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Il federalismo fiscale farà aumentare le tasse.

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I favori del tempo fanno la fortuna dei libri, ma, qualche volta, i loro entusiasmi sono troppo invadenti e rischiano di trasformare il beneficio in danno. È questo il pericolo che corre Il sacco del Nord, il nuovo saggio di Luca Ricolfi, in libreria da qualche giorno per le edizioni «Guerini e associati» (pp. 271, e23,50). La scelta del titolo e la pubblicazione in piena campagna elettorale per le Regionali, infatti, potrebbe facilmente trasformarlo in un manifesto antimeridionalista a pronto uso leghista. Sarebbe un peccato, perché la distorsione partitica oscurerebbe il valore del vero e proprio grido d’allarme del sociologo torinese sull’imminente impianto del federalismo in Italia: l’ipotesi, purtroppo molto fondata, che il nuovo sistema di struttura nazionale non riesca a instaurare una maggiore giustizia distributiva tra le regioni, ma finisca per far lievitare il deficit dello Stato. Con il risultato opposto alle intenzioni, cioè con l’effetto di avere più tasse e più spesa pubblica.

L’origine del libro di Ricolfi nasce da una mancanza. Il federalismo fiscale sta per nascere, nel nostro Paese, senza una base di dati adeguata ed efficace e senza che le statistiche ufficiali riescano a fornirne una a livello regionale. Da questa constatazione si muove il lavoro, imponente nello sforzo analitico e ambizioso nel criterio metodologico, con un’impronta culturale inedita e suggestiva. L’autore recupera, sulle orme del suo maestro, Claudio Napoleoni, la distinzione tra settore produttivo e settore improduttivo, tipica dell’economia classica, da Ricardo a Marx, innestandola in una generale visione liberista alla von Hayek, di cui si rivendicano, appunto, le convinzioni anticonservatrici.  Con queste premesse, Ricolfi costruisce perciò una «contabilità nazionale liberale», in alternativa polemica a quella ufficiale, per arrivare a raggiungere quattro fondamentali obiettivi: calcolare il grado di dipendenza di un territorio dalla spesa pubblica corrente, cioè «il parassitismo netto»; valutare il grado di esosità del fisco, «il reddito comandato»; stimare la dissipazione di risorse pubbliche, «lo spreco»; confrontare i consumi effettivi di territori con differenti livelli di prezzi, «il potere di acquisto locale».

Attraverso questa griglia interpretativa, passa il setaccio dei dati che Ricolfi attinge dalle statistiche prodotte dai più autorevoli istituti italiani di ricerche, al fine di elaborare una teoria della giustizia territoriale. Con il risultato di arrivare all’impressionante cifra di 50 miliardi che, ogni anno, vengono trasferiti dalle regioni del Nord al Sud e al Lazio, giustificando così il titolo-shock del libro.

L’autore, naturalmente, riconosce il dovere di solidarietà che deve legare i cittadini di un’unica nazione. Proprio alla luce di questo principio, si assume l’ipotesi che la spesa pubblica discrezionale spettante a ogni territorio sia proporzionale al numero degli abitanti e indipendente dal reddito prodotto. Diversamente, quei già clamorosi 50 miliardi arriverebbero a più di 83. Ma la «spoliazione» delle regioni settentrionali, secondo Ricolfi, è iniqua non solo per ragioni etiche, ma perché «fiacca la capacità del Nord di produrre ricchezza, ossia precisamente la materia prima su cui poggia la redistribuzione a favore delle regioni deboli».

Il federalismo, in effetti, potrebbe aiutare l’Italia a ottenere una maggiore giustizia territoriale, ma le ultime pagine del libro di Ricolfi affacciano la probabilità di una applicazione perversa della legge approvata nel maggio scorso. Il sociologo torinese traccia due scenari di previsione. Il primo, il più probabile purtroppo, ricalca la pessima sorte che toccò al decentramento regionale varato quarant’anni fa, quella di un aumento dell’interposizione pubblica. Tale versione «continuista» del federalismo, come la battezza Ricolfi, si fonda sulla capacità, da parte del ceto politico dei territori meno virtuosi, di approfittare dell’occasione, aumentando le funzioni delegate all’autorità pubblica regionale. Una soluzione che converrebbe a tutta la classe politica, di destra e di sinistra, perché esalterebbe il suo potere sui cittadini.

Il secondo scenario, quello «innovativo», sorge da una difficile presa di coscienza dei nostri politici: la consapevolezza, senza un drastico cambio di rotta, dell’inesorabile e irreversibile arretramento del tenore di vita di tutti gli italiani. L’autore riconosce come sia arduo convincere di questa necessità chi, in virtù di tale enorme trasferimento di risorse attraverso il nostro Paese, ha potuto finora vivere al di sopra dei propri mezzi. Ecco perché si spinge a suggerire anche una strada per aggirare il comprensibile rifiuto delle regioni meridionali alla rinuncia di una parte di questi aiuti: anticipare, con una oculata politica di incentivi, sia i benefici futuri dei comportamenti virtuosi, sia i costi futuri di quelli viziosi.

Curioso è il finale del libro: Ricolfi, dopo l’accurato esame delle cifre, il calcolo degli interessi contrapposti, l’analisi delle cose che si possono o si potrebbero fare, riconosce, con molta onestà intellettuale, il valore determinante di un dato, persino da lui, poco misurabile: la volontà delle persone a cui è affidato il nostro futuro. Ed è per questo che si affida alla figura tratteggiata nella copertina del libro, quella che compariva su una moneta dell’epoca dell’imperatore Claudio: la dea Speranza.

Di: Luigi Spina (Stampaweb)

Luca Ricolfi, sociologo ed editorialista della Stampa, insegna Analisi dei dati all’Università di Torino.

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