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Intelligenza artificiale e lavoro: dati contrastanti

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Prosegue la diatriba tra detrattori e sostenitori del passaggio alla società intelligente nel mercato del lavoro. La distanza tra coloro che sono pessimisti sull’applicazione del machine learning e della produzione guidata dagli algoritmi e chi invece è convinto che la nuova era alla fine avrà un saldo più che positivo non si riduce. Secondo il Future of Jobs Report pubblicato nel 2020 dal World Economic Forum, entro il 2025 l’intelligenza artificiale dovrebbe rimpiazzare 85 milioni di posti di lavoro a livello globale, creando però al tempo stesso 97 milioni di nuove posizioni lavorative. Con un saldo positivo di 12 milioni di nuovi posti.

Una stima sulla quale pare però sempre più difficile ragionare, considerati gli enormi passi avanti compiuti letteralmente sotto i nostri occhi dai diversi tipi di intelligenza artificiale – da quelle che generano immagini ai chatbot – negli ultimi mesi”. Proprio il recente lancio di ChatGPT, un chatbot creato da Open AI per uso pubblico, ha sottolineato la crescente portata delle tecnologie digitali come l’intelligenza artificiale nella vita lavorativa. Secondo uno studio, pubblicato pochi giorni fa, dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, l’impatto che potrebbero avere le intelligenze artificiali sul mercato del lavoro ha più facce della stessa medaglia. Da un lato, infatti, l’IA può portare notevoli benefici in termini di produttività ai professionisti più qualificati, automatizzando le parti del lavoro più noiose e dispendiose in termini di tempo”.

Ma il grosso del problema riguarda la “low labour specialist”, ovvero i rischi che il machine learning e gli algoritmi creano “per i lavoratori qualificati sia per quelli semi-qualificati, che potrebbero in parte venir rimpiazzati”. In questo senso, si afferma, “sarà determinante la velocità con cui i professionisti riusciranno ad adattarsi al cambiamento tecnologico, concentrandosi sui compiti complementari a quelli svolti dalle IA e abbandonando quelli ormai automatizzati”. Un problema in particolare quello dell’up-skilling e del re-skilling che interessano i lavoratori dei paesi avanzati e ancora di più quelli dei lavori meno dotati tecnologicamente.

“L’impatto di queste tecnologie – sostiene Shamika N. Sirimanne, direttrice della Divisione Tecnologia e Logistica dell’Unctad – non è limitato solo alle economie avanzate. I lavoratori delle economie in via di sviluppo in grado di affacciarsi sui mercati del lavoro internazionali da remoto potrebbero infatti vedere ridotte le loro possibilità di impiego a causa dell’avvento delle intelligenze artificiali”. Ma la strada è ormai segnata: non si può tornare indietro. ”I paesi, in particolare quelli in via di sviluppo – aggiunge Sirimanne – devono prepararsi a beneficiare dell’IA promuovendo l’uso, l’adozione, l’adattamento e lo sviluppo della tecnologia”.
An. Ben.  Conquiste del Lavoro

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