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Pd e Pdl, due partiti nati vecchi

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Apparentemente nulla di nuovo. Anche nella legislatura 2001-2006 la destra al governo era dilaniata dai conflitti interni. Ricordate la defenestrazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, accusato di prevaricare gli altri ministri? E le continue punzecchiature di Marco Follini (allora segretario dell’Udc) nei confronti del premier Berlusconi? E poi, alla fine di quella legislatura, la campagna elettorale con l’attacco «a tre punte» (Berlusconi, Fini e Casini), un modo calcistico per dire a Berlusconi che non era l’unico leader, e che la corsa per la successione era iniziata?

Eppure oggi è diverso. Non so come andrà a finire la disfida tra Fini e Berlusconi, e non ho la minima idea delle motivazioni personali del presidente della Camera, che potrebbero spaziare dalla comprensibile irritazione per gli sgarbi di Bossi e Berlusconi verso la terza carica dello Stato, alla legittima aspirazione a divenire Presidente della Repubblica nel 2013, con il concorso dei voti delle opposizioni. Però sono convinto di una cosa: comunque vada a finire, nulla sarà come prima, né a destra né a sinistra.

Perché, con il trionfo della Lega alle Regionali di marzo, tutto è cambiato, non solo nei rapporti interni al centro-destra, ma nella struttura profonda del sistema politico italiano.
Se dovessi sintetizzare in una formula il cambiamento, direi: dopo il voto di marzo è diventato evidente che la posta in gioco fondamentale del conflitto politico non ha più nulla a che fare con la classica opposizione fra destra e sinistra. Oggi è molto più chiaro di ieri che nel sistema politico italiano si giocano due partite distinte, nessuna delle quali ha a che fare con destra e sinistra: la prima partita è quella del federalismo, divenuto improcrastinabile dopo il successo della Lega; la seconda è quella delle regole del gioco, ovvero riforma della giustizia, presidenzialismo, legge elettorale. Ora, il problema è che su questi due fondamentali terreni di gioco le varie forze politiche non si distinguono più sull’asse destra-sinistra; non solo, ma i due principali partiti, Pdl e Pd, risultano profondamente divisi al loro interno. Di qui le spinte scissioniste presenti in entrambi, non solo nel Popolo della libertà. Oggi parliamo di una possibile scissione all’interno del Pdl da parte dei nostalgici di An, guidati da Fini. Ma fino a pochi giorni fa parlavamo di una possibile scissione all’interno del Pd da parte dei sognatori di un «Partito democratico del Nord», guidati da Cacciari e Chiamparino.

Sembrano due cose diverse, ma è lo stesso processo. La vittoria della Lega, combinata con la prospettiva di tre anni (2010-2011-2012) sgombri da elezioni, ha improvvisamente riportato al centro del dibattito politico il federalismo, e questo semplice fatto sta costringendo i due maggiori partiti a fare due conti. Una parte del Pdl si rende conto che l’asse Bossi-Berlusconi porterà a un’emorragia di voti nel Sud: non per nulla i finiani chiedono innanzitutto «maggiore attenzione» per il Mezzogiorno. Simmetricamente una parte del Pd si rende conto che senza una svolta federalista il Pd stesso è destinato a scomparire dal Nord: ora che gli elettori del Centro-Nord stanno voltando le spalle al partito, non sono solo più Illy e Cacciari a rivendicare «maggiore attenzione», in questo caso alle istanze del Nord.

Se Pdl e Pd scricchiolano, dunque, non è solo perché i loro dirigenti sono litigiosi e irresponsabili. La ragione vera è che Pd e Pdl, per quanto appena nati, sono già due partiti vecchi. Credono di rappresentare la sinistra e la destra, in un momento in cui il conflitto centrale non è fra eguaglianza e libertà, ma molto più prosaicamente fra interessi dei territori produttivi (non tutti nel Nord) e interessi dei territori assistiti (non tutti nel Sud). Se Fini e Chiamparino facessero il grande passo, quello cui potremmo assistere è un pericoloso conflitto fra uno schieramento «nordista», formato da Lega, Pd del Nord e Pdl (senza i finiani), e uno schieramento «sudista», formato dalla resuscitata Alleanza nazionale, dall’Udc e dal Pd nazionale (privato della costola del Nord).

Non è tutto, però. A complicare il gioco c’è la seconda grande posta in palio, quella delle regole. Qui il conflitto fondamentale è fra le istanze decisioniste e populiste del premier, assecondate dalla Lega, e le preoccupazioni per l’equilibrio dei poteri, che accomunano la sinistra, il centro cattolico, i finiani di Alleanza nazionale. Il tutto ingarbugliato dal fatto che, nel campo degli oppositori di Berlusconi, alcuni hanno nostalgia della prima Repubblica e altri sognano la terza; alcuni sono intransigenti nella difesa della magistratura, altri sono critici verso di essa. Di qui la paralisi del Pd, indotto a vedere Fini come una sponda quando si parla di riforme istituzionali, e come un nemico delle istanze modernizzatrici del Centro-Nord quando si parla di federalismo.

Il rischio, a mio parere, è che questa incapacità di Pd e Pdl di rappresentare le effettive poste in gioco ci precipiti in un marasma mediatico e istituzionale, in cui per tre anni si combatteranno – probabilmente senza vincitori né vinti – due battaglie entrambe pericolose: quella fra Nord e Sud e quella fra picconatori e conservatori della Costituzione. Quando invece la battaglia decisiva è una sola, perché l’Italia ha bisogno di modernizzazione sia in campo economico-sociale (fare il federalismo) sia in campo istituzionale (cambiare la Costituzione). Purtroppo una forza politica che rappresenti compiutamente questa doppia esigenza non esiste. A sinistra prevale la paura di cambiare, perché le istanze del cambiamento sono rappresentate dalle pulsioni anti-meridionaliste della Lega e da quelle anti-istituzionali di Berlusconi, un cocktail sufficiente a paralizzare il partito di Bersani e a scatenare il conservatorismo di sinistra. A destra prevale la voglia di cambiare, ma il cambiamento assume spesso tratti inquietanti: la Lega vuole soprattutto più potere nelle amministrazioni locali, come si è subito capito dalle sparate di Bossi sulle banche («ci tocca anche una fetta di banche»); quanto al Pdl, è piuttosto chiaro che la madre di tutte le priorità è proteggere il premier dall’azione dei giudici. Così nulla cambia, e il nostro Paese, mestamente e inesorabilmente, prosegue nel sentiero di declino che ha imboccato da qualche anno.

Di Luca Ricofli editorialista La Stampa

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