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Fuori dalla crisi con l’economia della conoscenza

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Quando siamo nei guai spesso cerchiamo grandi spiegazioni epocali e sistemiche, capaci di suggerirci che sta accadendo qualcosa di nuovo e senza precedenti; o al limite di scala ben maggiore rispetto ai guai del passato.

Secondo me c’è questo istinto dietro all’idea, esplorata in modo affascinante sulla Stampa del 19 agosto, che l’Occidente stia vivendo «la fine della classe media» e che dobbiamo abituarci all’idea che il progresso sia finito, almeno in termini di miglioramento del tenore di via medio per le prossime generazioni.

 

Beninteso, ognuna di queste cose potrebbe verificarsi negli anni a venire. E si può accettare l’ipotesi dell’eventualità di un tale disastro. Ma non c’è alcuna prova, al momento, a sostenere l’idea che i Paesi occidentali e le loro classi medie siano ineluttabilmente condannati a un declino economico nel lungo termine invece che lottare, come evidentemente stanno facendo, per riemergere da una recessione lunga e insolitamente severa.

 

In realtà, le linee di tendenza strutturali a lungo termine per l’Occidente sembrano indicare la conclusione opposta, almeno per quanto riguarda le classi: i decenni a venire potrebbero essere un’età dell’oro per la classe media. Se quelle proiezioni sono funeste per qualcuno è altamente probabile che lo siano per la classe operaia, tra i gruppi più poveri della società.

Proviamo a pensare alle previsioni a lungo termine che ci sono note. Economie dominate dalla conoscenza piuttosto che dal lavoro fisico. Rapidi progressi tecnologici che favoriscono i creativi e il settore dell’istruzione. Aumento della longevità che favorisce le persone più sane e con risorse mentali tali da poter rimanere più a lungo nell’attività lavorativa. Queste sono caratteristiche della classe media e, nel momento in cui le società occidentali tipicamente mandano il 40-50% dei loro giovani all’università, sono destinate a diffondersi e non a ridursi. Saranno le classi lavoratrici a subire i danni peggiori.

 

E quindi, come ha preso piede quest’idea della «fine della classe media»? In parte a causa del predominio dei commentatori americani sulla scena internazionale. Secondo me gli americani hanno una strana idea di «classe media»: ai loro occhi è rappresentata dai lavoratori della General Motors. E quest’ottica viene esposta citando statistiche che mostrano come la paga oraria media sia di poco aumentata, in rapporto all’inflazione, nell’ultimo quarto di secolo.

 

Questi lavoratori indubbiamente hanno affrontato male, in tempi di recessione, il mutamento tecnologico e la competizione globale. Tuttavia gli operai del settore manifatturiero rappresentano appena un decimo della forza lavoro americana (in confronto al circa 15% italiano), quindi definirli «classe media» è altamente mistificatorio. E le statistiche sulle paghe sono la prospettiva sbagliata cui guardare: quella giusta sono gli introiti medi, soprattutto perché ora in molte famiglie c’è più di una persona che lavora e magari anche qualche pensionato. Questi introiti mostrano una tendenza stabile alla crescita. Una crescita oscurata dai redditi in ascesa dei ricchi, perché è cresciuto il divario, ma la classe media, è chiaro, non è finita.

 

C’è anche grande confusione tra fatti a breve termine e previsioni a lungo termine. Il fatto a breve termine – da sei anni a questa parte – è che dall’inizio ufficiale della crisi finanziaria dell’Occidente nel 2008, i redditi medi hanno sofferto di più rispetto a quelli alti. A parte gli altri vantaggi, appannaggio del 10% più ricco della società, la politica espansionistica delle banche nel settore monetario ha favorito chi possiede azioni, obbligazioni o proprietà, risorse in possesso soprattutto dei più ricchi. E quindi, certo, la classe media ha sofferto e sta passando un brutto momento. Ma non dimentichiamoci che sono i poveri ad aver sofferto di più, in Italia come nel resto d’Europa e in America. Questo dato è rispecchiato anche dal voto per i partiti estremisti. I più clamorosi voti di protesta alle elezioni europee del maggio scorso sono andati all’Ukip in Gran Bretagna e al Fronte nazionale in Francia. Entrambi i partiti hanno molti borghesi tra i loro sostenitori, ma lo zoccolo duro è rappresentato da operai bianchi e poveri. Sono, alla fine, loro, con maggior probabilità a sentire che gli immigrati o l’automazione gli hanno rubato il lavoro. La loro alienazione, non quella dei borghesi, è la maggiore minaccia alle nostre democrazie.

