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Italia, provincia di Putin

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Le notizie, si sa, non sono tutte uguali. Il loro peso è direttamente proporzionale agli angoli oscuri che riescono a rischiarare, al numero di persone che coinvolgono, all’attendibilità delle fonti e alla contingenza in cui vengono divulgate. Possono arrivare da documenti ufficiali, viaggiare su web, essere raccontate dai protagonisti o riferite da testimoni. A volte narrano vicende chiave, altre episodi minori ma straordinariamente illuminanti.
All’ultima categoria appartiene per esempio una battuta recente attribuita a Franco Frattini che in ore come queste si conquista l’onore della citazione. Conversando in un’importante sede istituzionale, il ministro degli Esteri si è lasciato andare a una sconsolata confessione: sul piano internazionale l’Italia conta sempre meno. Che è certo un eufemismo per dire “niente”. Frase che acquista un sapore ancora più amaro se sussurrata dal capo della diplomazia italiana, che di tale declino dovrebbe ben conoscere cause e origini.

Comunque, per evitare improvvise smemoratezze, si scorra il preciso catalogo delle figuracce internazionali e delle assenze italiane all’estero compilato da Antonio Carlucci e Gigi Riva (il servizio è a pag. 42): ci si troverà di fronte a un panorama desolante. Nei posti che contano, quelli dove si può costruire un significativo ruolo internazionale, gli italiani sono sempre più rari e meno ascoltati. I tagli alla cooperazione – meno 45 per cento: alla faccia degli impegni del premier addirittura a raddoppiarli – stanno prosciugando un fiume che scorreva in mezzo mondo portando con sé gli strumenti base della diplomazia più concreta. Allo stesso tempo hanno trasformato Giulio Tremonti nel vero ministro ombra degli Esteri, l’unico uomo di governo che abbia il potere di dire sì o no a impegni umanitari, missioni di solidarietà, azioni di guerra.
Non stupisca dunque se nei rapporti dell’intelligence o della diplomazia americana svelati da Wikileaks, il Bel Paese sia ricordato solo come quello delle “feste selvagge”, e il premier definito “incapace, vanitoso e inefficace”. Per molti di noi non si tratta di rivelazioni, ma ciò che conta ora è l’immagine dell’Italia che ne emerge e l’impatto che tali giudizi stanno provocando sulle cancellerie e sull’opinione pubblica di mezzo mondo. L’immagine di un paese residuale e inaffidabile.

In realtà il declino dell’Italia sul piano internazionale non è solo questione di soldi e finanziamenti, escort e festini; affonda le sue radici nella totale assenza di una politica estera forte e condivisa, le cui inevitabili conseguenze sono appunto i tagli al bilancio e la scarsa considerazione per quel sottile tessuto di relazioni che alimentano dal basso il lavoro diplomatico. Così, per quanto i nostri ambasciatori si diano da fare con capacità e dedizione, la vera missione che il Paese va svolgendo si incarna alla fin fine nell’iperattivismo personalistico di Silvio Berlusconi che da anni si spende su due soli fronti – quello russo e quello libico – e un unico obiettivo: il business. Gas e petrolio, Eni-Gazprom e Finmeccanica innanzitutto. Come ha argutamente notato Massimo D’Alema il premier è stato 27 volte in Libia e mai in India…

Deludente. E sorprendente è che governo e maggioranza non si rendano conto che la sfacciata via berlusconiana agli affari finisce anche per connotare, inconsapevolmente o no, una precisa scelta geopolitica che grava sull’immagine dell’Italia e ne determina il peso specifico. Siamo criticati, e a ragione, per l’eccessiva dipendenza da Russia, Libia e Algeria per le forniture di gas e petrolio. E sospettati di rapporti d’affari troppo stretti, forse anche personali, tra il premier italiano e il leader russo. Non a caso Berlusconi si è conquistato nei documenti del dipartimento di Stato Usa la mirabile definizione di “portavoce di Putin”. Più chiaro di così.

Ecco cosa ci regalano, i rapporti di Wikileaks – per ora appena 250mila file sui due milioni e rotti di documenti che nei prossimi mesi invaderanno la rete – e via via diffusi. Oltre a un particolare che in tempi di libero web, notizie in rete e iPad suona assai significativo. Per diffondere la sua merce, il rivoluzionario Assange non si è accontentato di Internet ma si è affidato ai giornali. Sa bene infatti che per dare peso a una notizia non basta metterla in rete, è obbligatorio farla passare anche per i mezzi d’informazione tradizionali. E non è una questione di numeri: i giornali operano infatti con discernimento, filtrano la valanga di documenti, separano il grano dal loglio, scelgono e interpretano con responsabilità. E dunque danno credibilità all’informazione. Ci voleva un hacker informatico accusato di terrorismo per formulare il miglior elogio possibile della vecchia, cara carta stampata.

Di Bruno Manfellotto, direttore l’Espresso

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