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Medioriente: la strategia di Obama

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Con il recente discorso al Dipartimento di Stato, il presidente Obama ha voluto pubblicamente chiarire la linea degli Stati Uniti sui drammatici sviluppi in Nord Africa e nel Medioriente. Ha anche annunciato alcune misure di assistenza soprattutto economica con cui gli Usa intendono sostenere il movimento di riforma politica e le masse che lottano per un cambiamento nei loro paesi.

Un discorso del genere era necessario, poiché l’amministrazione, di fronte a situazioni impreviste e completamente nuove, ha dovuto prendere numerose decisioni e lo ha dovuto fare in tempi brevi, dando talvolta un’impressione di incoerenza e incertezza. Quale linea ha dunque illustrato Obama?

Idealismo temperato
Sin dal suo insediamento, Obama è stato visto come un presidente idealista. Questa percezione non è infondata ma, se non la si qualifica, può essere fuorviante. Obama è in realtà un idealista moderato, che nell’azione si fa guidare da un pacato realismo. Il suo è un idealismo temperato. Quando è salito alla Casa Bianca aveva forse delle illusioni, ma è evidente che nei due anni trascorsi le ha dovute abbandonare.

In effetti, si è trovato a gestire un’eredità, assai difficile: due guerre in Medioriente, una situazione di “nuova guerra fredda” nella regione e l’esplosione di una grave crisi economica e sociale a livello mondiale, con epicentro negli Stati Uniti. La sua priorità è il ridimensionamento della proiezione mondiale del suo paese e una riabilitazione dei suoi fondamentali economici.

Gli sviluppi in Nord Africa e Medio Oriente si sono aggiunti a questa non facile situazione, mettendo ulteriormente a nudo l’insostenibilità delle alleanze americane nella regione. Non ci si può spendere in favore del movimento verde di Teheran e non appoggiare il popolo di piazza Tahrir e via via le altre masse che si stanno rivoltando contro dittature, la cui sostanza è, in fin dei conti, identica.

Sono anni che si parla di duplicità dell’Occidente, che critica i governi, ma poi li sostiene, nel silenzio di un’opinione pubblica araba repressa e spaventata. L’iniziativa ora, del tutto inedita, delle stesse masse arabe non permette più nessuna duplicità: o si è con loro o contro di loro. Nel suo discorso Obama si è nettamente schierato dalla loro parte.

Tuttavia, sin dall’inizio Obama ha capito che non poteva intervenire direttamente nelle varie crisi, sia perché appunto impegnato a gestire un inevitabile ridimensionamento della potenza americana, sia perché è stato proprio l’interventismo della precedente amministrazione a determinare, oltre che una crescita considerevole dei sentimenti anti-americani, i problemi che oggi condizionano e limitano l’azione degli Usa. Obama l’aveva già detto, a chiare lettere, nel discorso di due anni fa al Cairo.

Di qui la prudenza del suo discorso: appoggio alle popolazioni in rivolta, ma senza interventi diretti (o con interventi limitati e strettamente fondati sulla legalità internazionale, come in Libia). Un profilo tendenzialmente basso.

D’altra parte, è anche evidente che gli Usa non possono contare sull’aiuto europeo, molto limitato sia dal punto di vista militare che politico, benché gli eventi si stiano svolgendo nel “vicinato” dell’Ue. In effetti, mentre Obama si è sforzato di chiarire, con il suo discorso, cosa gli Usa intendono fare, una dichiarazione analoga non c’è ancora stata da parte europea. Gli europei si sono finora limitati a prefigurare un miglioramento della politica mediterranea in atto, ma senza nessuna novità sostanziale.

Washington ha preso atto dell’insostenibilità dell’equilibrio regionale, qualunque sia l’esito della “primavera araba”. È del tutto evidente che si sta profilando un nuovo quadro strategico nell’area. L’esito della trasformazione in atto non è però prevedibile. Ed è per questo che la Casa Bianca ha giustamente adottato un atteggiamento di cautela, pur esprimendo un appoggio trasparente e univoco ai processi di democratizzazione e riforma, con molta assistenza e pochissimo, preferibilmente nessuno, intervento militare.

Profilo basso
Un’impostazione analoga ha avuto la parte del discorso dedicata al conflitto israelo-palestinese. Nell’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, svoltosi il giorno dopo il discorso di cui si è detto, Obama ha espresso una posizione articolata, ma, in quanto tale, anche problematica: ha dato atto a Netanyahu dell’impossibilità di negoziare con un’entità palestinese come Hamas, che non riconosce l’esistenza di Israele, e della necessità che Gerusalemme abbia adeguate garanzie di sicurezza, ma ha rimarcato l’urgenza di una soluzione negoziata basata sul paradigma dei due stati e ha inserito un parametro inatteso, asserendo che i negoziati devono partire dall’accettazione dei confini del 1967 con aggiustamenti – scambi di territorio – da concordare.

In fondo, questo è un nuovo tentativo di ottenere un blocco preliminare degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nell’incontro con Netanyahu, come nel discorso del giorno prima, Obama ha tuttavia sostenuto che devono essere le parti a raggiungere una soluzione negoziata: gli Usa non possono né vogliono imporre una soluzione dall’esterno. Ha infine annunciato il parere negativo degli Usa sulla mozione per il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente, che i palestinesi sono intenzionati a presentare alla Assemblea generale dell’Onu a settembre.

Il presidente americano ha quindi delle sue idee su come debba essere fatta la pace – diverse peraltro da quelle del suo consigliere Dennis Ross, che non era favorevole a indicare i confini del 1967 come base negoziale di partenza – ma ha anche messo in chiaro che gli Usa non intendono spendersi più di tanto. Anche qui quindi una linea di basso profilo, pur nella riaffermazione di alcuni punti fermi.

Onda corta e lunga
Questa strategia – che Edward Luttwak definirebbe probabilmente più “bizantina” che “romana” – riconosce le forze del cambiamento come fattore di lungo periodo, mentre nel breve e medio termine sconta difficoltà e arresti nel movimento di riforma. È una posizione sostenuta, del resto, da molti autorevoli commentatori del Medio Oriente, fra cui, ad esempio, Rami Khouri.

Compatibilmente con la loro situazione attuale, gli Usa si apprestano a sostenere con un robusto intervento economico e, laddove possibile, anche con sostegni diplomatici, l’onda corta delle rivolte, con l’obiettivo di aiutare l’onda lunga della trasformazione politica e sociale. Questa strategia flessibile ha naturalmente dei limiti: gli Usa si riservano nuovi interventi e misure di base all’evoluzione della situazione.

D’altronde la diplomazia è già al lavoro per evitare che il cambiamento danneggi gli interessi di fondo degli Usa e dell’Occidente. In questo quadro, l’attenzione è puntata soprattutto sull’Egitto, dove si profila una coalizione fra neonazionalisti e religiosi nei confronti della quale i paesi occidentali dovranno presto prendere posizione.

Di Roberto Aliboni vicepresidente dello IAI. (Affari internazionali)

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