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Il mobbing diventa reato

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Importante novità dall’ Italia. Disegno di legge presentato in Senato con pene fino a 4 anni, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare la propria innocenza.

San Marino, 11 febbraio 2005

Nella vicina Italia il mobbing diventa un reato. Torna prepotentemente d’attualità il problema del disagio nel mondo del lavoro, problema sollevato nei gironi scorsi dal vice segretario CDLS, Mirco Battazza.

“Siamo di fronte ad un fenomeno serio e grave, e come CDLS pensiamo debba essere affrontato attraverso lo strumento dei contratti e quello della legge sulla sicurezza, ma soprattutto attraverso una migliore conoscenza di questi problemi. Sul tema del disagio e del mobbing è necessaria una svolta culturale che riporti il rispetto delle persone al primo posto, contro la pura logica del profitto”, aveva detto Battazza sulla scia di un caso di discriminazione avvenuto ai danni di una lavoratrice sammarinese.

E la svolta culturale in Italia è arrivata venerdì 11 febbraio con la presentazione di un disegno di legge in Senato. Una importante novità che non mancherà di aprire un dibattito anche a San Marino.

Mobbizzati, in Italia sono almeno 750 mila, il 4,2% dei dipendenti.
Ma è una cifra sottostimata. Sarebbero un milione e mezzo. Per la prima volta il fenomeno è stato studiato dal punto di vista giuridico e scientifico in un dossier illustrato oggi in un convegno organizzato in Senato dal titolo «Mobbing oggi, dalla riflessione alla legge». Viene presentato il disegno di legge di iniziativa del senatore Luciano Magnalbò, An, avvocato, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, che riunifica i numerosi testi bipartisan depositati in Parlamento.

Il mobbing assume la configurazione di reato.
Chi lo attua rischia fino a 4 anni di carcere. Tra le novità, una serie di strumenti per la tutela delle vittime. E’ prevista, tra l’altro, l’inversione dell’onere probatorio (ma solo per quanto riguarda la tutela civilistica). Toccherà al datore di lavoro dimostrare di non aver voluto nuocere intenzionalmente. In caso di condanna, saranno annullati tutti gli atti che hanno messo all’angolo il malcapitato. L’articolo 8 chiarisce che le norme valgono anche per i dipendenti dei «partiti politici ed associazioni», gli unici ancora esposti a licenziamenti ingiustificati.

«Il quadro normativo attuale è insufficiente – dice Luciano Tamburro, giuslavorista, da tempo impegnato in questi processi -. Serviva una legge specifica perché siamo di fronte a un fenomeno dilagante. Le grandi aziende ricorrono a questo sistema per sfoltire il personale, specie dopo le fusioni societarie. Anziché licenziarli li convincono ad andarsene». In questo caso si parla di mobbing strategico, distinto da quello di «perversione», perpetrato per il gusto di veder soffrire. C’è chi sa resistere agli assalti ( to mob in inglese significa attaccare, accalcarsi attorno a qualcuno) e chi soccombe. In genere uomini, 50 anni, dirigenti di alto livello in ministeri, Asl e società private, con laute retribuzioni. «A soccombere sono i soggetti più motivati. Gente forte, solida, ma la loro dignità si sgretola sotto i colpi delle angherie – li descrive Francesco Bruno, criminologo -. Gli scansafatiche non si ammalano

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