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La crisi ha cambiato la cultura economica

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Man mano che la distanza dall’inizio della crisi finanziaria globale aumenta (e la soluzione speriamo si avvicina) ci rendiamo conto di quanto essa stia cambiando non solo il panorama bancario e industriale internazionale ma anche la cultura economica.

La crisi ci ha fatto capire che l’economia è un ecosistema complesso nel quale la diversità organizzativa e motivazionale delle forme d’impresa (imprese for profit, sociali, cooperative, ecc.) è fondamentale per l’equilibrio. Prima della crisi il commissario UE alla concorrenza guardava con sospetto al mondo delle banche cooperative e a quelle che si ponessero obiettivi diversi da quelli della massimizzazione dell’utile. Oggi riconosce che gli anticorpi solidali del sistema bancario italiano, assieme ad un ottimo lavoro della vigilanza bancaria, l’hanno reso più equilibrato e salvato dal cortocircuito dell’avidità che ha colpito il sistema anglosassone. Grazie a questi anticorpi in Italia non abbiamo dovuto effettuare salvataggi onerosi per i contribuenti e questo consentirà al nostro paese di colmare (per via del peggioramento altrui) gran parte del divario di debito pubblico con le grandi economie anglosassoni.

L’importanza dell’economia civile per il miglioramento del mercato, sottolineata dall’enciclica Caritas in veritate, comincia ad essere compresa. Quando le informazioni tra le parti non sono complete (come in tutte le relazioni sociali ed economiche) si scopre che il mercato ha bisogno per sopravvivere di fiducia, responsabilità, virtù civiche che l’economia tradizionale non è in grado di “produrre” e che l’economia civile (cooperative bancarie, cooperative sociali, associazioni, movimenti del volontariato) ha un vantaggio comparato nel generare.

I residui di “materialismo economico” non consentono ancora a molti di comprendere appieno che l’uomo è come un iceberg. Si è in grado di cogliere solo la parte emersa (il suo contributo di produttività e creazione di valore economico) senza capire che le radici e le determinanti della fertilità sociale dipendono da premesse delicate e fondamentali quali la qualità delle relazioni vissute, l’autostima e la reputazione sociale godute. Finché questa consapevolezza non sarà diffusa si continuerà per esempio a pensare al welfare come a un mero erogatore di benefici monetari e non come un facilitatore di relazioni nel quale esperti della cura lavorano sulla parte sommersa dell’iceberg in una prospettiva capovolta nella quale le risorse economiche non risolvono i problemi di per sé ma solo quando sono in grado di attivare efficacemente responsabilità, capacità di fare, fiducia e autostima.

La posta in gioco di questo cambiamento è la piena incarnazione della responsabilità sociale nell’economia e con essa l’accresciuta capacità di tutte le imprese (non solo dei pionieri) di perseguire l’efficienza a tre dimensioni, ovvero di creare valore economico facendo bene al sociale e all’ambiente. Superando la logica dei due tempi nella quale la creazione di valore economico è un fine che non deve sottostare a nessun altra regola e le organizzazioni del sociale devono successivamente intervenire a rimarginare le ferite sociali generate.

I residui di dualismo sono duri a morire. Ancora, nonostante la lezione della crisi, ci sarà chi dice che l’economia ha le sue leggi e l’etica deve restare fuori. E chi, dalla parte opposta dirà che la purezza della gratuità e dei valori rischia di essere sporcata dalla compromissione con l’inconvertibile mondo dell’economia. A entrambi diciamo che la stragrande maggioranza della nostra vita si gioca nelle relazioni sociali ed economiche. Si può e si deve puntare a qualcosa di più che sfogare nel poco tempo libero a disposizione le frustrazioni del divario tra realtà lavorativa ed ideali perché non esiste un altrove nel quale giocare la nostra vita.

Di: Leonardo Becchetti (Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”)

 

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