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La persona e la dittatura del mercato

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di Renato Fontana, Università La Sapienza di Roma

Nelle aule di economia politica si spiega agli studenti che la fiducia è una delle variabili essenziali per tenere insieme il sistema e progredire verso la crescita (dagli obiettivi non sempre ben identificati). La fiducia, quindi: un magma indistinto di componenti immateriali che incidono sulle decisioni di consumo, di risparmio e investimenti. Questa, oggi, in Italia risulta ai minimi storici. È dall’agosto dello scorso anno che l’indicatore Istat sulla fiducia delle famiglie scende inesorabilmente ed è al livello più basso dall’anno in cui viene rilevato, ovvero dal 1996. In questo contesto non sembra affatto inopportuno parlare di sfiducia poiché essa ha in sé un intrinseco valore economico che deprime ulteriormente consumi e investimenti possibili rispetto a quelli che sarebbero tecnicamente sostenibili.

La gente comune, in sostanza, pensa che in certe situazioni è meglio conservare che spendere perché potrebbero arrivare tempi peggiori, adottando perciò un atteggiamento di grande prudenza. La fiducia induce a spendere, mentre la paura porta a risparmiare. Forse non è un atteggiamento ponderato, ma è soltanto una risposta irrazionale alle minacce indotte dalla crisi per mettersi al riparo da un evento che tocca le corde più intime degli individui, delle famiglie, delle imprese.

Per recuperare in pieno il suo significato bisognerebbe avere una certezza incrollabile nel futuro. Il riferimento più bello e più significativo che conosco è la storia di Florentino Ariza in L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez. Si tratta di una storia durata cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni (notti comprese) nei quali il nostro personaggio non smette mai di credere che prima o poi il suo progetto si realizzerà. È un’opera sociologica che spiega al meglio che cos’è la fiducia nella vita di una persona comune.

Fuor di metafora, riscoprire oggi Keynes è un atto di coraggio. Ma lo è soprattutto rinverdire le politiche keynesiane. Cerco di spiegarmi. Keynes odiava i rivoluzionari e non amava i reazionari. Egli era ben lungi dal ritenere che avrebbe prevalso l’ottimismo dei primi orientato a credere nel rovesciamento radicale del sistema; rigettava pure il pessimismo dei secondi volto alla conservazione di uno status quo che sarebbe stato troppo rischioso modificare, o semplicemente scalfire.

Nella nostra epoca porsi in una posizione intermedia richiede una grande attenzione. In un’epoca nella quale ha prevalso di gran lunga il dominio del Pil e un modello di sviluppo conforme alla più selvaggia delle ortodossie neoliberiste, provare a mettere dei paletti risulta un’operazione economica, politica e culturale di grande significato. Questo mi sembra sia il senso del Piano del lavoro della Cgil. Tra Stato e mercato ha ampiamente vinto il mercato ai danni di qualsiasi intervento statale che voglia contenere le differenze sociali, ovvero riequilibrare le sorti della povera gente. Oggi Keynes è fuori moda. E immagino si stia rivoltando nella tomba all’idea che i suoi insegnamenti possano avere davvero il fiato corto. La battaglia, per ora, è stata vinta da Adam Smith.

Lo sviluppo a ogni costo si fonda sulle politiche che favoriscono gli animals spirits, piuttosto che su quelle che introducono regole certe nell’incontro tra la domanda e l’offerta. L’idea di libertà ha ampiamente sconfinato nel terreno della responsabilità, poco curata e poco rispettata. Il modello renano di capitalismo, accorto alla distribuzione della ricchezza, ha lasciato il passo al suo corrispettivo, molto più aggressivo, cioè il modello anglosassone costruito invece sull’accumulazione della ricchezza. Questo è quello che è successo da oltre tre decenni a questa parte. Questa è la ragione per cui siamo entrati in una crisi epocale. Questo – suppongo – è il motivo che porterà il capitalismo ad avere “i secoli contati” (Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, Torino, 2009).

Dei tre paradigmi sociali di “economia della fiducia” sintetizzati da Donatella Padua (La fiducia nella crisi globale, in via di pubblicazione per i tipi di Carocci), il primo, il modello deregolamentato, che lascia ampi spazi d’intervento alle banche d’affari e alle agenzie di rating, è quello che ha attecchito in lungo e in largo; il secondo, invece, il modello centralizzato, dove la fiducia è canalizzata verso una sola istituzione centrale pur all’interno delle dinamiche richieste dal libero mercato, è stato sconfitto; il terzo modello, infine, che assomiglia a quello precedente con la variante di una fiducia regolamentata da un ampio parterre di soggetti istituzionali, è ancora da valorizzare.

Le idee per cambiare strada, in sostanza non mancano, ma nessuno le accoglie e le mette in pratica. Eppure gli stimoli offerti dalla ricerca moderna consentirebbero di ripensare il senso e la direzione dello sviluppo. Vediamone alcuni in ordine sparso.

