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La vittoria di Vendola, i barbari e gli analfabeti

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La vittoria di Vendola sancisce definitivamente la sconfitta delle analisi politologiche che si limitano a una superficiale e razionalistica lettura dell’opinione pubblica e delle sue scelte elettorali. Il progetto politico di D’Alema e Bersani prevedeva la (ri)trasformazione del Pd in un partito dirigenziale, da gestire controllandone in maniera burocratica le dinamiche intrapartitiche. Il tutto come risposta al partito liquido idealizzato da Veltroni: una entità slegata dalle sezioni e immersa nel vissuto sociale.

L’ex segretario è colpevole di non aver saputo interpretare appieno la configurazione postmoderna che egli stesso ha lucidamente (meglio inevitabilmente) pensato per il suo Pd. Il suo fallimento personale si è ripercosso sull’intero progetto, facendolo apparire un’intuizione completamente inopportuna. Il popolo pugliese che “boccia” il candidato imposto dai dirigenti nazionali (e locali), conferma come fosse giusta quella intuizione per delineare un futuro di una sinistra in cerca di identità. Veltroni è un ottimo comunicatore, capace di cogliere quelle dinamiche emotive e mediatiche che attraversano le scelte di un elettorato che vive e si nutre di tensioni immaginarie e compie scelte di “pancia”, non piegandosi alle indicazioni imposte dai “soviet” e rifuggendo il settarismo partitocratico.

Nell’attuazione della sua idea innovativa, ha pagato l’incapacità di trasferire alla classe dirigente del suo partito l’abilità di maneggiare con passione e competenza i nuovi linguaggi della politica.Vendola è riuscito a mobilitare il popolo della sinistra pugliese appellandosi proprio a coloro che hanno interiorizzato questo fallimento, ma sono ancora disposti a riconoscersi in un progetto emo-politico prima che partitico. Il termine “libertà”, che Vendola ha voluto inserire nel suo paradigma programmatico e contenutistico, assume sotto questa luce una dimensione fondativa della sua azione politica. La rete è il territorio in cui trova oggi maggiormente risposta tale urgente richiesta di esserci e di non subire il mondo, ed è nel cyberspace che Vendola agisce e si fa agire. Internet è il luogo che riattualizza il concetto di libertà. Un mobilitarsi per ritrovarsi, ricreare una comunità che si riabilita come tale solo disperdendosi nel virtuale, e riemergendo come singolarità che scelgono di aggregarsi spontaneamente.Le videolettere che Vendola ha postato sul web, sono la chiave di lettura del suo “mito”. Il suo linguaggio è un elemento secondario rispetto al contesto. Molti giovani sostenitori si trovano alle sue spalle mentre lui parla all’occasionale web-spettatore del successo nelle primarie. Il video si chiude con gli applausi dei vendoliani, ai quali il leader lascia l’intera scena abbandonando lentamente la schermata mentre ricambia l’applauso.

Coloro che guardano il video si specchiano nel leader, ma nella parte finale si compie un salto di senso, si trovano cioè protagonisti “riflessi”: loro sono parte di ciò che guardano, pur non essendoci fisicamente, ed è come fossero fra i ragazzi della piccola tribù in favore dei quali Vendola abdica il privilegio dello sguardo esterno.La critica all’inconsistenza della web cultura in relazione alla vita reale è un cliché retrogrado, poiché nella video lettera di Vendola vi è corpo e sostanza attiva come e forse più che in un comizio di piazza. Vi è tecnomagia nella tattica comunicativa del leader pugliese, come direbbe il sociologo Vincenzo Susca, ossia la tecnologia smette di essere l’arte del logos, lo strumento della logica, per farsi tecnomagia, «totem accanto a cui le tribù postmoderne esperiscono l’estasi mistica che è al tempo stesso pura vibrazione attorno al proprio corpo comunitario e fuga dall’io verso qualcosa di più grande di sé e del se, il legame che scaturisce da questa condizione non si poggia più su un contratto razionale e astratto, il contratto sociale, ma su un patto in cui l’emozioni, gli affetti ed i simboli condivisi si pongono come le nuove matrici dell’essere insieme».

La reazione al diktat delle segreterie politiche, è la conferma della crisi del sistema decisionale verticistico tipico della società del sapere moderno, e di contro è la realizzazione di quella “sovversione” di cui parla il massmediologo Alberto Abruzzese, i cui attori sono gli “analfabeti” di tutto il mondo, incitati nei suoi scritti sociologici “ad unirsi”. Gli analfabeti di cui scrive Abruzzese sono altro da ciò che comunemente conosciamo, e sono evocati nell’originale declinazione positiva di nuovi barbari, custodi cioè di un’energia creativa che bisogna far sprigionare. I nuovi barbari sono i corpi, le immagini e i desideri che proliferano nella vita quotidiana e abitano i nuovi media dai quali sono alimentati, e sono le nuove forme circolari di sapere che si scontrano con quello istituzionalizzato di scrittori, lettori e detentori del potere accademico, culturale e politico. È necessario consentire ai nuovi barbari di agire sul reale, contro la tradizione e contro un vetero sistema politico culturale, saturo e incapace di leggere i bisogni e le prospettive che il nuovo mondo reclama. Affidandosi alle loro capacità di sovvertire l’immaginario, si potranno scardinare le dinamiche verticistiche e ciò porterà ad essere padroni del proprio destino, ma soprattutto ad essere parte attiva nella costruzione del destino dell’intera comunità. Oggi è possibile. A destra come a sinistra. Oltre la destra e la sinistra, verso il futuro.

Di: Nuccio Bovalino (Fare Futuro)

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