1. Home
  2. Approfondimenti
  3. La solitudine del Dalai Lama

La solitudine del Dalai Lama

1
0

Del Tibet non si parla più. Forse il mio popolo ha riposto troppe aspettative su di me. Il mondo intero ha sopravvalutato le mie forze. Non c’è l’ho fatta. Non sono riuscito a restituire la libertà al mio popolo. Ecco la prova che non sono un dio, e nemmeno un leader politico. Sono solo un povero rifugiato politico, un monaco buddista sulla soglia della pensione e con tanta amarezza in corpo. Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, parla a Okinawa, l’isola che qualcuno chiama il Tibet del Giappone, al centro dell’arcipelago delle Ryukyu. È stato invitato da alcuni movimenti per la pace, alla vigilia della visita di Obama. Nonostante mantenga inalterati il suo senso dell’humour, il suo sarcasmo, le sue efficaci doti maieutiche, il Dalai Lama, che il 17 novembre sarà di nuovo in Italia per il Congresso Mondiale dei Parlamentari per il Tibet, sembra stanco e amareggiato. Né Obama né Hatoyama, il nuovo premier del Giappone, hanno voluto incontrarlo, e anche in Italia non è previsto alcun incontro ufficiale, nemmeno con il Papa.

Santità, anche se lei si è affrettato a giustificare questa scelta, a livello umano come l’ha presa? Nessuno sembra più interessarsi al Tibet, eppure la situazione è ancora molto tesa.

“Comprendo le difficoltà di Obama, di Hatoyama e di tutti gli altri leader mondiali. E non voglio creare loro problemi. Incontrare prima me dei leader cinesi avrebbe creato loro qualche imbarazzo. E poi mi sono arrivate pressioni anche da Pechino”.

Da Pechino?

“Siamo in contatto con molti cinesi, anche ad alto livello. E anche loro ci hanno chiesto di non forzare questo tipo di incontri. Il governo è fermo, immobile sulle sue posizioni di assoluta e miope chiusura, ma l’opinione pubblica sta cambiando. Ci sono molti imprenditori, molti intellettuali che stanno lavorando ai fianchi del regime, cercando di far capire ai leader che è nell’interesse della Cina cambiare atteggiamento. Una grande potenza deve affrontare e risolvere la questione dei diritti umani e delle minoranze etniche”.

Pure i leader europei non fanno a gara per incontrarla. Sarkozy si è fatto rappresentare da Carla Bruni. In Italia incontrerà qualcuno?

“In Europa è diverso, soprattutto in Italia, a volte le cose cambiano all’ultimo momento. Un incontro salta, un altro si realizza all’improvviso. Io non faccio pressioni, incontro chi lo vuole, anche in segreto”.

Sono vent’anni dalla caduta del Muro, e dal suo Premio Nobel, il mondo è cambiato.

“Sì, ma in peggio. Ero a Berlino, il 9 novembre, ho assistito a quello storico evento in diretta. Poi il giorno dopo sono andato a Berlino Est, da solo, con alcuni amici e senza scorta. Le guardie del corpo che mi aveva fornito il governo federale si rifiutarono di accompagnarmi al di là del Muro. Confesso di aver avuto un po’ paura: magari mi rapiscono, mi dicevo, e mi ritrovo in prigione a Pechino. Quante aspettative, quante speranze. Cambiare il corso della storia senza ricorrere alla violenza: è quanto auspico da sempre per il Tibet. Ero commosso. Poi però le cose non sono cambiate. C’è ancora molta sofferenza, molta violenza”.

Dopo il secolo del sangue doveva essere il secolo del dialogo, questo: ricordo un suo discorso, qualche anno fa.

“E invece la violenza domina ancora. E la guerra viene ancora considerata uno strumento per la risoluzione delle controversie, contraddicendo la maggior parte delle Costituzioni vigenti. E pensare che all’indomani del’11 settembre avevo scritto al mio amico Bush, supplicandolo di non reagire con violenza a quel tragico evento. Purtroppo non mi ha ascoltato ed ora c’è la guerra in Iraq, in Afghanistan. Le intenzioni saranno buone, ma i metodi sono sbagliati. La democrazia non si può imporre dall’alto, e tantomeno con gli eserciti. Deve essere conquistata con il dialogo, e non può esserci dialogo se non c’è fiducia e rispetto reciproco. Il giorno che riusciremo a riconoscere che anche il nostro peggior nemico è animato dallo stesso nostro desiderio, quello di raggiungere pace, serenità e felicità, il mondo sarà più tranquillo. Bisogna abbandonare la violenza, e ricorrere sempre e comunque al dialogo. La guerra, la violenza, innescano spirali incontrollabili, effetti collaterali disastrosi e imprevedibili. Oggi c’è un Bin Laden, domani ce ne saranno dieci, cento”.

