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La gara al ribasso delle condizioni di lavoro

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Olimpiadi invernali

ma il lavoro non vince

Alla vigilia dei giochi olimpici invernali che si terranno a Vancouver in febbraio, una coalizione di organizzazioni che operano per la difesa dei diritti dei lavoratori ha lanciato una campagna pubblicando una classifica degli impegni assunti dai grandi marchi di attrezzature sportive.

Di: Raffaella Vitulano (Conquiste del Lavoro)

Gli sciatori olimpionici non sono purtroppo i soli ad essere impegnati in una discesa. Alla vigilia dei giochi olimpici invernali che si terranno a Vancouver in febbraio, una coalizione di organizzazioni che operano per la difesa dei diritti dei lavoratori ha lanciato una campagna pubblicando una classifica degli impegni assunti dai grandi marchi di attrezzature sportive. La finalità: sradicare lo sfruttamento abusivo nelle loro subforniture.

In questa classifica, i punteggi sono attribuiti in funzione delle misure adottate dai produttori sportivi, tra i quali appaiono Nike, Adidas e Puma, in risposta ad una serie di richieste che furono presentate loro dalla coalizione alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino 2008.La coalizione, che include Solidarity Network del Canada, la Confederazione internazionale dei sindacati (Cis) internazionale, la Federazione internazionale dei lavoratori del tessile, abbigliamento e calzaturiero ed il ramo europeo della Campagna Abiti Puliti, pubblicherà anche una serie di avvisi o “spot” su Internet in cui accusa i marchi che traggono vantaggio dai giochi olimpici di “una corsa verso il basso” sul piano dei salari e delle condizioni di lavoro.

La campagna invita le organizzazioni ed i privati ad inviare lettere ai marchi di abiti e di scarpe di sport con il messaggio: “È tempo di giocare lealmente e di abolire gli ostacoli ai diritti dei lavoratori”.

“Dai giochi olimpici di Pechino, i grandi marchi di sport non hanno praticamente fatto nulla per allontanare i quattro principali ostacoli che impediscono ogni progresso in materia di salari e di condizioni di lavoro”, sostiene Lynda Yanz, direttore esecutivo di Solidarity Network (MSN), organizzazione di difesa dei diritti della donna e dei lavoratori con sede a Toronto, che è all’origine dell’iniziativa “degli spot„ Internet. “In tutto il mondo, le forze lavoro dell’industria delle attrezzature sportive sono sottoposte ad orari massacranti di lavoro, ma ricevono spesso meno di un dollaro al giorno”, critica Jeroen Merk, della Campagna Abiti Puliti, che aggiunge: “Molti di loro si vedono confrontati a posti di lavoro precari, minacce di chiusura, ostacoli alla loro libertà sindacale e salari di miseria”.

“I marchi sportivi hanno la tendenza a far sfoggio di belle parole”, sostiene Patrick Itschert, segretario generale della Federazione internazionale dei lavoratori del tessile, dell’abbigliamento e del cuoio. “Attribuiscono importanza al rispetto delle norme fondamentali del lavoro all’interno delle fabbriche che portano il segno olimpico ma si mostrano poco propense ad adottare le misure essenziali al lavoro dignitoso nella loro catena di produzione. Lo scopo della nostra campagna è quello di forzarli a mostrarsi all’altezza delle loro pretese”. “Le istanze sportive, il Comitato internazionale olimpico e le autorità incaricate degli sport individuali devono individuare un obbligo ai sensi del quale le merci che sfoggiano loghi sportivi devono essere fabbricate in condizioni dignitose, nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori nella loro produzione”, ha dichiarato Guy Ryder, segretario generale del Confederazione Sindacale Internazionale.

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