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Dopo il referendum alla Fiat

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Non sarà facile governare Mirafiori con il 50 per cento degli operai contrari all’accordo. Soprattutto, però, il referendum indica una volta di più che il nostro sistema di relazioni industriali fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo, accentua i conflitti e non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica.

Invece dell’accordo storico abbiamo avuto un disaccordo senza precedenti. Non sarà facile governare gli impianti a Mirafiori con il 50 per cento di operai favorevoli e il 50 per cento di contrari. E con una bassa fiducia per l’amministratore delegato. In un sondaggio condotto da termometropolitico fra 510 operai (su 5mila) all’uscita dei cancelli di Mirafiori, solo un terzo fra chi ha votato sì offre un giudizio positivo su Sergio Marchionne e non più del 16 per cento da un giudizio molto positivo. Tra chi ha votato no, i giudizi positivi sono due su cento (vedi la tabella qui sotto).

Tabella 1

Ha fiducia in Marchionne (da 1 a 10)?
% Sì (>6) % No Fiducia media
Votato Sì 34.8 65.2 5.19
Votato No 1.8 98.2 3.59

 

Sarà una sfida in più per Marchionne. Sembra quasi che se la sia cercata con i suoi toni inutilmente polemici delle ultime settimane. Singolare atteggiamento per chi dovrebbe motivare dal primo all’ultimo dipendente al raggiungimento di obiettivi ambiziosi. Ma sembrava esserne consapevole. Bene ora guardare avanti. Ci sono stati troppe celebrazioni e troppi processi sommari in questi giorni. I manager vanno giudicati dai risultati e non dalle intenzioni. Potremo trarre un primo bilancio della sua gestione fra due o tre anni. Nel frattempo, bene che gli azionisti rivedano gli schemi di remunerazione del management in modo tale da incentivare il raggiungimento di obiettivi di lungo periodo. Quelli attualmente in vigore non sembrano farlo in modo sufficiente.
Bene anche che il governo si schieri a favore del paese, anziché della Fiat o di questo o quel sindacato, spingendo affinché tra questi obiettivi ci siano anche la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali in Italia senza ulteriori aiuti di Stato (oltre alla cassa integrazione già prevista durante la ristrutturazione degli impianti a Mirafiori), incrementi salariali per i lavoratori in linea con i miglioramenti di produttività (nella nuova organizzazione del lavoro si produrranno da 40 a 50 autovetture in più al mese) e, soprattutto, il mantenimento a Torino del cuore delle fasi di progettazione, quelle in grado di avere ricadute positive sull’intero sistema produttivo.

UNA RIFORMA INDEROGABILE

Il referendum a Mirafiori è stato salutato dal nostro ministro del Lavoro come una nuova era nelle relazioni industriali. Ci indica, invece, una volta di più che è un sistema che fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo, accentua, anziché gestire, i conflitti e non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Costringe a creare una nuova azienda e a uscire dalle associazioni di categoria per fare contrattazione a livello decentrato, diventando così ancora meno governabile. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica. Vediamole una per una.

LA RIFORMA DELLE RAPPRESENTANZE

Nel confronto su Mirafiori la frattura tra i sindacati si è ulteriormente accentuata. Da quando il sindacato è diviso, le organizzazioni dei lavoratori non sono più nelle condizioni di garantire il rispetto degli accordi presi. Una minoranza può sempre intervenire dopo che l’accordo è stato siglato e impedirne l’attuazione, mettendo in atto una serie di scioperi e di azioni dimostrative che possono gravemente compromettere, se non far fallire, un investimento attuato coerentemente con i contenuti dell’accordo. Per convincere un investitore a puntare sul nostro paese bisogna metterlo in condizione di avere di fronte interlocutori in grado di prendere impegni cogenti circa il rispetto degli accordi sottoscritti. L’investitore sa bene che il potere contrattuale del sindacato aumenterà dopo che l’investimento è stato attuato. A quel punto non sarà più possibile dirottare le risorse altrove, cosa invece possibile prima, quando l’accordo è stato preso. Di qui il timore che il contraente voglia rimettere tutto in discussione, ottenendo condizioni più favorevoli dopo che l’investimento è stato realizzato. Per attrarre investitori esteri da noi bisogna perciò tutelarli circa il rispetto degli impegni presi dalle organizzazioni dei lavoratori. Le garanzie possono essere fornite da un sindacato unito oppure da una legge sulle rappresentanze sindacali che attribuisca a quella maggiormente rappresentativa in azienda, ai delegati eletti dai lavoratori, l’autorità di sottoscrivere accordi vincolanti per tutti. I lavoratori dovranno rispettarne i contenuti. Se poi l’accordo si è rivelato per loro insoddisfacente, sceglieranno altri rappresentanti alla prossima tornata elettorale. Esistono diversi disegni di legge che recepiscono questi principi e che da almeno quindici anni attendono di essere discussi in Parlamento. L’accordo sottoscritto a Mirafiori, in assenza di queste regole, riconosce come rappresentanze dei lavoratori solo le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto l’intesa. È una scelta chiaramente inaccettabile.  È fin troppo evidente che a Mirafiori non si può non concedere rappresentanza, nel senso di diritto a permessi e accesso ai locali sindacali, a quel 50 per cento che ha votato contro.

