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La maledizione dei governi Berlusconi

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La maledizione di metà legislatura ha colpito di nuovo il governo di Silvio Berlusconi. Accadde già nella legislatura 2001-2006, ed anche allora tutto cominciò con un mal di pancia di An, causato dalla sconfitta del candidato della destra alle provinciali di Roma. Si avviò così un percorso di crisi virtuale del governo (rottura con Casini, subgoverno con Fini, caduta di Tremonti e ritorno di Tremonti) che portò il berlusconismo sfinito e di fatto già sconfitto alle elezioni.

Stavolta non c’è voluta nemmeno un’elezione locale perché la maledizione si avverasse: da oggi la maggioranza politica uscita dalle urne non c’è più. E non solo perché è numericamente più ridotta – vedremo quanto – ma perché è politicamente diversa e più debole. Che cos’è dunque questo virus misterioso che uccide allo scoccare della mezza età tutti i sogni di gloria duratura del berlusconismo?

Innanzitutto c’è la sfiga. Bisogna dare a Silvio ciò che è di Silvio: entrambe le sue legislature si sono aperte con un terremoto internazionale che ha sconvolto i programmi liberali di tagli di tasse e spesa e imposto politiche impopolari di austerità e fiscalità. Nove anni fa fu l’11 settembre, stavolta è stata la crisi dei subprime.

Ma, subito dopo la sfiga, viene Silvio, e vengono le sue responsabilità politiche e personali. Politicamente parlando, i governi Berlusconi soffrono tutti di spossatezza e debilitazione programmatica. Nati per rifare il sistema della giustizia penale, di solito si riducono a una Cirielli o a un lodo Alfano, quando non scivolano nell’obbrobrio di un caso Brancher. Nati per scrivere la libertà d’impresa addirittura nella Costituzione, finiscono per inciampare su un articolo 18, sbattere il muso su Marchionne o inseguire Bossi sulle quote latte. Così che quando Berlusconi esalta il governo del fare è come se ammettesse implicitamente la fine del governo del pensare: incapace di cambiare l’Italia secondo promesse, Silvio di solito si riduce a gestirla come meglio può.

Infine, last but not least, c’è anche un tratto personale del premier che gioca il suo ruolo nella maledizione di metà legislatura: ed è l’impossibilità del leader carismatico di usare le armi tipiche della leadership politica, che dopo aver vinto le elezioni deve saper gestire le alleanze politiche oltre la logica semplice e brutale del padrone. In verità, per il modo stesso in cui è giunto in politica e per la narrazione che fa di sé, Berlusconi si concepisce come un deus ex machina, o se volete come un unto del signore, o come un Cesare ad esser maligni; il che rende impossibile la convivenza con chiunque abbia una considerazione di sé non acquistabile con scambio merci. Così Berlusconi, l’uomo che passa per essere il grande seduttore, è riuscito a litigare con Umberto Bossi nella prima legislatura, con Pierferdi Casini nella seconda e con Gianfranco Fini nella terza. Avendo così esaurito l’intera gamma dei suoi alleati, tant’è che per cercarne di nuovi è già al secondo giro con Bossi e sarebbe pronto a tornare anche con Casini.

In questa vicenda, che segnala l’esplosione del Pdl dopo l’implosione del Pd e dunque sancisce la fine del bipartitismo perfetto vagheggiato appena due anni fa, Fini si è comportato da politico consumato. Forse anche troppo consumato, perché si ha l’impressione che l’elettorato del centrodestra non ne abbia apprezzato la capacità manovriera. Ma quello che ne esce peggio è proprio Berlusconi. Innanzitutto perché conferma la sua incapacità di essere normale e di gestire con saggezza ed efficacia un’intera legislatura: prima o poi gli elettori si chiederanno se è sempre colpa di qualcun altro quando il governo si arena. Ma ancor di più sarà Berlusconi a pagare la seconda metà della legislatura. Perché quando lui dice che con l’uscita dei finiani non cambierà niente, dice il vero: non cambierà niente. Per far passare una legge come quella delle intercettazioni continuerà ad aver bisogno di contrattarla punto per punto; difendere i suoi coordinatori e sottosegretari inseguiti dai pm non diventerà certo più agevole perché si è dato uno schiaffo a Fini. La nascita di un altro gruppo politico nel centrodestra renderà le fatiche del governo solo più improbe.

Insomma, espellere il dissenso non lo elimina, come gli avrebbero ben potuto spiegare gli odiati comunisti. Più soli non ha mai voluto dire più forti; non in politica. Più conflitto non ha mai portato più consenso. Dalle maggioranze bulgare che avevano dato a Berlusconi, gli italiani si aspettavano anni tranquilli e fattivi, non questo Vietnam. Qui siamo davvero già fuori dal berlusconismo e in acque inesplorate, come dice Bersani. Il problema della democrazia italiana è che sono inesplorate anche per Bersani e per l’opposizione, il che ci fa temere che insieme alla crisi virtuale del governo Berlusconi sia cominciata anche una crisi istituzionale, morale e politica dagli sbocchi del tutto incerti.

Di Antonio Polito direttore Il Riformista

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