 Nella sua vita ha incontrato molti leader. Ce n’è qualcuno verso il quale nutre particolare stima?
“Mao. Era un grande leader, sicuro di sé, con una visione che abbracciava il mondo. Ero molto attirato dalla sua figura, e ci incontrammo più di una volta, tra il 1954 ed il 1956. In una di queste, e non scherzavo, gli dissi che ero pronto ad appoggiare formalmente il Partito Comunista, se avesse garantito l’indipendenza del Tibet. C’erano anche Chu En Lai e Deng Xiao Ping”.

Non se ne fece nulla, e nel 1959, la Cina vi ha ‘liberato’.

“Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano”.

Oltre a Mao?
“Il Pandhit Nehru, il leader birmano U-Nu e Khan Gheffar Kan. Il leader pacifista Pashtun amico e alleato di Gandhi. Era un personaggio incredibile. Non possedeva nulla, girava con un fagotto, nel quale aveva un cambio e i suoi appunti. Più sobrio di me”.

Tutti leader asiatici.
“Anche in Europa ho avuto e ho tanti amici. Willy Brandt, ad esempio. Un grande uomo, un grande leader. Con i suoi gesti coraggiosi ha aiutato il mondo ad evitare nuove guerre. La sua capacità di mantenere il dialogo costante con l’Urss è stata determinante per i rapporti Est-Ovest, magari fossi riuscito anch’io a fare lo stesso, con le autorità cinesi”.

E in Italia?
“Papa Giovanni Paolo II. Ah non era italiano, vero? L’ho incontrato cinque o sei volte e sempre ne uscivo arricchito. Ammiro la capacità della Chiesa di fare politica, e soprattutto il suo ruolo determinante nell’insegnamento, nella diffusione della cultura nel mondo anche se talvolta ha esagerato, imponendo con le armi il credo.Tra i politici non me la sento di fare nomi, a parte il mio amico Marco Pannella, che con il suo partito è stato sempre molto vicino alla causa tibetana, e Luis Durnwalder, il governatore dell’Alto Adige. Anche con lui ci siamo incontrati più volte, e ogni volta resto affascinato dal modello di autonomia che siete riusciti a trovare per quella ragione. È esattamente ciò che auspico per il Tibet. Autonomia reale in tutti i settori, tranne che politica estera e difesa. Ricordo che gli abbiamo chiesto la traduzione in cinese dello statuto, per ‘girarlo’ al governo di Pechino”.

Lei ha citato il papa precedente. E con quello attuale? Nessun contatto? Neanche in occasione della sua visita in Italia?

“Per ora no. Come ho già detto, non voglio forzare nessun incontro. Anche il Vaticano, come gli Usa ed il Giappone, è coinvolto in trattative delicate con la Cina. Non voglio creare problemi. Io sono pronto in ogni momento. E lo stesso vale per il governo cinese. Al primo gesto di reale, sincera apertura, sono pronto ad andare a Pechino”.

Lei insiste molto sui temi spirituali. In particolare, mostra attenzione e rispetto per la scienza, ipotizzando una via ‘laica’ alla salvezza e all’illuminazione. Un messaggio in controtendenza rispetto alle spinte fondamentaliste di altre religioni, da quella cattolica all’Islam.
“È vero. La religione è utile, ma non indispensabile. L’importante è raggiungere lo scopo, che è quello dell’illuminazione, della verità. La religione non deve mai chiudersi nel dogma. Per questo dobbiamo essere grati alla scienza, a tutti coloro che ci aiutano a spiegare la realtà. Più religioni sono meglio di una religione unica, assoluta. Ciascuna ha i suoi metodi, le sue tecniche, c’è chi prega in piedi, chi sdraiato, chi medita. E chi invece non fa nulla di tutto questo, ma è comunque una brava persona. Dobbiamo avere rispetto per tutte i credenti delle varie religioni, ma anche per i non credenti. La maggior parte della gente, oggi, è su posizioni agnostiche. E non ha tutti i torti, visto che le religioni hanno fallito il loro compito. Forse è giunto il momento di riconoscere che valori come tolleranza, compassione, perdono sono valori umani, non religiosi”.

A proposito di laicità. In Italia c’è polemica sui crocefissi nelle aule scolastiche. La Chiesa ha protestato contro una recente sentenza europea che ne chiede la rimozione.

È una questione difficile. Mi viene in mente la questione del mio ritratto, che i tibetani metterebbero ovunque, non solo nelle scuole, e che le autorità cinesi ovviamente vietano. Forse bisogna distinguere tra religione e cultura. Non si può negare che l’Europa abbia radici giudaico-cristiane. Ma parliamo di cultura, non di religione. Perché lo stesso crocefisso, che per i cristiani rappresenta il sacrificio supremo di Gesù, per gli ebrei assume ben altro significato. E poi non possiamo nascondere il fatto che siamo oramai in una società multietnica e multireligiosa e che bisogna rispettare la sensibilità di tutti, compresa quella dei laici, senza imporre inutili e ingiuste sofferenze a nessuno”.

di Pio D’Emilia (espresso-online)

(Visited 1 times, 1 visits today)