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In Europa torna la nostalgia dell’uomo forte

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Di Francesca Paci

 

“Di tornare al comunismo non se ne parla proprio ma anche la democrazia è stata un grandissima delusione, ci vorrebbe un politico autoritario, forte, uno capace di raddrizzare le storture del sistema e di rimettere in riga tutti quelli che hanno travisato la libertà, ci vorrebbe il re” diceva pochi giorni fa una studentessa ungherese seduta in un caffè alla moda di Budapest, dove la disaffezione per Bruxelles sta spingendo il paese verso est. Nelle stesse ore, al Cairo, un giovane e bravo analista politico denunciava al telefono come una maledizione quella difficoltà non solo egiziana di liberarsi dell’uomo forte, il padre-padrone che in tutto il mondo arabo ha raccolto il testimone del colonialismo e che con buona pace delle piazze in rivolta continua a inchiodare le società a una perenne infanzia della coscienza politica.

 

Cosa è andato storto con la democrazia, si chiede il settimanale The Economist in un lungo speciale? La crisi della democrazia sta davvero riportando di moda il mito dell’uomo forte proprio mentre gli egiziani, i siriani, i libici e tanti altri popoli tentano maldestramente di liberarsene?

 

In Asia il fenomeno è conclamato. L’Indonesia, che con una crescita del 6% l’anno si è affermata come la terza maggiore democrazia mondiale lasciandosi alle spalle il regime corrotto e repressivo di Suharto, è già vittima del rimpianto per il pugno di ferro al punto da poter premiare alle prossime elezioni il Golkar Party, il partito di Suharto. In India l’eredità di Gandhi sbiadisce nella neo ambizione nazional-autoritaria che si prepara alla imminente prova del voto. La Thailandia sta distruggendo la sua economia pur di restare aggrappata al tycoon Thaksin Shinawatra e a sua sorella Yingluck. Il Giappone di Shinzo Abe gioca pericolosamente con la memoria della dittatura. In Malesia sono in molti a ricordare con voce commossa il boom del premier 22ennale Mahathir Mohamad (1981-2003).

 

Ma è in Europa, dove i valori democratici più che quelli economici dovrebbero rappresentare la struttura del DNA, che la nostalgia dell’uomo forte assume contorni nuovi e un po’ inquietanti.C’è una parte zavorrata dall’eredità URSS, d’accordo. Se chiamati a scegliere tra la sicurezza sociale e la libertà, gli ungheresi preferiscono la prima (58% tra i 18-39 anni e 77% gli over 40), il 96% sogna il sia pur alienante posto fisso e appena l’8% ritiene che si stia meglio oggi di quando regnava il comunismo. La situazione non è migliore nei paesi fratelli. In Polonia e in Slovacchia la nostalgia si manifesta attraverso un pesante ritorno al macro-Stato la cui influenza economica, annullata dopo il 1989 nella sbornia liberista, è in crescita (ci sono molti meno nuovi posti di lavoro creati nel settore privato e, come in Ungheria, si sta facendo una parziale retromarcia sulle privatizzazioni). Ma gli altri paesi, quelli saldamente ancorati all’emisfero occidentale?

Secondo un recente sondaggio effettuato per i 75 anni dall’annessione dell’Austria da parte della Germania, 3 austriaci su 5 vorrebbero “un uomo forte” alla guida del paese e 2 su 5 ritengono che non tutto andasse male quando c’era Hitler, il 61% di loro, soprattutto gli anziani, caldeggia l’idea di un politico di polso, autoritario, un uomo solo al comando. Curiosamente l’Austria subisce assai meno di altri paesi la crisi economica (ma anche la Svizzera benestante ha appena approvato il referendum contro gli immigrati).

 

In Francia, rivela Le Monde, la popolazione è totalmente depressa e demoralizzata rispetto al declino culturale ed economico della nazione (il 63% ritiene che negli ultimi 10 anni l’influenza culturale francese sia crollata e il 90% che sia crollata quella economica) con il risultato di ripiegare sul rimpianto per il passato: il 62% giudica la maggior parte dei politici corrotti e, interpellati sull’opportunità di “un vero leader” capace di “ristabilire l’ordine” in barba al concetto di “autorità troppo spesso criticato oggi”, l’87% degli intervistati si dice d’accordo.

 

Gli analisti concordano sul fatto che si tratti di una reazione alla globalizzazione o almeno alla percezione popolare di essa, l’effetto dell’emergere di un mondo multipolare in cui le credenziali democratiche dell’Europa risultano meno “sexy” di quanto dovrebbero. Di certo anche in Italia la voglia di delegare tutto a un commander in chief è palpabile. E non c’è solo la simpatia di una parte della sinistra per un leader-caudillo tipo l’ex presidente venezuelano Chavez. Con le sacrosante e debite differenze la nuova tendenza dei politici italiani è quella di un uomo solo al comando, decisionista, poco “consultivo”, un uomo forte. E per ora paga.

 

Ogni paese fa storia a sé, ovviamente, e le “tentazioni” europee sono per ora nostalgie velleitarie. Ma è sempre difficile spiegare a un egiziano (o a chi come lui sta ancora cercando di uccidere il Padre, freudianamente e politicamente) cosa sia andato storto con la democrazia al punto da rimpiangere (più o meno consapevolmente) il suo contrario. Un po’ come spiegare agli ucraini di Kiev come mai l’Europa che a loro piace “da morire” ci scaldi così poco il cuore.

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