L’economia di mercato ha geneticamente bisogno di una quota di sottosviluppo e di povertà per poter funzionare al meglio. Essa si esprime attraverso la pacifica e stupefacente verità che il sistema non consente a tutti di trovare un posto di lavoro; una quota perciò risulta eccedente, come si dice oggi, in esubero; cioè inutile ai fini di un’allocazione pubblica nel sistema produttivo e sociale. Costoro non hanno diritto a nessun riconoscimento collettivo, se non quello di disoccupati. Hanno un’identità che si forma per differenza, per così dire, in controluce. Rientrano nella cosiddetta disoccupazione “frizionale”.

In questo caso, il sistema capitalistico si è nutrito della paura e non della fiducia: la paura di vedersi associati agli esclusi ci fa attorniare di status symbol spesso oltre le nostre effettive capacità di spesa. Ciò pur di accreditarsi un’identità sociale vincente. Contro il Pil e contro l’inevitabilità che alcuni siano più felici di altri si pronuncia un’ampia schiera di insigni studiosi e studiose, del passato o nostri contemporanei; soltanto per ricordare qualche nome: Hannah Arendt, Amartya Sen, Edgar Morin, Martha C. Nussbaum, Serge Latouche. Ma anche Zygmunt Bauman. Più giovane e più easy: David Graeber, uno dei leader del recente movimento Occupy Wall Street.

Sia pure con le grandi differenze di orientamento sociale e culturale che esistono fra l’uno/a e l’altro/a, i loro contributi si possono sommariamente ricondurre all’opportunità di mettere al centro del sistema la persona umana; introdurre forti correttivi in una situazione economica sempre più a favore di una piccola minoranza che impone costi ingenti al resto della popolazione; rivedere dalle fondamenta il dominio del Pil e ricercare altre scale di valutazione per misurare il benessere delle persone, con le loro storie e con le loro aspettative.

Usando un’immagine di sintesi, con tutte le cautele del caso, si può dire che costoro sono i figli del keynesianesimo, inteso come milieu culturale che prova a limitare i danni di un modello basato sulla divisione della ricchezza, del potere e della conoscenza. Ci prova anche la Nussbaum quando scrive che “il vero scopo dello sviluppo è lo sviluppo umano”. Sembra ovvio, ma non lo è. La logica elementare del ragionamento semplice e accessibile a tutti non sempre collima con i modelli econometrici, né con il bisogno di accelerare la competitività e la produttività delle aziende.

La direttiva fondamentale si identifica prima di tutto con il produrre quante più merci è possibile nel minor tempo a disposizione. Ciò comporta tre conseguenze: a) che non sappiamo cosa farcene di tutti questi prodotti; b) l’occupazione diminuisce in modo verticale poiché la competitività assottiglia i costi del fattore lavoro; c) e, ciò che qui più importa, il benessere di una persona ora si misura, poniamo, sulla base del numero di scarpe o camicie che conserva nel suo guardaroba. Nei suoi libri la Nussbaum indica una serie di precondizioni nelle quali la persona torni a essere il fine e non il mezzo per inondare di prodotti mezza umanità. Il significato essenziale di queste precondizioni è dare un senso agli indicatori che misurano la qualità individuale della vita.

Il centro deve poggiare sulla capacità umana e sulla possibilità di entrare in relazione con gli altri. La “libertà” dei cinesi Il caso della Cina risulta illuminante; qui aumenta il Pil a ritmi vertiginosi ma non si può dire altrettanto per i singoli cittadini se pensiamo alla capacità di esercitare i propri diritti politici in termini di libertà di pensiero e di parola. I cinesi non avranno mai “la libertà di” finché non avranno il tempo per progettarla. Amartya Sen, acutissimo studioso di problematiche economiche e sociali, si situa sulla stessa corsia semantica appena indicata e suggerisce di rendere il fattore umano centrale rispetto ai fenomeni sociali. Non risparmia critiche all’economia capitalistica sulle libertà negative, ovvero sulla libertà da (per esempio, dallo sfruttamento) per affermare il fondamentale diritto di essere liberi di (per esempio, di scegliere). Egli sottolinea, fra l’altro, che il ritmo convulso delle società moderne rappresenta la nuova normalità e impedisce di dedicare spazio al benessere come spazio rivolto alla capacità di essere e di fare, ovvero impedisce di scorgere una prospettiva che vada oltre la tensione rivolta al reddito o alla crescita competitiva a ogni costo.

Il sistema neoliberista continua a farci credere che la felicità si misuri sulla base del reddito pro capite (o del Suv più grande rispetto a quello del vicino). Mi dispiace ma non è così. Latouche poi invita alla “decrescita”, ovvero a una convivenza capace di sobrietà. Detto in altri termini: troppe merci, poco lavoro. Per lo studioso francese un rapporto più equilibrato tra l’individuo e la natura passa per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo è un’invenzione dell’uomo, che si può ritornare a una dimensione “conviviale”. E questa è da realizzarsi con meno consumi materiali e più attenzione alle relazioni tra le persone, meno “ben essere” ma più “ben vivere”.

In sintesi, gli autori di cui sopra sono portati a invertire la tendenza e a ribadire che le risorse sono i mezzi non i fini. L’accumulazione del capitale si rivela profondamente distante dall’orientamento alla qualità della vita, soprattutto per chi governa la propria esistenza sulla base di un reddito fisso e non si riconosce nella scala dei valori congenita al modello vigente.

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