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L’altra Italia che non vota

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Nel trionfo di Ignazio Marino ci sono dodicimila voti in meno di quanti ne ottenne Francesco Rutelli nel tonfo del 2008. I vincitori di questa tornata amministrativa faranno bene a tenerlo sempre a mente: i consensi ottenuti domenica e lunedì sono pochi. Non sarebbero bastati per vincere un anno fa e potrebbero non bastare tra un anno. L’improvvisa impennata dell’astensione meriterebbe anzi qualche riflessione un po’ meno rozza di quelle che circolano. C’è chi l’attribuisce alla crisi economica, ma altrove l’apatia elettorale è cresciuta piuttosto in periodi di prosperità, quando cioè le cose andavano troppo bene per cambiare (Blair e Clinton ne approfittarono), e si è ridotta in tempi difficili (vedi Obama). Dire che è segno di sfiducia nella democrazia rappresentativa è d’altronde un truismo, se non si spiega perché.

 

È probabile che l’era del «deficit zero», la chiusura cioè dei rubinetti della spesa pubblica, abbia colpito al cuore la politica tradizionale basata sullo scambio tra consenso e risorse. Senza soldi, consiglieri e sindaci non possono fare niente che abbia davvero rilevanza nella vita della gente, e gli elettori lo sanno. Forse la sinistra regge meglio nei Comuni proprio perché lì si presenta come partito della spesa (mentre rende meno quando in ballo c’è il governo nazionale, dove è vista come partito delle tasse).

 

In ogni caso è evidente che meno gente vota e meglio va il Pd. Stavolta il fenomeno è più macroscopico, ma è sempre stato così nella storia di quel partito e dei predecessori. Si tratta ovviamente di un bel problema per i suoi dirigenti, perché quando si tornerà a votare per il governo nazionale le percentuali di affluenza saliranno e i voti del Pd si diluiranno. Ma, a saperla leggere, è anche una buona notizia.

 

La maggiore fedeltà dell’elettorato democratico, anche di fronte a quello che mestatori interni e nemici esterni avevano definito il «tradimento» delle larghe intese, dovrebbe infatti indurre a liberarsi dell’ossessione della «base». Quante volte, di fronte a scelte necessarie o semplicemente sagge, si è levata la voce di chi vi si opponeva minacciando: «Il nostro popolo non capirebbe». Invece il popolo del Pd capisce benissimo. Magari soffre, ma capisce. E al suo partito chiede di governare, di fare, anche a costo di compromessi; non di strillare dalla riva del fiume mentre il Paese naufraga. Per questo il governo Letta non ha provocato il previsto rigetto nella base democratica, mentre quella grillina s’è squagliata.

 

Se così stanno le cose, il futuro leader del Pd dovrebbe finalmente preoccuparsi un po’ di più del resto degli elettori, di quelli da conquistare, di coloro che alle elezioni politiche hanno finora votato qualsiasi cosa pur di evitare la sinistra al governo e senza i quali non si vince quando l’affluenza sale. Alle ultime primarie, pur di fermare Renzi, questa operazione fu respinta dalla leadership del partito come una «contaminazione».

 

E invece solo identificandosi con gli interessi dell’intero Paese e non di una mitica «base», governando con pazienza e stabilità, producendo risultati e cambiamenti reali, il Pd può trasformare questo effimero successo (una non sconfitta, per dirla alla Bersani) in un radicamento elettorale finalmente più ampio. Le vie della vocazione maggioritaria sono infinite, ma il governo Letta al momento è la migliore di cui il Pd disponga.

Antonio Polito opinionista Corriere della Sera

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