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Hitchcock, trent’anni dalla morte del maestro

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«Avevo forse 4 o 5 anni. Mio padre mi mandò al commissariato di polizia con una lettera. Il commissario la lesse e mi rinchiuse in una cella per cinque o dieci minuti dicendomi: “Ecco che cosa si fa ai bambini cattivi”»: Alfred Hitchcock rivelò questo aneddoto quale matrice originaria della sua ossessione per la colpa e della paura della polizia, due dei temi più ricorrenti nelle sue opere.

Che sia un fatto vero o meno non ci è dato saperlo: Hitchcock amava usare l’ironia, nel cinema come nella vita, e non si può certo escludere che abbia voluto prendere in giro giornalisti e appassionati, sempre alla ricerca di un trauma infantile che giustifichi i comportamenti e le scelte, magari singolari, di un artista.

Ricorre quest’anno il trentennale della morte del regista, nato a Londra il 13 agosto 1899, che ha lasciato un enorme vuoto nel mondo della settima arte. Regolarmente, ogni decennio, un giovane regista viene considerato il “nuovo Hitchcock“, ma la responsabilità di tale affermazione diventa presto troppo pesante per chiunque.
Negli anni ’80 (ma anche nel decennio precedente) aveva provato a colmare quel vuoto Brian De Palma, il regista più devoto a Hitchcock, che ha spesso costruito i suoi lavori come veri e propri omaggi (ricchi di riferimenti e citazioni) al cinema del suo maestro.

Nel decennio successivo sarà David Fincher a raccogliere il testimone grazie alla costruzione narrativa di “Seven” e del seguente “Fight Club”; mentre nel nuovo millennio il nome di Hitchcock viene accostato ai film del regista indiano M.Night Shyamalan (“Il sesto senso”, “Unbreakable”, “The Village”), diventato celebre per i colpi di scena nei finali dei suoi primi lavori.
Tutti nomi certamente importanti (e altri seguiranno), ma nessuno che possieda quell’unione di humour nero e di suspance, tipica dei film di Hitchcock.

La suspance, l’elemento cui il regista teneva di più, era incentrata su una differenza di conoscenza e sapere fra i personaggi del film e gli spettatori. Come ha dichiarato lo stesso Hitchcock, per produrre suspance è indispensabile che il pubblico sia perfettamente informato di tutti gli elementi in gioco e che sappia qualcosa in più rispetto ai protagonisti della storia.

Questa tematica era già presente nei suoi primi film, girati in Inghilterra negli anni ’20 e ’30, e continuò a caratterizzare i suoi lavori americani a partire dal 1940. A Hollywood ottiene da subito grandi successi con “Rebecca, la prima moglie” (Oscar per il miglior film) e con “L’ombra del dubbio” (che definisce il film preferito della sua carriera) del 1943. Gli ottimi incassi delle sue pellicole non gli portano però grande prestigio fra i critici americani che lo considerano semplicemente un “regista di genere” e un mestierante.

Saranno negli anni ’50 i critici francesi dei Cahiers du Cinéma (futuri registi della Nouvelle Vague) a iniziare a considerarlo uno dei grandi maestri del cinema del Novecento; in particolare François Truffaut che raccoglierà una lunga serie d’interviste fatte al regista nella raccolta intitolata “Il cinema secondo Hitchcock”. A cavallo fra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, ottenuta finalmente la meritata stima da parte della critica, realizzerà le sue opere più importanti: “La donna che visse due volte” nel 1958, “Intrigo internazionale” nel 1959, “Psycho” nel 1960 e “Gli uccelli” nel 1963.

Negli anni successivi la sua produzione sarà meno continua, ma anche nei suoi ultimi film non mancherà quella dose d’ironia simboleggiata dai suoi celebri cameo, volti a coinvolgere maggiormente gli spettatori, attenti a non lasciarsi sfuggire l’entrata in scena della “sagoma” di Hitchcock.

Di Andrea Chimento (Sole24ore)

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