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Nuovi assetti di potere al tempo della crisi

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La crisi esplosa negli Usa e dilagata al livello mondiale avrebbe dovuto generare nuova consapevolezza sulla profondità dei cambiamenti economico-politici che, da alcuni decenni, stanno mutando gli equilibri di potere su scala regionale e globale. In realtà, però, una tale presa di coscienza non c’è stata o quantomeno non è stata così diffusa come chi studia questi fenomeni auspicherebbe. Certo il materiale non manca: dalla letteratura sulla globalizzazione a quella sull’ascesa cinese si sarebbero potuti ricavare dati e analisi utili per prevedere ed evitare in parte la crisi globale made in Usa, così come si sarebbe potuto creare un clima meno pregiudiziale verso la Cina e i cinesi e più critico nei confronti dei limiti e delle debolezze del capitalismo occidentale (pur ammettendo tutte le sue diversità interne – modello anglosassone e modello renano).

Non c’è ad esempio piena consapevolezza politica del fatto che l’Occidente non manterrà a lungo il proprio status di “mondo ricco e avanzato” rispetto al resto del mondo. La dipendenza del secondo rispetto al primo si è già, per molti versi, ribaltata. E’ l’Italia che corteggia Gheddafi e Putin, sono gli Usa che chiedono capitali e merci cinesi, e sono gli africani che prediligono gli investimenti cinesi e la cooperazione con le imprese di Beijing alle risorse dell’Occidente.

Le ragioni che spiegano questa inversione o transizione verso nuovi assetti di potere sono molte. In generale, possiamo partire dal sottolineare le differenze economiche al livello strutturale, brutalmente sintetizzabili considerando il rapporto tra Pil e reddito nazionale, cioè tra spese e redditi, oppure tra debito e risparmio. Nella maggior parte delle economie asiatiche il debito delle famiglie è pari al 50% del Pil, a fronte del 100% in molte economie sviluppate. In Cina e India questo dato è inferiore al 15%. Compariamo ora gli Usa e la Cina, a partire da queste differenze, anche per valutare parzialmente le varie risposte alla crisi e quindi la differenziazione geografica dei relativi impatti. Gli Usa hanno speso molo di più di ciò che hanno guadagnato (debito delle famiglie pari al 100% del Pil) ed hanno speculato di più di ciò che hanno prodotto (debito delle società finanziarie pari al 120% del Pil e crollo della produzione industriale), generando un recessione senza precedenti.

La Cina dal canto suo ha mantenuto il più alto tasso di risparmio al mondo senza però compromettere la sua crescita. Ancor di più in tempo di crisi, la Repubblica Popolare ha infatti mostrato la diversa efficacia delle sue politiche economiche rispetto ai modelli neoliberali occidentali: mantenendo il sistema bancario sotto controllo statale ha limitato gli investimenti puramente speculativi sui derivati, mentre aumentando gli investimenti in capitale fisso (+39% nella prima parte del 2009) e fornendo incentivi di sostegno alla domanda, soprattutto nelle aree più povere e marginali, ha aiutato l’occupazione, i salari e i livelli produttivi. Di conseguenza, tra il 2008 e il 2009, nel pieno della crisi globale, il Pil cinese ha continuato a crescere tra il 7 e il 9 per cento mentre gli Usa hanno registrato valori negativi oscillanti tra –5 e –2 per cento. Tante altre sono le ragioni della forza cinese che qui non possiamo considerare nel dettaglio. Sia però sufficiente ricordare la qualità della sua forza lavoro e le relative capacità gestionali, oppure la ricchezza imprenditoriale all’interno del Paese, che non può essere ridotta al modello delle state-owned enterprise: tra il 1990 e il 2001 il numero delle small enterprise è salito da 8 a 60 milioni, pari alla totalità della popolazione italiana.

Differenti modelli economico-politici domestici corrispondono dunque a condizioni strutturali divergenti. Stiamo parlando però di economie altamente internazionalizzate i cui andamenti hanno delle enormi implicazioni sul piano geopolitico mondiale. Quali sono i riflessi esterni di queste divergenze strutturali? Beijing si proietta in modo sempre più esteso in Asia, Africa e America Latina, agendo per scopi energetici, commerciali e strategici, mentre gli Usa difendono i loro spazi di intervento sostenendo l’espansione della Nato e il rafforzamento dei loro comandi militari macroregionali in giro per il mondo (PACOM, AFRICOM ecc). Queste sono solo alcune delle manifestazioni macroscopiche di un contesto competitivo segnato da cambiamenti profondi che hanno a che fare, in ultima analisi, con la trasformazione del sistema monetario ed energetico internazionale, quello dei petrodollari.

I dati dimostrano inequivocabilmente che il mondo in via di sviluppo, ex terzo mondo, ha cominciato a ridurre la propria dipendenza dai capitali statunitensi ed europei. Cosa che si traduce anche in una minore dipendenza politico-strategica. I capitali monetari accumulati negli ultimi 10 anni nell’oriente asiatico e nei Paesi esportatori di idrocarburi (fondi sovrani e riserve ufficiali), così come le azioni tese a realizzare un’architettura energetica più autonoma dall’Occidente (sotto l’impulso crescente degli investimenti cinesi) ci parlano di un mutamento che ha numerose implicazioni. La forza dell’Asian Development Bank (ADB) e la creazione del Fondo Monetario Asiatico sono, più nello specifico, sintomi esemplari di questa maggiore indipendenza nei confronti del FMI e della WB, le istituzioni del declinante Washington Consensus.

I flussi di petrodollari e di petroeuro verso Oriente, le nuove alleanze commerciali, politiche e militari bi/multinazionali, gli ampi progetti transnazionali di infrastrutturazione, che, tirando i flussi di petrolio e gas naturale verso est, entrano in competizione con il tradizionale predominio occidentale, non riguardano processi lineari e pacifici, ma, al contrario, articolati e turbolenti, come dimostrano i tanti fronti di tensione in Asia come in Africa. Ciò nonostante, alcune linee sono state tratteggiate e non è un caso che la Cina si senta oggi nella condizione di proporre soluzioni strutturali per contribuire al superamento della crisi. Si tratta di proposte sempre incentrate, ragionevolmente, sulla necessità di superare il fragile e insicuro sistema dei petrodollari, e di costruirne uno veramente multipolare, come apprendiamo continuamente dalle dichiarazioni rilasciate nei vari meeting internazionali, bi o multilaterali – G20, ASEAN, ADB, BRIC (Brasile, Russia, India, Cina).

Di: Fabio Massimo Parenti (geopolitica.it)

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