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La crisi e la schizofrenia dell’Europa

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L’Eurozona, con un soprassalto di orgoglio, e un piano di aiuti di 110 miliardi in tre anni, ha deciso di salvare la Grecia dalla bancarotta e se stessa dai disastrosi effetti di una reazione a catena. Ma dopo avere fatto con ritardo ciò che avrebbero dovuto fare, con costi infinitamente minori, un paio di mesi fa, gli europei non potranno tornare al mediocre tran tran di un sistema istituzionale che si è dimostrato clamorosamente inadatto ad affrontare una grande crisi finanziaria. Se vogliono conservare l’euro (e non sembra, considerato anche l’intervento da 750 miliardi di euro deciso domenica sera dall’Ecofin nonostante le resistenze di Londra e Berlino, che abbiano intenzione di rinunciarvi, ndr), dovranno chiudersi in conclave e uscirne soltanto dopo avere tagliato il nodo delle loro contraddizioni. Non è possibile avere una moneta comune senza un comune governo dell’economia. E non è possibile gestire l’eurozona come uno spazio economico integrato senza imposte europee, un bilancio europeo, un debito pubblico europeo.

Dietro queste contraddizioni ve n’è un’altra, per molti aspetti più grave. L’Ue ha ormai caratteristiche federali che sono in alcuni casi più avanzate di quelle degli Stati Uniti agli inizi della loro storia: una moneta comune a 16 paesi su 27, una politica agricola comune, una mole cospicua di regolamenti industriali comuni e, per i paesi dell’area Schengen, una frontiera comune. Ma la sua democrazia ha ancora dimensioni nazionali. Quando vanno a Bruxelles per trattare questioni di interesse comune, i leader europei finiscono prima o dopo per prendere decisioni unitarie. Però quando tornano in patria si ricordano che la loro sopravvivenza al governo dipende dal consenso dei loro elettori.

Hanno interessi europei ma preoccupazioni nazionali, e questa schizofrenia crea inevitabilmente contraddizioni insanabili. Ne avemmo una prova all’epoca del referendum francese sul trattato costituzionale nel 2005. Quel trattato portava in calce la firma di Jacques Chirac, presidente della Repubblica francese. Ma Chirac dichiarava pubblicamente, alla vigilia del voto, che avrebbe protetto i suoi connazionali dai rischi che esso comportava: parole che confermavano indirettamente le riserve e i dubbi degli euroscettici.

In ultima analisi il problema, quindi, non è quello di tappare una falla e riprendere la navigazione. È quello di adottare una rotta diversa. L’Ue è stata costruita sinora nella convinzione che il progressivo trasferimento di sovranità dagli stati all’Unione ci avrebbe regalato, alla fine del percorso, uno stato federale. Oggi sappiamo che ogni trasferimento di sovranità tende a esasperare le contraddizioni delle classi dirigenti nazionali e a paralizzare l’Ue nei momenti in cui la sua azione è maggiormente necessaria.

Per uscire da questo vicolo cieco occorre che il vertice dell’Unione abbia una legittimità democratica europea. Esiste il Parlamento di Strasburgo con poteri che sono andati gradualmente aumentando; ma non ha l’iniziativa legislativa e deve limitarsi a discutere le leggi proposte dalla Commissione e approvate dal Consiglio. Una svolta decisiva sarebbe stata l’elezione diretta, su scala europea, del presidente dell’Unione. Invece i governi nazionali hanno preferito riservare a se stessi la scelta della persona e si sono accordati su un dignitoso ex premier belga, vale a dire su un uomo che non avrebbe avuto la forza di mettere in discussione le loro prerogative. Provate a immaginare per un istante che cosa sarebbe accaduto in questi mesi se Herman Van Rompuy, nei momenti più gravi della crisi, avesse potuto fare valere il peso di un mandato popolare europeo. Se vogliamo evitare che la prossima crisi ci trovi ancora una volta impreparati, questa è la strada da percorrere.

Sergio Romano (Panorama)

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