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Gerusalemme e l’intifada dei lupi solitari

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Non cercate un progetto, uno straccio di strategia, per quanto estremista. Non pensate a una proiezione del califfo Ibrahim, al secolo Abu Bakr al-Baghdadi, in Terrasanta. Pensate invece alla rabbia, alla disperazione, a chi scambia la vendetta per giustizia.

 

 

Non guardate al passato, alla prima Intifada, la rivolta delle pietre (1987), né alla seconda, tragica Intifada (2000), quella dei kamikaze. Niente di tutto questo c’è nella “terza Intifada”, che ha fatto di Gerusalemme la sua “capitale”. Città contesa. Città insanguinata.

 

Quella che si è scatenata, non da oggi, è l’intifada dei “lupi solitari”, sconosciuti ai pur efficienti servizi di sicurezza israeliani. Gli autori della strage alla sinagoga, come i palestinesi della “Car intifada” sono animati dall’odio, dalla frustrazione. E sono armati di asce, mannaie, coltelli da cucina, pistole. Ora Hamas li chiama a sé, cerca di cavalcare qualcosa che l’ha spiazzata.

 

 

Ma la realtà è un’altra. Più sfuggente, più insidiosa. Più disperata. È la realtà di chi non ha futuro. Di chi ha identificato Israele con l’assedio di Gaza, i check point che spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania, con la “pulizia etnica” programmata e messa in atto nei quartieri arabi di Gerusalemme Est, con l’arroganza del più forte. Ma non più invincibile.

 

 

Più che a una “guerra”, la terza Intifada assomiglia a una faida. Sangue chiama sangue, in una spirale di violenza senza fine. Una violenza fine a se stessa. Le reazioni dei leader, o presunti tali, esse sì assomigliano a un fil già visto. La volontà di rivalsa di Netanyahu, la condanna di Abu Mazen, l’esultanza postuma dei capi di Hamas e della Jihad islamica.

 

 

Ai “lupi solitari” palestinesi tutto ciò non interessa. Bastano le umiliazioni quotidiane, un futuro che non esiste. Basta un’ascia, un coltellaccio, una mannaia per ergersi a giudici ed emettere la sentenza: condanna a morte. Non importa a chi inflitta, un rabbino, un soldato, i ragazzi alla fermata del bus. Non importa: chiunque è un obiettivo potenziale. La disperazione non guarda la carta d’identità e non distingue tra chi porta una divisa militare e un civile. Colpire, e poi colpire. E poi morire. Come è morta l’illusione di una pace fondata sul principio, da tempo ormai usurato, inattuabile, di una pace fondata su “due popoli, due Stati”.

 

 

I “lupi solitari” vivono nel presente e se devono ergere qualcuno a “nuovo Saladino”, costui non va cercato a Ramallah o a Gaza, ma nelle trincee siro-irachene: è il “Califfo Ibrahim”. Una faida. Senza speranza. Ma già questo è un dato politico. E la narrazione di una comunità internazionale imbelle, a cominciare dall’indecisionista che alberga alla Casa Bianca, di leadership politiche, israeliana e palestinese, senza spessore e senza coraggio.

 

 

Il rimpallo delle responsabilità è già iniziato. Come le condanne che piovono da Washington e dalle capitali europee. Lacrime di coccodrillo, appelli alla moderazione che suonano come un insulto a quanti piangono, da ambedue le parti, i loro morti. La cifra comune è il dolore. E l’impotenza mascherata dalla forza. Non cercate un filo logico in questa nuova mattanza. Il filo è rosso. Rosso sangue. I “lupi solitari” palestinesi, come i falchi del fronte opposto, non hanno nel loro vocabolario la parola “compromesso”. L’incontro a metà strada tra le rispettive ragioni non è contemplato.

 

 

Di tutto questo, Gerusalemme è l’espressione più vera, tragicamente vera, e disperante. Perché tutto a Gerusalemme rimanda a una visione assolutistica, che non conosce né concede l’esistenza di aree grigie, che confonde pace con “resa del Nemico”.

 

A dominare è la legge della giungla. Diritti nazionali e sicurezza sono concetti astratti, spesso utilizzati strumentalmente da chi non ha altra mira che rilegittimarsi a vicenda nel fermare il tempo e perpetuare uno status quo che non concede speranza ma perpetua rendite di potere. A Gaza come a Tel Aviv. Il resto è cronaca. Più che di guerra, cronaca nera. Spazzeremo via i terroristi di Hamas, tornano a proclamare i governanti israeliani, sapendo – Gaza docet – che ciò è impossibile.

 

I capi di Hamas esaltano i “nuovi shahid” e inneggiano all’”eroica resistenza all’entità sionista”, sapendo bene che non esisterà mai una scorciatoia militarista all’affermazione del diritto all’autodeterminazione nazionale. Si seppelliscono i morti, e con essi i residui spiragli di dialogo. Così è nella martoriata Terrasanta.

 

Limes

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