una sostanziale tenuta di Di Pietro sulle percentuali delle europee. Questo vuol dire che il bipartitismo si indebolisce a sinistra come a destra, e che il Pd soffrirà problemi di egemonia nel suo campo certamente non inferiori a quelli sofferti finora. Di più: il modello dell’alleanza con Casini, su cui si fondano le speranze per le prossime elezioni politiche, non esce premiato dalle urne. Ha funzionato in Marche e in Liguria, ma non in Piemonte (indipendentemente dal risultato finale), dove faceva la sua prova più importante per fermare l’ondata leghista.

Ma queste elezioni servivano anche a capire che equilibri o squilibri reggeranno la maggioranza di centrodestra nei prossimi tre anni di governo, durante i quali, elezioni di Milano a parte, non ci saranno tornate elettorali di rilievo. E, da questo punto di vista, il risultato è inequivoco: sarà la Lega ad avere la golden share e a dettare stile e agenda di governo. Il trionfo di Zaia in Veneto, perché di questo si tratta, che ha inflitto un distacco abissale al candidato del centrosinistra (un’imitazione di leghista) ma anche al Pdl, portando il Carroccio a percentuali democristiane che sfiorano il 40%; l’evidente riuscita della candidatura di Cota; il quasi pareggio con il Pdl di Formigoni in Lombardia; lo sfondamento in territori lontani come l’Emilia e perfino l’apparizione in Umbria, segnalano un successo netto del partito di Bossi.

Sul piano della stabilità di governo, questa onda verde è gestibile per Berlusconi: Bossi non è più un avventurista, nel centrodestra ci sta come il topo nel formaggio, nel senso che se lo mangia e si ingrassa. Non farà alzate di testa, e anzi potrebbe perfino imporre a Berlusconi una maggiore prudenza nei rapporti con l’opposizione, essenziale per quelle riforme, in primis il federalismo, che alla Lega interessano più di ogni altra cosa.

Ma, se si guarda invece alla complessa partita della successione, che è poi l’unica partita che orienta le mosse e i comportamenti nel centrodestra, è evidente che dal voto esce un ulteriore rafforzamento di Giulio Tremonti. La sua gestione della crisi economica si è dimostrata capace di far reggere il governo mentre in altri paesi le maggioranze si sono liquefatte (vedi Francia). Ma, allo stesso tempo, è stata avara di soldi pubblici per le fregole elettorali di Berlusconi, che avrebbe volentieri aperto i cordoni della borsa prima del voto. Soprattutto, Tremonti è diventato il grande intermediario tra il Nord e Roma, il ministro di cui la Lega si fida, il potere cui guarda il sistema bancario e produttivo del settentrione semplicemente perché ne è l’unico interlocutore, e anche il tessitore di trame fitte e nuove, bipartisan se così si vuol dire, con pezzi dell’establishment che non sono affatto berlusconiani.

Se questo ragionamento è vero, il voto segnala anche un calo delle quotazioni di Fini (e di conseguenza di Casini). È vero che l’azione e l’iniziativa del Presidente sono di lungo periodo, e guardano in ogni caso al post-berlusconismo, però è altrettanto evidente che il voto non gli apre grandi spazi di manovra. Primo perché il berlusconismo ha resistito anche a questa ordalia, e dunque lo scenario si allontana; secondo perché ha vinto il modello opposto nella maggioranza, e cioè il leghismo; e terzo perché uno dei suoi due candidati, la Polverini, ha arrancato durante la campagna elettorale e nelle urne, molto più di quanto si potesse pensare appena un mese fa, quando di fatto era data per vincitrice facile dopo la rovina del caso Marrazzo e contro una candidatura così divisiva come Emma Bonino.
In definitiva ci si può aspettare tre anni simili a quello appena passato. ll centrodestra tutto occupato a decidere che cosa diventare dopo Berlusconi, e il centrosinistra tutto occupato a costruire un’alternativa a Berlusconi che ancora non c’è. In questo senso, le elezioni regionali sono state un’occasione mancata, da tutti i punti di vista. Sia prima, che dopo il voto.

Di Antonio Polito (ditrettore il Riformista)

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