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Obama: guerra alle ingiustizie sociali

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Nel discorso annuale del presidente al Congresso riunito in sessione plenaria, Barack Obama ha rassicurato i suoi compatrioti che lo stato dell’Unione è “forte”. Non si ricorda a memoria d’uomo un presidente che abbia dichiarato il contrario. Persino Franklin Delano Roosevelt definì “forte” lo stato dell’Unione durante la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale.

 

Al di là della retorica, il discorso di Obama ha mostrato una dose massiccia di pragmatismo, sia sulle prospettive della politica estera sia su quelle dell’economia statunitense.

 

In politica estera, Obama ha confermato che questo è l’ultimo anno dell’intervento americano in Afghanistan: a fine 2014 gli ultimo soldati torneranno a casa. Non è tanto la fine della guerra in Afghanistan, quanto la conclusione della stagione delle guerre come quella in Afghanistan. Obama lo ha detto chiaramente: “non manderò le truppe in azione se non sarà veramente necessario”.

 

La dottrina Bush, secondo la quale gli Stati Uniti inviano i loro soldati nelle aree del mondo in cui un governo locale debole diventa il prerequisito per la creazione di una cellula terroristica che finirà per minacciare l’integrità degli Stati Uniti e la sicurezza dei suoi cittadini (Obama ha citato Yemen, Somalia, Mali e Iraq) va in soffitta, non tanto perché ideologicamente sbagliata, quanto perché economicamente insostenibile.

 

Il numero dei paesi nel caos aumenta (la Siria è un esempio) mentre le risorse militari ed economiche americane sono limitate e vanno amministrate con parsimonia. Per di più, la dottrina Bush, oltre che insostenibile, ha dimostrato di essere inefficace. Migliaia di soldati americani sono morti o rimasti feriti in Afghanistan, è stato speso un trilione di dollari, ma la sicurezza degli Stati Uniti è ancora a rischio e niente lascia presagire che la situazione migliorerà in futuro. Se le cellule terroristiche si diffondono, non è praticabile per gli Usa l’ipotesi di intervenire militarmente ogni volta che si crea una situazione à la Afghanistan.

 

Obama ha citato l’Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale responsabile per l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche e digitali di cittadini americani, per annunciarne la riforma. Non ha fugato lo scetticismo, però: se la guerra “fisica” al terrorismo diminuisce, come fa a ridursi anche quella informatica? Il programma dell’Nsa, che ha già arrecato seri danni d’immagine e credibilità all’amministrazione e sul quale continua a pendere la mannaia dell’incostituzionalità, rappresenta un alto costo politico per il presidente.


Oggi nell’immaginario collettivo Nsa non fa rima solo con “sicurezza”, ma anche con “diritti civili”. Obama sa che ci sono politici liberal che si stanno candidando al Congresso con un solo punto in agenda: abolire la parte del Patriot Act che prevede la creazione del sistema di spionaggio digitale. L’equilibrio tra sicurezza e libertà (di non essere spiati) non è stato approfondito nello State of the Union e probabilmente questa mancanza resta una delle debolezze del discorso stesso.


Obama ha posto il problema della giustizia economica al centro del suo discorso e delle sue preoccupazioni, facendone l’architrave del programma degli ultimi 3 anni della sua amministrazione. Ha creato una figura retorica, quella del paese in movimento e della politica ferma. Ha parlato di azione, ha promesso che si muoverà con o senza l’approvazione del Congresso. Al di là della retorica, il presidente è sembrato voler intendere che si impegna a invertire il trend degli ultimi decenni, in cui i ricchi sono diventati sempre più ricchi, piuttosto che a raggiungere risultati concreti in termini di eguaglianza economica.


Quello di Obama è un proposito, più che un piano d’azione. Questo perché, malgrado il deficit si sia ridotto, egli sa bene che c’è un problema inaggirabile: Washington non ha i mezzi per garantire un livello economico accettabile a ciascun americano.

 

Il discorso sullo stato dell’Unione è stato un mix di retorica e pragmatismo: la retorica ha colmato il gap tra quello che si deve fare in nome degli ideali e quello si può fare a fronte dei limiti del governo. Un esercizio di potere e politica nell’era dei limiti.

 

di Enrico Beltramini Limes

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