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Dal caso Ruby alla gaffe sui gay

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Disinvoltura. La sua mascolinità, “l’ommo è ommo”, viene esibita per rivendicare un primato di genere ma anche suscitare l’ammirazione del suo pubblico. Unendo la modernità delle sue trasgressioni con il contenuto antico dei suoi messaggi.

«Siamo nel 2010 e ancora c’è qualcuno che crede che essere omosessuali sia una malattia. Noi siamo qui per dire basta a tutto ciò», scrivevano due settimane fa, quei dirigenti del Pdl toscano che avevano fondato “Gay e Libertà”, un’associazione di destra che si proponeva di sottrarre il mondo omosessuale all’egemonia della sinistra e alle tentazioni della finiana “Gaylib”. Uno di loro, il consigliere provinciale Massimo Lensi, ieri nel pomeriggio commentava le parole del premier sui gay con un laconico: “Che tristezza!”.
Dopo la rivolta delle associazioni gay e la frase lapidaria dell’attrice Julianne Moore, ospite della festa del cinema di Roma, “un idiota”, lo sconforto dei dirigenti toscani restituisce il quadro del nuovo avvilimento che percorre il mondo dei fan del premier.

Alcuni dei suoi sostenitori, come Capezzone e Carfagna, hanno cercato di ridimensionare la portata della frase omofoba ma forse non si sono resi conto che non si trattava di una battuta infelice ma di una scelta probabilmente deliberata, di una frase pronunciata con assoluta consapevolezza.
Il premier fa sempre così. Ogni volta che qualcosa lo mette in conflitto con l’opinione pubblica lui rilancia rivendicando comportamenti o prese di posizioni al centro delle polemiche. L’elogio del mafioso Mangano, l’indulgenza verso gli evasori, la politica del cucù come nuovo modello di relazioni internazionali sono solo alcuni esempi di atteggiamenti politicamente scorretti che vengono spavaldamente rivendicati. Ogni volta siamo di fronte allo stesso copione.

Dapprima la verità viene negata e la colpa addossata ai suoi detrattori, poi c’è il tentativo di riclassificare il comportamento scandaloso, così che il “caso Ruby” diventa il soccorso ad una povera ragazza sventurata, infine, quando si sono rotti tutti gli argini di una difesa sempre più stentata, la rivendicazione tracotante del proprio modello di vita e del proprio sistema di valori. E sempre più spesso la sua mascolinità, “l’ommo è ommo”, viene esibita con il doppio obiettivo di rivendicare un primato di genere ma anche di suscitare l’ammirazione del suo pubblico.

Alcuni estimatori del premier sono estasiati da questa disinvoltura considerata come una prova di modernità contro il moralismo grigio e noioso degli avversari. L’azione politica di Berlusconi, sostengono, è un tutt’uno con le sue parole, con il suo uso del corpo, con la sua vita esagerata, con il suo inguaribile machismo. Lo stesso consenso di massa di cui gode il premier, soprattutto in una fascia di elettori anziani spettatori ingordi delle sue tv, viene spiegato da questa capacità di parlare e di muoversi “spontaneo” fuori dai rigori del formalismo delle vecchie classi dirigenti. Se le donne gli piacciono solo “in posizione orizzontale”, come disse in un’altra vita Daniela Santanchè, è perchè il leader incarna quel mito del maschio latino (da qui la necessità della ricrescita dei capelli) che fa invidia agli uomini e conforta quelle donne che si lamentano che non ci sono più i maschi di una volta. Spesso l’attempato dongiovanni deve fare i conti con la scivolosità delle frequentazioni di minorenni, ma la prestanza di queste figure femminili toglie colpa al dato anagrafico.

Gli esperti parleranno della commistione fra politica e tv, del cittadino elettore che guarda al leader come lo spettatore guardava al povero Taricone, dell’inganno di un messaggio libertario che nasconde l’affacciarsi di un nuovo conformismo. Perché la forza d’attrazione del premier, che lui conosce molto bene, sta per l’appunto nel combinare la modernità delle sue trasgressioni con il contenuto antico e reazionario dei suoi messaggi. Le donne e i gay fanno parte di questa programmazione che consente a milioni di uomini e di donne di sentirsi parte del mondo moderno senza cambiare una sola idea di quelle che conformavano i vecchi modi di pensare. Quel “tana liberi tutti” con cui Berlusconi ha sintetizzato il suo messaggio politico si rivela l’artificio classico di tutte le classi dirigenti conservatrici e di tutti i regnanti che mentre si fanno sempre più irraggiungibili mettono in comune con il popolo solo la trasgressione coniugale e il mito della virilità.

Non c’è stata quindi alcuna gaffe nella frase contro i gay. Il povero leader assediato da magistrati e comunisti ha solo voluto fornire la prova che la pensa come milioni di cittadini che vedono nella libertà sessuale la minaccia più grave alla sopravvivenza della specie. Le sue colpe sono i peccati veniali dell’uomo di una volta che sa viaggiare nella modernità ma non dimentica le rigide divisioni che rendevano più facile da comprendere e da accettare il mondo di prima. Alcuni pensano che la battuta di ieri sia stata solo l’anticipazione dello scontro futuro, il sogno berlusconiano di vedersi contrapporre un leader come Vendola dichiaratamente gay. Forse è così. Più probabilmente il messaggio liberista si combina con la rigidità dei modelli di costume, come accade a quei movimenti reazionari che l’America ci propone fatti di spregiudicatezza nell’economia e di pensieri arci-conservatori nel progetto sociale.

Nell’immaginario berlusconiano il mito del maschio diventa così centrale. È il maschio che si danna di fatica, che lavora per il benessere della propria famiglia e della propria comunità, che si è fatto da solo ma che nel momento del riposo, quello del guerriero, cerca la donna consolatrice, bella, giovane, abbondante, e, in quest’ultimo caso, anche un po’ abbronzata (non cantavano i nostri progenitori il fascino della “bella abissina”?). Ieri Andrea Marcenaro sul Foglio ha messo in fila le frasi che abbiamo letto nel ’68 sui muri di Parigi e sugli edifici dell’università di Nanterre sulla libertà sessuale per dire, ironicamente, che la sinistra non ha capito niente perché il premier che ama l’amore è il Berluscohn Bendit del 2010. Mi scappa da dire che ci vorrebbe davvero un nuovo ’68 per contrastare la finta rivoluzione di attempati reazionari gaudenti.

Di Peppino Caldarola (Il Riformista)

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