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Quanto vale davvero la laurea

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La laurea serve, specialmente nella pubblica amministrazione. Grazie al valore legale del titolo di studio, prendere una laurea significa spesso ottenere un avanzamento di carriera e di stipendio. E infatti sono tanti i già occupati (specie dipendenti pubblici) che nell’ultimo decennio hanno scelto di iscriversi all’università, per esempio sfruttando lo sciagurato programma Laureare l’esperienza, che permette di conseguire l’agognato pezzo di carta con un numero di esami nettamente inferiore a quello richiesto agli studenti normali, che gli esami li devono dare tutti.

Per non parlare del famigerato 3+2, che ha permesso a centinaia di migliaia di giovani di conseguire una laurea leggera, senza i tempi e gli sforzi richiesti un tempo. E tuttavia negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, nella realtà e nella percezione della realtà. Dal 2003 il numero di matricole ha smesso di crescere e anzi è cominciato a diminuire. E cala la fiducia nell’utilità della laurea. La gente non ci crede più, o ci crede di meno che in passato. Ma ha ragione? Dipende dall’angolo visuale da cui guardiamo le cose.

Se guardiamo al numero di laureati degli altri paesi europei, non possiamo che sgridare i nostri giovani e le loro famiglie: l’università italiana sforna troppo pochi laureati, circa 20 giovani su 100 contro i 35 dell’Europa. Ma se guardiamo alle possibilità di impiego e ai guadagni, bisogna ammettere che la credenza che la laurea non serva granché è sostanzialmente giustificata. Non solo perché in Italia il tasso di disoccupazione dei giovani laureati è maggiore di quello dei diplomati, ma perché la capacità della laurea di incrementare le retribuzioni è fra le più basse d’Europa. Secondo un recente studio di Maurizio Franzini e Michele Raitano, il miglioramento retributivo imputabile alla laurea (rispetto a chi ha solo un diploma di maturità) è del 40 per cento in Francia, del 35 nel Regno Unito, del 34 in Spagna, ma scende al 20 per cento in Italia: un differenziale decisamente troppo basso per giustificare anni di studio e di mancati guadagni.

A che cosa dobbiamo un simile insuccesso professionale dei nostri laureati? Probabilmente ad almeno tre fattori. Innanzitutto la scarsa domanda di personale altamente qualificato da parte del nostro sistema economico, una realtà che perdura da anni e che è all’origine della più volte lamentata fuga dei cervelli (migliaia di laureati italiani ogni anno vanno a lavorare all’estero). In secondo luogo il basso livello medio dei nostri studenti universitari, a sua volta dovuto alla scarsa preparazione dei nostri diplomati rispetto a quelli degli altri paesi sviluppati: per farsi un’idea di quanto siamo  messi male basta dare un’occhiata ai risultati dei test Pisa sui livelli di apprendimento dei quindicenni. E infine la bassa qualità scientifica, didattica e organizzativa delle università italiane: una realtà che a noi professori non piace vedere, ma che chiunque può riconoscere a occhio nudo.

Di Luca Ricolfi (Panorama)

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