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Il progresso è finito ieri

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E’ morta l’idea illuministica di uno sviluppo senza fine

Adamo ed Eva ascoltano l’iPod nel Paradiso Terrestre, nudi come in un quadro di Cranach. Lei gli offre il riproduttore sonoro – è pur sempre una mela – mentre il tralcio di vite, con relative foglie, copre le vergogne. Quest’immagine uscita da un Medioevo ripensato e rifatto ci offre visivamente l’idea della fine del progresso, il progresso e i suoi pericoli, come dice il titolo della copertina di fine anno di The Economist. Ma da quanto tempo il progresso è terminato nella coscienza degli abitanti del Vecchio Mondo? Sono passati giusto trent’anni dall’uscita de La condizione postmoderna di J.-F. Lyotard, il rapporto redatto dal filosofo francese per il governo canadese, in cui si prendeva congedo dai miti del progresso. Vi si dava per concluso il progetto moderno di emancipazione iniziato, non a caso, con l’Illuminismo. La ragione era l’informatizzazione della società occidentale per opera delle nuove tecnologie, allora al loro secondo, o terzo, debutto.

Il sapere, inteso come un veicolo di emancipazione dagli illuministi, e poi dai marxisti, si era trasformato in un bene di consumo e di scambio, ovvero in merce. Il sapere assoluto e disinteressato del XIX secolo era ora subordinato a un processo meccanico, separato dall’idea di «formazione umana», propria del vecchio umanesimo.  Lyotard non era troppo originale, visto che già la Scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer, ma anche Habermas, negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, avevano già descritto l’eclisse di questo tipo di sapere. Un filosofo dilettante, come si autodefiniva, Günther Anders, pseudonimo dell’ebreo Stern, allievo di Heidegger, con L’uomo è antiquato (1956), dopo esser migrato in Usa per sfuggire il nazismo, dopo aver fatto l’uomo delle pulizie a Hollywood e l’operaio alla Ford, aveva già spiegato come il progresso tecnico rendesse l’uomo un residuo del mondo delle macchine. La morte del progresso è stata decretata più e più volte a partire dai quasi contemporanei di Fontanelle (1688) e Saint-Pierre (1727), inventori della formula e dell’idea che i Moderni fossero superiori agli Antichi, perché usano le scoperte passate e preparano le basi per gli avanzamenti futuri: un processo che «non avrà mai fine». L’uomo è perfettibile, diceva Rousseau, figuriamoci la società.

I Lumi avevano la certezza che la storia avesse uno svolgimento lineare e laico; il pregiudizio e la superstizione sarebbero stati superati dallo slancio delle arti e delle scienze, così come l’opinione pubblica sarebbe stata il fattore decisivo di controllo del potere politico. I pilastri stessi del progresso – tutto avanza e procede verso il meglio in ogni campo – sono stati eretti dai sacerdoti dell’Ottocento, Saint-Simon e Comte, da cui vengono il socialismo e il marxismo, che aveva cercato di decifrare le regole della trasformazione economica della società capitalista. Determinismo, rigidità, unilateralità sono i caratteri di un secolo, il XIX, che vede nella macchina lo strumento perfetto per migliorare la condizione umana. Il positivismo è stato la religione dei nostri trisnonni e bisnonni, prima che l’immane massacro della Prima guerra mondiale, le trincee, i gas e i bombardamenti aerei dessero il colpo definitivo all’idea che tutto andava bene, bastava procedere secondo le leggi della scienza.

Ma perché la fede nel progresso rinasce ogni volta, e poi muore, per risorgere ancora? Perché non riusciamo a fare a meno di vedere il mondo come effetto di uno sviluppo continuo? Perché dobbiamo pur credere in qualcosa, per non cadere preda del nichilismo demolitore, del pessimismo propagato dai profeti della decadenza, così numerosi a partire dalla fine del XIX secolo: Nietzsche, von Keyserling, Spengler. La tecnologia si è fatta più leggera e sottile negli ultimi cinquant’anni. E dopo Auschwitz e Hiroshima abbiamo ricominciato a pensare che le cose potessero davvero migliorare, che la catastrofe nucleare, incubo per due decenni del XX secolo, fosse solo una tigre di carta, un brutto sogno notturno. A più riprese le tecniche informatiche, i computer, i riproduttori visivi e sonori, i cellulari, Internet, il web e la globalizzazione ci hanno convinto che il futuro era meno nero di quello che i profeti di sventura avevano preconizzato. I miti della ragione sono caduti, diceva Lyotard, così come le «grandi narrazioni», ovvero le vecchie ideologie che spiegavano il mondo. Ma noi, pensiamo, siamo invece pratici, pragmatici, positivi, seppur in scala ridotta e in formato tascabile. Tuttavia la paura che il futuro non esista, che sia stato sequestrato da qualche apprendista stregone, se non proprio dalla generazione degli Anziani, che ha convinto i Giovani di vivere in un eterno presente istantaneo, ci visita a ritmo biennale o annuale. Davvero saremo come i nostri Progenitori, nudi e felici con le tecnologie digitali e microscopiche? Oppure si tratta ancora una volta di un’illusione, sempre più piccola, sempre più pocket? La risposta in un sito che stanno già apprestando. Affrettiamoci a cercarlo.
Di Marco Belpoliti (La Stampa cultura)

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