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E’ possibile un capitalismo solidale?

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di Salvatore Rizza docente di Politica Sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Univerità di Roma

Sembra un ossimoro: capitalismo e solidarietà hanno percorso strade diverse e, in qualche modo , divergenti. Il capitalismo nasce con la rivoluzione industriale e si consolida mediante l’accumulo della ricchezza a beneficio dei possessori dei ‘mezzi di produzione’. I principi di libertà elaborati nel sec. XVI, soprattutto dal filosofo Locke, rappresentarono per il capitalismo il  fondamento filosofico-ideologico, che così coincise con il liberalesimo e, successivamente, con il liberismo.

Intorno a questi movimenti e a queste pratiche si è andata costruendo la scienza dell’economia, che ha finito (abusivamente!) per coincidere con il capitalismo stesso. A questo modo di interpretare l’economia si sono opposti il movimento marxista, i sindacati e gli altri movimenti solidaristici della cooperazione e della mutualità. Era fin troppo evidente che il fondamento della libertà vissuto dal capitalismo liberista contrastava con quello della uguaglianza, costitutivi entrambi del nucleo dei ‘diritti dell’uomo’. L’economia smarrì il suo fondamento etico costituito dalla sua appartenenza all’ordine dei ‘mezzi’ e non a quello dei ‘fini’: l’accumulo di ricchezza non può risultare fine primario della sua produzione senza provvedere ad una sua equa distribuzione. L’etica economica è parte di quella umana che si fonda sul principio secondo cui non sunt facienda mala ut veniant bona (non si può fare una cosa cattiva perché ne venga una buona)…neppure per far quadrare i conti! Il principio etico dell’uguaglianza non rientra nell’orizzonte del capitalismo, che, nella migliore delle ipotesi, si limita ad essere ‘benevolo’ o ‘compassionevole’ (capitalismo compassionevole).

Oggi ‘libertà’ ed ‘uguaglianza’ sembrano possedere una comune cittadinanza, la cui attuazione però stenta a dar vita ad una politica adeguata ed efficace. Ugualmente ai nostri giorni una grave crisi sta attraversando l’economia di tutto il mondo e si assiste alla corsa per ridurne gli effetti. Ma gli effetti sulle persone e sulle popolazioni (non sulle rendite finanziarie e i loro utilizzatori) passano attraverso due modalità: le regole fondate sull’etica da una parte e la solidarietà dall’altra. Amartya Sen dice che “benessere e progresso devono essere ripensati; senza regole non è possibile realizzarli”. Da qualche tempo, da questa crisi, l’ha imparato anche il nostro ministro Tremonti. Egli docet che “le crisi insegnano ai popoli l’economia…come le guerre la geografia”: si spera che anche lui abbia imparato la lezione! Una delle regole fondamentali della distribuzione equa è quella della solidarietà. Gli Stati europei hanno a tal fine costruito i sistemi di welfare, che insieme alla uguaglianza hanno garantito la democrazia dei popoli (Rizza,Welfare e Democrazia). Oggi, con la crisi anche del welfare, si chiedono modalità nuove di realizzare la solidarietà, che rimane il vincolo umano più efficace per garantire libertà, uguaglianza e democrazia. Non mancano in questi nostri tempi segnali positivi che vanno verso un capitalismo solidale o della solidarietà.

L’esperienza del microcredito, promosso e diffuso dall’economista Muhammad Yunus, comincia a diffondere la cultura secondo cui è possibile realizzare un’attività ‘capitalistica’ partendo dal basso e coinvolgendo, nella responsabilità, i tradizionalmente esclusi, senza contare sull’intervento assistenzialistico. Il business sociale è il nuovo tipo di attività economica che ha di mira la realizzazione di obiettivi sociali anziché la massimizzazione del profitto. Il sogno di Yunus è che il business sociale guidi la prossima grande trasformazione del mondo. Un altro segnale proviene dagli USA, capitale del capitalismo e del privato. Avanza “la terza via del capitalismo” in cui l’imprenditore mette insieme l’efficienza del management di impresa e l’impegno per la lotta alle disuguaglianze e per la diffusione e la qualità dei servizi sociali.

Alla testa di questa politica innovativa ci sono il presidente Obama e il sindaco di New York, Bloomberg, che ha affidato ad uno studioso di Scienze Politiche dell’università di Harvard (autore di The Power of Social Innovation) il compito di migliorare i servizi pubblici reinventando lo Stato e volgendolo verso i più deboli. L’economista Paul Krugman (La coscienza di un liberal) qualche anno fa, criticando aspramente la politica americana iniziata da Reagan e proseguita da Bush, aveva scritto che una società poteva aspirare ad essere egualitaria e democratica se supportata da istituzioni che limitano eccessi di ricchezza e di povertà. Sono segnali di ottimismo! Dalla crisi è possibile uscire attraverso la pratica della solidarietà e la ricerca del bene comune, risolvendo l’ossimoro “capitalismo” e “solidarietà”.

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