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Piccoli schiavi

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Drammatiche le cifre del lavoro minorile emerse durante la serata pubblica promossa dalle confederazioni sindacali e Mani Tese.

San Marino, 25 maggio 2005

Drammatiche le dimensioni dello sfruttamento infantile: nel mondo sono 346 milioni i bambini costretti a lavorare. Se n’è discusso martedì 24 maggio durante la serata promossa dal sindacato e Mani Tese.

Durante l’incontro, organizzato nell’ambito della Global March, marcia globale contro lo sfruttamento dei bambini (partita nel 1998), si sono succeduti gli interventi dei dirigenti sindacali Gilberto Piermattei (CSdL) e Luca Montanari (CDLS), della relatrice Giulia Cordella, esperta dell’Ufficio relazioni esterne di Mani Tese, e di Anna Canarezza, di Mani Tese San Marino.

Innanzi tutto è stato tracciato il profilo di questo fenomeno. Nel mondo, dei 346 milioni di bambini che lavorano, solo un terzo lo fanno in condizioni minamene “accettabili”. I due terzi di loro, invece, sono sottoposti a condizioni di vero e proprio sfruttamento, se non addirittura di schiavitù.

Sono 187 milioni i bambini impiegati nelle peggiori forme di sfruttamento: prostituzione, arruolamento in gruppi armati, attività criminali. Forme aberranti che ledono anche lo sviluppo psicologico dei minori, impedendo loro qualsiasi possibilità di recupero o reinserimento sociale.

Il restante sono impiegati nel lavoro pesante: miniere, acciaierie, cave, fabbriche, agricoltura, con turni massacranti anche di 12 ore al giorno, e l’impossibilità di ricevere una qualsiasi istruzione. Il 60% dei bambini sfruttati si trova in Asia, il 30% in Africa, il 7% in America latina, il 2% nei paesi industrializzati (sono impiegati soprattutto in occupazioni domestiche).

Il lavoro minorile è per larga parte conseguenza diretta della povertà e dell’arretratezza economica, e dell’assenza di diritti dei lavoratori adulti, anch’essi sfruttati e schiavizzati in molte parti del mondo, e quindi di fatto costretti a far integrare ai loro figli il reddito familiare. È dunque in primo luogo indispensabile affermare standard minimi di protezione sociale e di rispetto dei diritti sindacali dei lavoratori adulti. È questa la nuova sfida del sindacalismo internazionale.

Anche la cosiddetta delocalizzazione dell’economia, con il trasferimento di segmenti di produzione in Asia, Sud America, Africa, sta ingrossando le fila dei bambini lavoratori. Protagoniste sono le aziende occidentali, che spesso esportano alcune fasi della lavorazione dei prodotti in paesi dove i diritti dei lavoratori sono inesistenti e i governi più accondiscendenti, e in cui si può facilmente sfruttare il lavoro dei bambini, soggetti per nulla tutelati, facilmente controllabili e incapaci di reagire ad ogni vessazione, a cui sono imposti di turni di lavoro massacranti, in ambienti di lavoro malsani e pericolosi.

La Global March (marcia globale contro lo sfruttamento dei minori), che ha fatto tappa a San Marino nel 1999, ha avuto il merito di portare alla luce in molti paesi del mondo questa drammatica realtà, mobilitando e aggregando un grandissimo numero di organizzazioni e di persone nella lotta contro questa aberrante forma di sfruttamento e di schiavitù.

Tra le iniziative per combattere lo sfruttamento infantile, che anche la stessa Mani Tese porta avanti in collaborazione con le ONG locali, vi sono progetti integrati nelle aree dove questo problema è più sentito (ad esempio in India), finalizzati ad aiutare le famiglie – ad esempio con attività di formazione e forme di microcredito – ad avere una propria capacità di reddito, consentendo ai bambini di dedicarsi all’istruzione e alla costruzione di un futuro migliore.

Fondamentale anche il ruolo dei cittadini consumatori, che astenendosi dall’acquistare prodotti realizzati con il lavoro minorile possono esercitare una efficace forma di deterrente e disincentivo verso le aziende che ricorrono a questa inumana forma di sfruttamento.

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