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Parole e politca tra impoverimento e volgarità

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In una celebre pellicola del 1989, Michele Apicella – l’alter ego cinematografico di Nanni Moretti- urlava alla sua giovane  intervistatrice: “ma come parla? Le parole sono importanti! Chi parla male, pensa male”. In tal modo, il protagonista del film esprimeva tutto il suo disagio per l’imbarbarimento della lingua italiana e, soprattutto, per l’impoverimento del linguaggio mediatico, sempre più inflazionato dai termini stranieri e dagli slogan.

Come dare torto a Michele Apicella? Le parole sono davvero importanti: la sapienza popolare lo sa bene e ci avverte: “ferisce più la lingua che la spada”; il motto diametralmente opposto ( “stick and stones will break my bones and yet words will do me no harm”) non risulta troppo convincente, forse perché appartiene ad una cultura molto diversa dalla nostra; che le parole siano importanti lo sanno bene i giuristi, memori dell’insegnamento giustinianeo – ripreso anche da Dante nella Commedia- per cui esiste una stretta relazione tra i nomi e l’essenza delle cose (nomina sunt consequentia rerum);  lo testimonia una antica leggenda alchimista, in base alla quale è sufficiente scrivere una parola sulla fronte del Golem per donare ad esso la vita; ed è sufficiente cancellare una lettera da quella parola perché il gigante muoia; non possono dimenticarlo i fedeli, dato che nella Bibbia è scritto che in principio era il verbo; tutti conosciamo il senso ed il valore del battesimo e  preghiamo perché sappiamo che è sufficiente “una parola” di Dio, per trovare la nostra salvezza.

Insomma, potremmo dire, con Edgar Morin, che l’uomo ha inventato il linguaggio per comunicare, ma questo linguaggio, a sua volta, retroagisce ed influisce, in maniera determinante, sulla coscienza del soggetto parlante: in una formula, estremamente efficace e sintetica: “l’uomo si è fatto nel linguaggio che ha fatto l’uomo”. Infine, che il linguaggio sia importante lo sanno (o dovrebbero saperlo) i politici, non è un caso se ogni dittatura ha sempre provato a controllare, in prima battuta, le parole utilizzate dai cittadini.

Tuttavia, da circa venti anni, nel nostro Paese, la comunicazione politica è diventata estremamente scurrile e violenta. Molti onorevoli, senza alcuna vergogna o senso del pudore, spendono quotidianamente epiteti volgari nei confronti dei propri “nemici” (in special modo se si tratta di persone deboli ed in cerca di aiuto, come gli extracomunitari); si è persino giunti ad insultare, in un sol colpo, tutti gli elettori dei partiti avversi; ma non dobbiamo correre il rischio di stigmatizzare le parole violente solo quando a pronunciarle è qualcuno che, senza avere la cultura necessaria per argomentare correttamente, alza la voce ed aggrotta la fronte,  perché anche una barzelletta può ferire ed istigare alla violenza, soprattutto quando viene raccontata, con il sorriso sulle labbra, a chi sta vivendo un momento di difficoltà.

Per questo motivo, dovremmo ricordare alle più alte cariche dello Stato, e più in generale a chi fa politica, che le parole sono davvero pesanti, soprattutto perché superato un certo limite, rischiano di diventare bombe.  Teniamo bene a mente che la violenza non può mai avere una giustificazione, ma ciò non significa che non possa avere una causa.

Di: Guido Saraceni Professore Associato di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo.

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