Lavoro e gioventù sprecata
L’intervento del governatore di Bankitalia al Forex: «La disoccupazione sfiora il 30 per cento. I salari d’ingresso sono fermi su livelli al di sotto degli anni Ottanta. Aumenta la dipendenza dal reddito dei genitori. Vige il minimo della mobilità e il massimo della precarietà». Qualcuno se ne occupa?
La notizia, per le agenzie di stampa internazionali, è l’allarme sull’aumento dei prezzi nell’area euro. Ma il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, nel suo intervento al Forex, non parla solo ai banchieri (e agli analisti e operatori finanziari riuniti ieri ad ascoltarlo a Verona), europei o italiani che siano. Non sono univoci neanche i bersagli delle sue critiche. Draghi sferza l’esecutivo in carica, ma non risparmia i precedenti: «In Italia la crescita stenta da quindici anni».
A chi parla davvero Draghi? Interpretazione minimalista: alla platea del Forex. Versione macro: allaGermania, determinante perché la sua candidatura europea abbia successo. O forse la ragione è nel mezzo: all’Italia, al presidente del Consiglio che lo ha lanciato da tempo, ma non si sa quanto lo sostenga davvero – senza tralasciare, l’ultimo media di peso a farlo è Businessweek, che l’equazione con Berlusconi potrebbe finire per danneggiarlo – e al suo ministro dell’Economia.
Nel dubbio, Draghi non rinuncia a mettere il dito nelle piaghe, buttando lì un paio di riconoscimenti. Sul Milleproroghe, che relativamente alla fiscalità delle banche accoglie «auspici da noi formulati»; sulla riforma dell’università, che pur lasciando il sistema «lontano dagli standard di qualità prevalenti nella maggior parte dei paesi avanzati» registra «un primo passo nella giusta direzione» grazie alla valorizzazione del merito.
La vera e forse unica novità del discorso di ieri è frutto della stretta attualità. Draghi fornisce la stima a oggi più autorevole delle conseguenze della crisi in Libia. Lanciando l’allarme per le possibili «ripercussioni sulla crescita economica» e sottolineando come un aumento del 20 per cento del prezzo del petrolio determini «nella nostra economia, ceteris paribus, una minor crescita del prodotto di mezzo punto percentuale nell’arco di tre anni».
Crescita e inflazione sono i due punti salienti. Con la prima che in Italia stenta ormai cronicamente (l’ultimo Bollettino di via Nazionale si era soffermato sull’attualità, confermando comunque le preoccupazioni) ma resta «obiettivo essenziale». Purché sia «una crescita socialmente equa», aggiunge subito. Il governatore si sofferma poi sui dati drammatici della disoccupazione giovanile, giunta al 30 per cento: uno «spreco di risorse che avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo». Un situazione che «accentua la dipendenza dalla ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale». Non è esente da responsabilità un mercato del lavoro «dove vige il minimo di mobilità da un estremo, il massimo di precarietà all’altro». «I salari di ingresso dei giovani sul mercato, in termini reali, sono fermi da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta» ha detto Draghi, e ora «la recessione ha reso più difficile la situazione».
Applausi convinti (anche) dal centrosinistra e dalla sinistra. Con il Partito democratico che si spinge oltre, unendo questa considerazione all’invito a «riforme più coraggiose» per chiedere «un altro governo».
Crescita e inflazione. Draghi lega i due aspetti e dà una spinta a rivedere la politica monetaria europea: «Deve prevenire un deterioramento delle aspettative», visto che l’inflazione «è salita in gennaio ben al di sopra della definizione di stabilità dei prezzi fissata dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea», e «d’altronde tassi reali come quelli osservati negli ultimi due anni non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di crescita delle economie meno dinamiche». È il messaggio più incisivo, considerato che del board il governatore fa già parte.
Allargando le prospettive, è anche ciò che soprattutto i tedeschi apprezzeranno. Intanto perché il dato recente più allarmante sull’inflazione è arrivato dalla Germania. E poi perché, problemi personali di Berlusconi a parte, l’immagine dell’Italia a Francoforte e dintorni risente delle caratteristiche cronicizzate della nostra economia: prezzi dalle dinamiche incontrollabili come il debito pubblico. E anche su quest’aspetto Draghi non tace: «Il contenimento dovrà proseguire anche oltre il 2012; la composizione della spesa primaria deve essere orientata a favore della crescita: non vi sono altre strade per ridurre il disavanzo, visto che la pressione fiscale già supera di tre punti quella media dell’area dell’euro».
Di Andrea Testa (Il Riformista)