I LIVELLI DELLA CONTRATTAZIONE

Nelle aspre polemiche di questi giorni, i sindacati si sono rinfacciati di avere sottoscritto accordi ben più onerosi per i lavoratori in altre imprese. Alla Sandretto durante il periodo in cui era in amministrazione controllata la Fiom (non la Fim!) ha firmato per deroghe al ribasso dei minimi salariali fissati dal contratto nazionale, pur di salvaguardare i livelli occupazionali. Alla Stm, alla Micron e alla Exside, Fim, Fiom e Uilm hanno accettato turni che impongono il lavoro notturno molto più di frequente (le cosiddette “ribattute” intervengono ogni due settimane) e con maggiorazioni salariali inferiori a quelle previste alla Fiat (attorno al 40 per cento contro il 60 per cento della Fiat). E ci sono molte piccole e medie imprese nel metalmeccanico (e anche grandi imprese nel siderurgico come la Tenaris) in cui si accettano condizioni di lavoro ancora più pesanti in quanto a turni e pause. Non c’è nulla di male se un sindacato le accetta in un’azienda e non in un’altra. Può farlo perché i lavoratori hanno esigenze diverse, perché le caratteristiche delle mansioni sono differenti, perché le condizioni del mercato e il potere contrattuale dei lavoratori cambiano a seconda dell’impresa e della situazione del mercato del lavoro locale. Questo dovrebbe suggerire maggiore cautela a chi commenta accordi come quelli di Mirafiori con toni apodittici, descrivendoli come una “emancipazione dell’economia dai vincoli democratici” e una “vittoria della Fiat sul paese”. Ma soprattutto dimostra che c’è bisogno di contrattazione azienda per azienda. Èl’unica che permetta al sindacato di salvaguardare posti di lavoro in aziende in difficoltà o di rinunciare ad aumenti salariali per fare assumere più lavoratori. A livello nazionale si può solo contrattare sui salari, non sui livelli occupazionali. Chi si oppone al rafforzamento del secondo livello della contrattazione, rinuncia di fatto a tutelare molti posti di lavoro.

LA COPERTURA DELLE PICCOLE E MEDIE AZIENDE

La contrattazione aziendale è difficile in aziende medio-piccole. In molte di queste non potrà che continuare a valere il contratto nazionale. Oltre che a dare copertura contro l’inflazione, bene che fissi delle regole retributive più che dei livelli salariali uniformi da imporre in realtà tra di loro molto differenziate. Ad esempio, si può stabilire che una quota minima dell’incremento della redditività di un’azienda sia trasferita ai lavoratori sotto forma di salario più alto. Un sindacato che continua a lasciare da soli i lavoratori delle piccole imprese nel loro tentativo di partecipare agli incrementi di produttività non ha futuro nella stragrande maggioranza delle aziende italiane. Come evidenziato anche dalla composizione del voto a Mirafiori (il turno di notte, che avrà i maggiori carichi di lavoro e incrementi retributivi, ha votato a larga maggioranza a favore del sì, al contrario degli altri reparti), oggi molti lavoratori italiani sono disposti a lavorare di più e in condizioni più pesanti pur di guadagnare di più. Anche su questo l’indagine condotta ai cancelli Mirafiori è utile. Ci dice che tra chi ha votato sì, quasi il 50 per cento è interessato d’ora in poi a incrementi salariali più che a miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Anche tra chi ha votato no, c’è un 25 per cento di lavoratori interessata più ad aumenti retributivi che a cambiamenti nell’organizazzione del lavoro. Non sorprende data la stagnazione dei salari negli ultimi quindici anni.

Tabella 2

Cosa è più importante richiedere per il futuro?
Migliori condizioni di lavoro (%) Aumenti salariali (%) Totale
Votato Sì 54.9 45.1 100
Votato No 74.3 25.7 100

I MINIMI

Questo ci porta ai minimi inderogabili. Bene definirli con precisione e preoccuparsi di farli rispettare per tutti, non solo quando si è sotto i riflettori dei media. Ci vogliono dei minimi al di sotto dei quali nessun contratto – collettivo o individuale – può scendere. Devono essere per forza di cosa fissati per legge e valere per tutti, anche per chi lavora nel sindacato, nei partiti o nel volontariato. Ci vuole un salario minimo orario. Ma ci vuole anche un’assicurazione sociale di base, a partire da quella contro la disoccupazione. Sorprendente che la retorica sui diritti fondamentali violati non tenga conto che gli 800mila precari che hanno perso il lavoro dall’inizio della recessione non abbiano ricevuto alcun sostegno al loro reddito.

I CONFINI TRA CONTRATTAZIONE E POLITICA

Infine i confini tra contrattazione e politica. Troppi politici hanno perso in queste settimane un’occasione per stare zitti, pronunciandosi a favore o contro l’accordo Mirafiori, come se la scelta riguardasse loro e non invece i lavoratori della fabbrica e le loro famiglie. È una ingerenza fastidiosa, inaccettabile, e hanno fatto bene i leader confederali a denunciarla. Ma bisogna ammettere che troppe volte è proprio il sindacato a chiamare in causa la politica. Lo ha fatto anche a Mirafiori. Bene che la smetta. Come tutti sanno, la politica non si fa certo pregare quando si tratta di invadere terreni su cui non dovrebbe avere alcuna voce in capitolo.

(una versione fortemente ridotta di questo articolo è apparsa su La Repubblica del 17 gennaio)

 

NOTA METODOLOGICA

I risultati si riferiscono a un’indagine realizzata con metodo CAPI (Computer-Assisted Personal Interviewing), condotta tramite interviste face to face a un campione casuale di 510 operai di Mirafiori su 4.968 operai aventi diritto, interpellati a ciascuno dei turni di ingresso e uscita dallo stabilimento. Il margine d’errore stimato è del 3,0 per cento.

Di Tito Boeri La voce.info

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