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La guerra al terrore dopo Bin Laden

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“Terminato”. È il vocabolo utilizzato nei comunicati con cui il governo statunitense ha ufficializzato la morte del ricercato numero uno al mondo, Osama bin Laden. Non appena la notizia è cominciata a circolare si è aperto un vivace dibattito che, inizialmente, ha riguardato il caso di evidente manipolazione della fotografia in cui il leader politico di al Qaeda veniva ritratto morto, per poi passare ad investire un altro quesito legittimo: dove si trova il cadavere di bin Laden? Gli scettici hanno iniziato a dubitare delle risposte fornite dalle autorità americane sulla necessità di gettare il corpo in mare, dopo averne velocemente celebrato le esequie. L’oscillazione delle risposte ha alimentato i dubbi. La scelta è stata dettata dalla paura che la sua tomba si potesse trasformare in una meta di pellegrinaggio per aspiranti mujaheddin? O perché, nel giro di pochissime ore, tutti i Paesi del mondo avevano già fatto sapere di non desiderare accogliere la salma di un personaggio tanto controverso nel proprio territorio? O, infine, perché il profondo desiderio di rispettare la legge islamica, offrendo una veloce sepoltura al cadavere, ha imposto all’esercito americano di gettarlo in mare?

Gli amanti delle teorie complottiste, i neofiti delle teorie manipolatorie sulla comunicazione e gli idealisti di un giornalismo fondato sui fatti e non sulle loro interpretazioni, anche questa volta non hanno compreso un dato fondamentale, che costituisce il fulcro della dialettica politica: non risulta vero quanto lo è realmente, ma si afferma come vero solo ciò che viene effettivamente percepito come tale. In altre parole, diventano tali tutte quelle idee che producono effetti concreti.

Fatta questa premessa occorre tornare all’incipit del nostro articolo, ossia alla parola “terminato”. Se non si vuole cedere alla tentazione di considerarla una semplice citazione del cinema d’azione d’epoca reaganiana, appare necessaria una riflessione sul suo destinatario effettivo. Ad un primo sguardo, naturalmente, dovrebbe essere lo “sceicco del terrore”. L’immagine di quest’ultimo, come quella di tutti i capi carismatici che si rispettino, si era ormai trasfigurata in quella più ampia del network jihadista di cui era alla guida a partire dalla fine della guerra in Afghanistan contro l’esercito sovietico. Da allora in poi e, con maggiore veemenza, in seguito alla tragedia dell’11 settembre 2001, parlare di Osama bin Laden ha significato parlare di al Qaeda e parlare di al Qaeda ha voluto dire parlare di Osama bin Laden. La missione Enduring freedom, organizzata all’indomani dell’attacco alle Twin Towers e al Pentagono, aveva come obiettivo proprio quello di stanare il terrorista di origine saudita e i suoi uomini, individuando nell’abbattimento del regime dei talebani un obiettivo secondario. D’altronde solo quando è risultato chiaro che l’Afghanistan aveva offerto ospitalità e protezioni diplomatiche ai responsabili politici, morali, ma anche materiali, degli attacchi contro il suolo americano, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno avvertito la necessità di rimuovere il governo del mullah Omar da Kabul.

L’uccisione di bin Laden può essere interpretata quanto meno come l’inizio della fine dell’esperienza qaedista, così come la morte di Adolf Hitler aveva significato la caduta del nazionalsocialismo in Europa, quella di Ernesto Guevara il tramonto del rivoluzionarismo terzomondista, quella di Nicolae Ceausescu l’implosione del blocco dei regimi comunisti dell’Euopa orientale e quella di Saddam Hussein la fine dell’esperienza del baathismo in Iraq. È di particolare attualità in questi giorni, peraltro, il tentativo di colpire il colonnello Muhammar Gheddafi, per dare un colpo di grazia alla Jamahiria libica e far cessare la guerra civile che sta sconvolgendo la nostra ex-quarta sponda. La formula che, nel breve termine, potrebbe aleggiare sulla scena politica internazionale è: morto bin Laden, sconfitta al Qaeda. Va ricordato, tuttavia, che questa organizzazione era considerata come il capofila della rete terroristica internazionale contro la quale gli Stati Uniti avevano dichiarato la global war on terror, con un discorso pronunciato da George W. Bush già il 16 settembre 2011. L’esistenza di al Qaeda, quindi, ha rappresentato la fonte legittimante di un decennio di conflitti. A ben guardare ci troviamo dinanzi ad una proposizione dalle proprietà assiomatiche: se bin Laden ha significato al Qaeda e quest’ultima ha rappresentato la principale ragione della guerra globale al terrore, allora la morte di bin Laden può essere interpretata come la fine della war on terror.

La frase con cui Barack Obama ha chiosato all’evento giunge a sostegno di questa ipotesi. Il justice has been done del presidente democratico fa da contraltare allo sventurato mission accomplished del suo predecessore repubblicano, ricalcandone la prospettiva di fondo: la guerra è terminata. Occorre, dunque, cercare di comprendere alcune delle ragioni alla base di questa scelta, visto che non risulta verosimile che la scelta del momento in cui colpire il compound dove trovava rifugio bin Laden sia stata casuale. La prima ragione è di ordine politico-culturale: la guerra globale al terrore è stata considerata da Obama alla stregua di un’eredità non richiesta dell’amministrazione che lo ha preceduto, il cui sostanziale rifiuto era già passata per la sua ridenominazione come Overseas Contingency Operation. La seconda è di ordine politico-economico: a fronte di una missione ufficialmente conclusa in assenza del “comandante in capo” delle truppe nemiche, sarà più semplice giustificare un parziale ritiro dell’esercito americano da alcune “zone calde”, per permettere la ricollocazione di risorse consistenti sui settori ritenuti più rilevanti per la realizzazione dei punti programmatici del progetto yes, we can. La terza è di ordine politico-domestico: il presidente Obama, dopo aver inanellato una serie di fallimenti sia nella sfera interna (l’azzoppamento della riforma sanitaria, il mezzo passo falso alle elezioni di mid-term 2010 e i tagli imposti dai repubblicani alla spesa pubblica), che nella sfera internazionale (l’allargamento dell’area di instabilità al Pakistan, l’incapacità di gestire il dossier israelo-palestinese e la rinuncia a difendere i diritti umani) aveva bisogno di un evento che rilegittimasse la sua candidatura alle presidenziali del 2012.

La quarta, infine, è di ordine politico-internazionale: la fine della guerra globale al terrore non segnala la possibilità di un mutamento in senso irenico dell’approccio alle relazioni internazionali di Washington. Al contrario, indica un mutamento di strategia che, tuttavia, non contraddice la stabilità degli obiettivi internazionali che Washington persegue dai tempi del presidente Wilson: rivoluzionare lo status quo, per affermare un nuovo ordine. In questo senso l’amministrazione Obama potrebbe compiere un salto indietro di quasi venti anni, ritornando a declinare la sua politica internazionale attraverso i concetti di regime change e humanitarian intervention, che avevano contraddistinto la presidenza Bill Clinton e che Bush aveva riformulato nel più ampio programma della guerra globale al terrore. In questa prospettiva anche un’operazione militare difficilmente interpretabile per mezzo del tradizionale rapporto tra costi e benefici come quella che gli Stati Uniti stanno conducendo in Libia, diventa parte integrante di un progetto dotato di un’innegabile coerenza.

Di Gabriele Natalizia (Geopolitica)

 

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