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Giovani e lavoro:tra teoria e pratica

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In occasione dell’iniziativa globale dell’ILO che dedica il mese di marzo all’occupazione giovanile, il Portale italiano del lavoro dignitoso dà voce alle preoccupazioni e alle proposte del mondo giovanile.

di Veronica Sozzi, 23 anni, laureata in economia dell’ambiente e dello sviluppo, Terza Università Statale di Roma
e Lorenzo Piccialli, 22 anni, laureando in economia e management, Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Definiti nei modi più fantasiosi, da “sfigati” a “bamboccioni”, si sono dette di noi studenti le cose più svariate negli ultimi anni che hanno contribuito a costruire un’immagine ben poco lusinghiera della categoria, se può definirsi tale. La verità è che troppo spesso ci troviamo a dover combattere con una realtà in cui sembra non esserci alcun posto per noi e nella quale è sempre più complicato trovare punti di riferimento.

Il mercato del lavoro, infatti, spesso appare quasi impenetrabile e non è per nulla semplice comprendere quali siano le competenze che ci vengono richieste per essere realmente competitivi. La laurea, soprattutto quella triennale, sembra non essere più spendibile su questo mercato e si finisce per addentrarsi nella ricerca continua di un titolo sempre più qualificante e di un livello di specializzazione sempre più alto. D’altra parte, siamo costretti ad offrirci sul mercato del lavoro a condizioni sempre più precarie, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale.

Uno dei primi problemi da affrontare è senza dubbio quello del sistema universitario italiano. Esso ci offre ben poche alternative ad un percorso lungo fatto di lauree triennali, magistrali, dottorati, master di primo e secondo livello. Le formule come la laurea triennale o la cosiddetta “laurea breve”, nate per consentire un più rapido ingresso nel mondo del lavoro, hanno miseramente fallito nel loro intento e l’ottenimento di una preparazione quinquennale è rimasto di fatto un requisito minimo. Inoltre, per essere davvero competitivi, ci viene richiesta un’ottima preparazione accademica, ottenuta nel minor tempo possibile, accompagnata possibilmente da esperienze lavorative pertinenti con il nostro percorso universitario. Sostanzialmente, è come se il mercato del lavoro ci volesse giovani e già formati, sia dal punto di vista accademico che lavorativo, ma l’università non è in grado di soddisfare quest’esigenza, fornendoci una preparazione prevalentemente teorica.

Questa, a nostro parere, deve rappresentare una delle sfide più importanti da affrontare per i governi di oggi e di domani: riformare il sistema universitario affinché possa affiancare alle buone basi teoriche, degli strumenti pratici che favoriscano un inserimento diretto nel mondo del lavoro. Questo permetterebbe, inoltre, di contrastare il precariato precludendo ai datori di lavoro la possibilità di abusare di stage e tirocini formativi post-laurea.
Un’altra possibilità concreta, potrebbe essere incentivare il ricorso al contratto di apprendistato, soluzione esistente ma sottoutilizzata a differenza di quanto avviene in numerose realtà europee. Esso sembra rappresentare il vero punto di incontro tra domanda ed offerta poiché, a fronte di sgravi contributivi per il datore di lavoro, gli apprendisti possono ricevere una reale formazione finalizzata ad un futuro consolidamento del rapporto.

Purtroppo però, le troppe lacune del nostro ordinamento e la sovrabbondanza di figure contrattuali “ibride” tra lavoro autonomo e subordinato, spingono troppo spesso i datori di lavoro a sfruttare queste ultime per ottenere le stesse agevolazioni contributive del contratto di apprendistato senza assumersi la responsabilità di formare realmente i giovani lavoratori.

La realtà è che in un contesto in cui siamo considerati “giovani” fino a 40 anni, una volta fuori dall’università, dobbiamo farci largo tra una giungla di stage mal retribuiti, o addirittura gratuiti, cercando di autoconvincerci che di meglio non si possa trovare. Uno studente di economia, come nel nostro caso, sceglie questa facoltà con la speranza di ottenere delle competenze che ci aprano le porte a diversi campi lavorativi ma, di fatto, quando ci affacciamo sul mondo del lavoro, siamo tristemente tutti uguali: ugualmente condannati ad anni e anni di instabilità.

Siamo d’accordo con chi ci dice che “il posto fisso è monotono”: la mobilità all’interno del mercato del lavoro è senza dubbio necessaria e accrescerebbe di molto le nostre competenze, rendendoci lavoratori più versatili e fornendoci stimoli sempre nuovi. Purtroppo, però, senza garanzie occupazionali di alcun tipo, è difficile accettare questa idea e il termine “mobilità” in questo momento non è altro che un sinonimo di “instabilità”. Per questo motivo noi giovani siamo in un certo senso costretti ad aspirare al “posto fisso” perché, in un sistema come questo, rappresenta l’unica garanzia di stabilità.
Purtroppo, l’ottenimento di una “retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e [..] sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Cost.) avviene, nei casi più fortunati, solo dopo i 30 anni. Questo rende sempre più difficile emanciparsi dalle famiglie di origine e la speranza di costruirne di proprie in età ragionevoli, come hanno potuto fare le passate generazioni.

Guardando oltre i confini del nostro paese, possiamo facilmente trovare esempi di ragazzi come noi che già hanno avuto la possibilità di crearsi una vita propria senza necessariamente avere un “posto fisso”. I governi, come quello tedesco, incentivano l’emancipazione attraverso significativi aiuti economici e sociali alle famiglie giovani. Eppure, la famiglia e la gioventù costituiscono anche nell’ordinamento italiano realtà meritevoli di tutela, come sancito dalla nostra Costituzione (art. 31). Tutto ciò costituisce un disincentivo a progettare il nostro futuro in questo paese. Il danno che ne deriva non riguarda solamente noi, costretti ad abbandonare la terra in cui siamo nati e cresciuti, ma l’Italia stessa. Una nazione come la nostra, con un’età media di 43 anni (fonti Istat) che si stima aumenterà nel 2012 e negli anni a seguire, per di più in recessione, avrebbe bisogno di idee nuove e menti giovani che il resto del mondo ci invidia e, troppo spesso, ci ruba.

Dovrebbe esserci data l’opportunità di metterci in gioco e di partecipare attivamente al tentativo di risolvere i problemi di questo paese, con i quali in futuro dovremo confrontarci noi in prima persona, altrimenti il rischio è quello di creare un gap generazionale incolmabile. Per questo, a nostro parere, è necessario che l’attuale classe dirigente – che in Italia ha un’età media di 61 anni – promuova responsabilmente un graduale passaggio di competenze e conoscenze a favore della nostra generazione al termine del quale potrà farsi da parte e fare finalmente…“largo ai giovani!”

Portale Lavorodignitoso (ILO)

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