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Il difficile equlibrio tra politica e giustizia.

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Con il consueto equilibrio e anche con crociano realismo, il presidente della Repubblica ricorda alle parti in causa – Berlusconi che li chiama «talebani»; i magistrati che potrebbero replicargli vivacemente – che «la causa delle riforme necessarie per rendere più efficiente, al servizio del cittadino, l’amministrazione della Giustizia (…) non può trarre alcun giovamento da esasperazioni polemiche». È il passo della lettera di Giorgio Napolitano al suo vice nel Consiglio superiore della magistratura che adombra l’inconciliabilità fra il modo di guardare alla Giustizia del presidente del Consiglio e di una parte della magistratura.

I giornali hanno riferito che il magistrato che tiene in carcerazione preventiva alcuni inquisiti avrebbe dichiarato l’intenzione di non scarcerarli perché non hanno manifestato segni di «pentimento». Con la carcerazione preventiva si scongiura il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove, di fuga da parte dell’inquisito. Il mancato pentimento non figura fra le sue motivazioni giuridiche. È evidente, allora, che la cultura del magistrato in questione è più simile a quella di un prete, o di un rivoluzionario – che perseguono la «salvezza» del peccatore (o del reazionario); l’uno con la confessione, l’altro con la ghigliottina – che a quella di uno Stato di diritto che si limita ad applicare la legge. È una cultura della redenzione. Che non si limita a governare gli uomini «come sono», con le leggi, ma li vuole «migliorare»; quella religiosa, grazie alla Fede, nella prospettiva metafisica dell’aldilà; quella rivoluzionaria, nell’aldiqua, grazie al surrogato materialistico della Provvidenza che è la rivoluzione.

Se Berlusconi fosse davvero liberale, sottolineerebbe la distinzione – che il moderno Stato di democrazia liberale fa – fra Diritto ed Etica; emetterebbe in luce la contraddizione in cui incorre una parte della magistratura quando confonde i due piani. Egli, invece, non delimita il tema della Giustizia, e dei suoi rapporti con la politica, alle differenze fra cultura politica liberale (e laica) e della redenzione (e metafisica); ma trasferisce le sue personali vicende nel Paese, spaccandolo, come vuole l’opposizione, fra berlusconiani e antiberlusconiani, anziché fra liberali e illiberali; porta in Parlamento le sue ragioni processuali, vanificando ogni prospettiva di accordo con la stessa opposizione che, su questo terreno, non lo può evidentemente seguire. Con la campagna «l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio» – ponendosi sullo stesso piano, esclusivamente etico, di quella parte della magistratura che accusa – alimenta la confusione fra Etica e Politica e il conflitto fra estremismo giustizialista e moderatismo indifferente che dividono gli italiani. Un Paese che- sia a livello di cultura politica sia a livello di cultura giuridica- divide ancora il mondo in «buoni» (della propria parte) e «cattivi» (dell’altra parte), anziché giudicarli colpevoli o innocenti secondo la Legge, è irrimediabilmente pre moderno.

Di Piero Ostellino editorilaista Corriere della Sera

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