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Obama, la frustrazione di un leader

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Un altro viaggio nel Golfo per consolare pescatori, gestori di ristoranti e albergatori: il quarto da quando, otto settimane fa, l’America e la Casa Bianca sono sprofondate nell’incubo nero e appiccicoso dell’«oil spill». Poi il messaggio solenne alla nazione dallo Studio Ovale e, ieri, le «sculacciate presidenziali » in diretta tv ai capi della Bp, costretti ad accantonare in un fondo speciale 20 miliardi di dollari per indennizzare le vittime della «marea nera».

ESASPERATO – Tra coloro che hanno accesso al team di Barack Obama, c’è chi descrive un presidente esasperato e frustrato per l’accavallarsi di problemi enormi che non ha gli strumenti per risolvere: dalla «coda lunga» della grande recessione che si porta dietro una pesantissima disoccupazione destinata a protrasi per molti anni a una catastrofe ambientale nata da un eccesso di fiducia nella tecnologia e da problemi di ingegneria estranei alle competenze di Obama e ai quali il presidente ha faticato per settimane ad appassionarsi. Per non parlare del fronte esterno: la guerra in Afghanistan che ha preso una bruttissima piega, le nuove difficoltà in Iraq, lo stallo con l’Iran, la situazione esplosiva in Palestina. «Potesse mettere indietro le lancette dell’orologio, probabilmente non si ricandiderebbe» dice qualcuno.

SORPASSO – Forse sono solo spifferi, voci dissenzienti che ci sono sempre nelle corti dei potenti, ma non c’è dubbio che Obama sia oggi un presidente e un uomo esasperato: l’alone leggendario, l’entusiasmo della campagna elettorale si sono dissolti da tempo. Il suo carisma era andato in pezzi già durante la battaglia per la sanità. Dopo l’approvazione della riforma, il leader democratico aveva cercato di ricostruirsi un’immagine di «presidente del fare », premendo sul Congresso per un’altra riforma, quella del sistema finanziario. Il disastro della Bp l’ha fatto sprofondare di nuovo in un incubo: un problema sul quale il governo non ha controllo, gli avversari che lo accusano di colpe che non ha, gli amici che lo invitano a non parlare della catastrofe col distacco di un accademico, a mostrare più partecipazione umana al dramma delle vittime dell’onda nera, più rabbia contro Bp. E i sondaggi che, inesorabili, misurano il continuo calo della sua popolarità fino al punto di subire il «sorpasso» di Hillary Clinton.

CORRENTE – A corto di strumenti operativi, il presidente che prometteva cambiamenti epocali viene trascinato da una corrente limacciosa: per adesso cerca solo di evitare di schiantarsi contro gli scogli usando meglio le sue doti dialettiche e la forza simbolica della Casa Bianca. Anche per questo ha scelto di parlare per la prima volta dallo studio ovale, il luogo dal quale Bush si rivolse agli americani dopo l’attacco alle Torri Gemelle e Reagan espresse il dolore di un’intera nazione quando la navetta spaziale «Challenger» si trasformò in una palla di fuoco. Riempiendo il suo discorso di termini militari: mobilitazione, piano di battaglia, assedio, missione nazionale.

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CAMBIARE – Ma, alla fine, il cuore del suo messaggio è l’esortazione a cambiare rotta sull’energia, smettendo di puntare sui combustibili fossili. Le norme che dovrebbero incidere su questa realtà sono, però, bloccate al Senato dove i democratici sono divisi e non hanno comunque più la maggioranza qualificata necessaria per andare avanti. Una riforma che, prudentemente, Obama l’altra sera non ha nemmeno citato.

Di Massimo Gaggi opinionista Corriere della Sera

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