 

Ora, chi oggi si preoccupa per lo stato attuale della classe media potrebbe ben rispondere alla mia analisi dicendo: sì, ok ma cosa succederà se i tuoi fatti a breve termine vanno avanti a lungo? Larry Summers, ex segretario di Stato per il Tesoro, ha avvertito che le economie occidentali potrebbero risentire di una «stagnazione secolare», con molti anni di sviluppo lento o crescita zero, come è stato il caso del Giappone dalla metà degli Anni 90.

Una prima risposta per dire che il Giappone conferma l’assunto: lì la classe media ha reagito abbastanza bene mentre la sperequazione sociale è cresciuta insieme alla povertà. La seconda risposta è per dire che le lamentele sui guai a breve termine che diventano guasti sul lungo periodo non sono nulla di nuovo: è il lavoro della politica affrontare il problema.

 

Negli Anni 70 in Occidente si diffuse la convinzione che un’alta inflazione insieme a un alto tasso di disoccupazione fosse la nostra condizione permanente. In più, quando mi laureai nella Gran Bretagna del 1978, dominata dalla crisi, si pensava che l’era del miglioramento della qualità della vita fosse alla fine. Questo spiega in parte perché la Gran Bretagna scelse Margaret Thatcher come primo ministro nel 1979. Quando ero studente il 15% dei miei coetanei frequentava l’università, ora il dato in Gran Bretagna è di oltre il 40%.

 

Nel suo editoriale del 19 agosto Gianni Riotta ci ricorda un libro pubblicato nel 1989 da Paul Krugman, l’economista vincitore del premio Nobel, intitolato «The Age of Diminished Expectations». Il punto cruciale del libro è che ci si aspettava grandi, epocali spiegazioni ma non era cosi. Questo dopo un triste decennio negli Usa (un decennio noto in Europa come euro-sclerosi, per inciso) di alti tassi di disoccupazione, deficit e una competizione, apparentemente invincibile, con il Giappone. Il libro in effetti ha segnato un punto di svolta verso un nuovo boom economico americano durante il quale l’amministrazione Clinton ripagò il debito federale e il tenore di vita crebbe in maniera rilevante.

 

In più il titolo ci svia completamente. Tra il 1960, diciamo, e il 1989 quando Krugman scrisse il libro e, di fatto dal 1989 a oggi, tanto in America come in Europa le aspettative non sono diminuite e anzi sono, e di molto, cresciute. Questo è, di certo, parte del nostro attuale patrimonio: una domanda corretta da porci é se possiamo permetterci le aspettative odierne, molto più ambiziose rispetto a quelle di 20, 30 o 40 anni riguardo ad istruzione, pensioni, salute, sicurezza sul lavoro, viaggi, tecnologia e molto altro, aspettative che i nostri genitori e i nostri avi potevano solo sognarsi.

 

Guardando al futuro non possiamo, per definizione, sapere se la nostra generazione saprà raccogliere questa sfida. Per farlo dovremmo ricordare quanto sono nuove alcune delle nostre aspettative in quanto classe media, evitando di darle per garantite. Ma non dovremmo nemmeno eludere la responsabilità ritenendo il mondo immutabile, prodotto di misteriose forze strutturali al di là del nostro controllo. I nostri genitori e i nostri nonni seppero risolvere le crisi a breve termine che dovettero affrontare. Il nostro dovere è emularli.

 

Bill Emmott editorialista  La Stampa

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