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Emergency, struttura scomoda per scelta

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Che alle autorità afgane Emergency non sia mai piaciuta non è una novità. È l’11 di aprile del 2007, esattamente tre anni fa, il giorno in cui lo staff internazionale di Emergency a Kabul decide di lasciare il Paese. Il 12 aprile, verso le 10 del mattino, lo staff lascia la capitale afgana per Dubai. Davanti all’ospedale non c’è più nessuno: non le code di padri zoppi con bambini malandati.

Solo un guardiano che rudemente ci allontana. Il fotografo Romano Martinis riesce a rubare un immagine prima di essere allontanato brutalmente: un padre che esce col suo bimbo in braccio, segno che l’ospedale è ancora in attività. Poi infatti si saprà che qualcuno è rimasto: tre cittadini italiani, un belga, uno svizzero. Minacciosa, un’auto verde della polizia afgana presidia il nosocomio. Dieci giorni dopo Emergency annuncia che si ritira dal paese, un colpo di scena che è l’apparente epilogo (poi la Ong ritornerà) della brutta vicenda di Ramatullah Hanefi, l’uomo di Emergency a Lashkargah che ha contribuito alla liberazione di Daniele Mastogiacomo, l’inviato di Repubblica sequestrato dai talebani. Hanefi viene arrestato dall’intelligence afgana e sbattuto in carcere con l’accusa infamante di essere un fiancheggiatore. Accusa che passa orizzontalmente all’organizzazione di Gino Strada. Lo scontro è aperto. Si risolverà solo dopo una faticosissima mediazione (che impegna direttamente il governo italiano e l’ambasciatore a Kabul Ettore Sequi) col proscioglimento di Hanefi in giugno. Ma intanto son corse scintille: Emergency accusa Kabul di volergli soffiare i suoi gioielli, gli ospedali costruiti negli anni e proprietà della Ong.
L’organizzazione di Strada è su piazza dal 1999 e ha fornito assistenza medica e chirurgica gratuita a forse due milioni di afgani ad Anabah, Kabul e Lashkargah, nel centro di maternità e medicina in Panjshir, nelle 25 cliniche e posti di primo soccorso e nelle 6 cliniche delle prigioni afgane. Un lavoro importante anche se i critici hanno spesso messo in luce i rischi di un’attività parallela a quella della sanità pubblica. Eppure questa Ong ha fatto anche altro. Ben prima del 2001 darà una mano all’allora sottosegretario agli esteri Ugo Intini per creare una possibile traccia di dialogo utilizzando proprio i suoi ospedali: quello a Kabiul sotto regime talebano e quello al Nord sotto la protezione degli uomini di Ahmad Shah Massud il comandante antitalebano. L’amicizia col vecchio Leone del Panjshir e gli stretti legami con gli uomini dell’Alleanza del Nord, alleati di Karzai a giorni alterni, deve pur valere a Emergency qualche contrasto che poi finisce con l’esplodere con la vicenda di Hanefi, le intimidazioni all’ospedale di Kabul, il fastidio manifesto per una Ong che agisce per fatti suoi e spesso si scontra coi ministeri.

Ma i nemici, Gino Strada e i suoi medici non li ha solo nel governo di Kabul. Ong militante per scelta, Emergency non risparmia mai le sue critiche contro i bombardamenti e la decisione di stare a Lashkargah, sulla linea del fronte delle due regioni più ribelli di Kandahar e Helmand, si spiega proprio col desiderio di continuare ad aiutare chi soffre di più. E senza fare differenza se chi è ferito ha un turbante da talebano o uno straccio sfilacciato per coprire il capo. Durante l’Operazione Moshtarak, quella iniziata in febbraio proprio a sud di Lashkargah, Emergency denuncia l’impossibilità per molti afgani di un accesso alle sue strutture. Alza la voce, si scontra con la Nato, l’esercito afgano e i militari americani, irritando persino la Croce rossa. Dà fastidio insomma questa gente che si schiera sempre dalla parte dei dannati e che non vuol sentir ragioni. Che non smette di magafonare le sue posizioni appena ha l’occasione di farlo alle orecchie per lo più disattente delle opinioni pubbliche occidentali.

Il blitz appare così una doccia fredda dai contorni ancora oscuri ma che non si può fare a meno di situare in una cornice che vede la Ong di Strada sempre molto esposta. E con lei i suoi medici, gli infermieri, il personale locale sempre un po’ spiato per capire da che parte sta. E alla vigilia del viaggio del direttore generale della Cooperazione a Kabul previsto a fine mese, anche il governo italiano sembra prendere in qualche modo le distanze da un’organizzazione con cui c’è sempre un atteggiamento di amore-odio, di imbarazzo per la difficile miscela umanitaria condita da Emergency: aiutare sempre e comunque le vittime e continuare anche a denunciare l’orrore della guerra.

Emanuela Giordana (Il Riformista)

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