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Il prezzo della crisi che pagheremo nel 2010

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Se esiste qualcosa di peggiore dei bilanci di fine anno, queste sono le previsioni per l’anno in arrivo. Cosa dobbiamo quindi aspettarci dal 2010: la famosa ripresa annunciata da almeno un anno e mezzo da politici e banchieri di varia foggia oppure un’altra crisi?

Tre sono le certezze. La prima, tutti gli analisti seri concordano con il fatto che il tasso globale di disoccupazione continuerà a salire almeno per tutta la prima metà del prossimo anno. Certo, gi interventi dei vari governi potranno cercare di rendere meno drammatica la situazione, ma il dato tendenziale è incontrovertibile. Secondo, chiunque punti su un particolare titolo sta lanciando freccette a caso. Il 2010 sarà l’anno, ancora una volta, delle commodities: petrolio, minerali, oro ma anche zucchero e cacao. Chi vuole speculare, sa dove gettarsi: d’altronde, fino a quando non verrà imposto l’obbligo di consegna – ad esempio – per il petrolio comprato attraverso i futures nelle dark pools grazie a squeezes e corners speculativi, la gente continuerà a speculare. E fa bene, visto che se i regolatori non regolano, non sta certo a chi investe l’obbligo di “autocastrazione”.  Terzo, il comparto bancario non sarà più lo stesso. Fallirà più di un istituto in Europa, la Germania e l’Austria pagheranno un prezzo pesantissimo alla loro spavalda esposizione verso l’Est europeo. Negli Usa, ieri, è stata diffusa la notizia che lo Stato garantirà altri tre miliardi e mezzo di dollari a Gmac per non crollare sotto le nuove perdite legate ai mutui: stiamo parlando del 30 dicembre e di un istituto che dal dicembre dello scorso anno ha già ottenuto dallo Stato qualcosa come 13 miliardi di dollari in aiuti. La dimensione della catastrofe è questa. Ora il tappo sta per saltare anche in Europa: in Inghilterra gli analisti scommettono sul crollo della sterlina entro le elezioni di maggio, una scommessa di cross monetario che potrebbe far la gioia dei forex e un po’ meno quella del governo britannico. Il quale viene dato sì per spacciato, ma con la quasi certezza di un hung parliament, ovvero l’assenza di una maggioranza in grado di governare all’atto di chiusura delle urne: a quel punto, toccherà mettere in piedi una sorta di governo di salute pubblica visto che almeno un paio di banche stanno per annunciare perdite record e svendendo gli assets più pregiati. Il debito pubblico inglese, però, non consente altri salvataggi pena la perdita del rating AAA per il paese e quindi costi ulteriori per ripagare il debito contratto.

C’è poi l’incognita cinese. Come si muoverà Pechino è difficile poterlo dire con certezza, sicuramente si muoverà e non con la delicatezza di una libellula. Lo shopping di assets strategici è già partito e ieri è stata registrata la terza seduta consecutiva in rialzo per le Borse del Dragone, dopo la notizia che il Consiglio di Stato avrebbe approvato i contratti future sugli indici azionari, attesi da molto tempo, notizia che non è stata però ancora confermata. Lo Shanghai Composite Index ha guadagnato l’1,58%, a quota 3.262,6, il Shenzhen Component Index ha chiuso in rialzo dell’1,04%, a 13.644,47: scambi complessivi in crescita a 254,09 mld di yuan (37,2 mld di dollari), da 194,38 mld di yuan nella seduta precedente. La Cina, inoltre, potrebbe sfruttare le rinnovate tensioni geopolitiche tra Usa e Russia, non tanto a livello di muso duro rispetto a scudo spaziale e nuovi armamenti, quanto sul fronte energetico: il fluttuare allegro dei cds sul rischio di default sul debito e il fatto che il nodo della questione gas – che rischia di lasciare al freddo o almeno sotto ricatto l’Europa – passi da lì, mette pesantemente nel mirino di azioni speculative l’Ucraina, Stato di fatto al collasso tecnico ma che è anche controparte di molti prestiti elargiti senza troppo raziocinio dai paesi europei.  Farla saltare potrebbe voler dire rimettere in moto il risiko energetico e piazzare un colpo devastante ad almeno tre Stati, ovvero Germania, Austria e Repubblica Ceca. Pensare che certe cose succedano solo nei film rende la vita meno amara ma il mese di febbraio potrebbe rivelarsi determinante, anche perché operazioni di questo genere lasciano poche tracce ma inviano segnali molto chiari quando sono in fase di attuazione. È la geofinanza di cui abbiamo già parlato molte volte in passato: basta guardare alle cronache di questi giorni. Il fallito attentato che riaccende la lotta al terrorismo e la volontà Usa di un attacco contro le basi di Al Qaeda nella penisola araba, le tensioni di piazza in Iran, gli scontri in Nigeria scatenati dalla setta islamica Kata Kalo, la tensione tra Cina e Gran Bretagna: tutte aree caldissime ma soprattutto strategiche. Infrastrutture energetiche, materie prime, petrolio, riserve: tutto può salire o scendere se una guerra scoppia oppure no, se un missile parte oppure no, se un aereo esplode oppure no. Certo non si scatenano le guerre all’ultimo piano della sede di una grande banca d’affari, ma certamente si guarda con molta attenzione al loro evolvere: la gente che muore può far fare molti soldi, è la faccia pulita e in grisaglia delle guerra a bassa intensità.

Per Natale l’America ha regalato a Pechino un nuovo aumento dei dazi anti-dumping sull’acciaio, certamente non un gesto di disgelo: come reagirà la Cina è tutto da vedere, certamente non potrà scaricare di colpo il debito Usa che detiene. Potrà però continuare a diversificare le riserve monetarie, mandando in altalena le valute e magari continuando in questo modo a tenere basso il valore dello yuan: l’anno che ci aspetta, più di quello che stiamo per lasciare, passerà alla storia per i veri cambiamenti epocali. Quest’anno abbiamo pagato e vissuto la crisi, da domani ne pagheremo le conseguenze. E non solo per mutui e posti di lavoro. Nel frattempo, non fasciamoci la testa. A volte i cambiamenti, anche drastici, non portano solo cose negative.

Di Mauro Bottarelli (Sussidiario)

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