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Crisi: quali effetti sul Welfare?

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Alla crisi del 1929 e poi alla crisi determinata dalla Seconda guerra mondiale si rispose con il rilancio del Welfare e in generale con un nuovo protagonismo dello Stato in tutti i settori economici. I tre decenni successivi alla guerra vennero chiamati “età dell’oro” e nei paesi capitalistici si sviluppò il tentativo più ambizioso di conciliare il mercato con la democrazia. Come si risponde oggi alla crisi? E quali saranno gli effetti sul Welfare? Sono queste le due domande intorno a cui ruota l’edizione di quest’anno del Rapporto sullo Stato Sociale, curato dall’economista Roberto Felice Pizzuti, che ha coordinato un nutrito gruppo di ricercatori (Busilacchi, Granaglia, Marano, Tangorra e molti altri) ed edito da Accademia Universa Press.

Il curatore sostiene prima di tutto la necessità di andare ad analizzare bene le cause della crisi in corso. Siamo sicuri che tutto derivi dai subprime? Secondo Pizzuti, la grande crisi del 2008 si è manifestata inizialmente nelle Borse e nel sistema bancario, ma riflette anche contraddizioni di natura reale. Tra le motivazioni della crisi vanno quindi individuati almeno due elementi: l’aumento dell’incertezza e il suo ruolo contraddittorio nelle economie di mercato; i peggioramenti nella distribuzione del reddito e i loro effetti negativi sulla crescita. Secondo Pizzuti queste questioni dovrebbero spingerci a rivedere tutte le teorie sui rapporti tra Stato e mercati.

Dopo l’euforia del neoliberismo (che ora si sta rivelando fallace anche dal punto di vista strettamente teorico), i tre decenni che hanno portato alla crisi attuale sono stati caratterizzati da un aumento della disuguaglianza distribitiva, da una crescita della precarietà dei rapporti di lavoro e quindi dei redditi da lavoro, nel progressivo slittamento dei rischi dalla collettività agli individui, dalle imprese ai lavoratori.

Analizzando più a fondo i fenomeni, si scopre dunque che le motivazioni principali della crisi attuale vanno ben oltre la dimensione finanziaria: le istituzioni vengono indebolite, l’incertezza viene rimossa come problema, si manifestano sempre di più gli effetti negativi della sperequazione distributiva, mentre è in aumento l’instabilità legate alle varie “bolle” finanziarie. E in tutto ciò la speculazione finanziaria – dopo un attimo di pausa – ha ricominciato la sua attività indefessa.

Eppure se c’è un insegnamento che la crisi ci ha dato è relativo proprio alla instabilità finanziaria. La crescente volatilità dei mercati – dice Pizzuti – li rende sempre meno adatti alle esigenze di stabilità nella gestione in particolare del risparmio previdenziale.

Nel Rapporto sullo stato sociale vengono proposti continui paragoni tra l’Italia e gli altri paesi europei. Molti i dati che smentiscono i luoghi comuni più diffusi. Prima di tutto il Rapporto conferma (lo aveva già detto nelle edizioni precedenti) che i paragoni tra la spesa previdenziale italiana e quella degli altri paesi Ue sono sbagliati perché basati su cifre falsate. Quando si parla di spesa previdenziale italiana si conteggiano infatti anche le voci relative agli ammortizzatori sociali e alle liquidazioni, mentre in altri paesi (la Germania per esempio) un conto è la spesa previdenziale vera e propria, altra cosa la spesa per la protezione sociale.

Altro luogo comune smentito dal Rapporto: non è vero che in Italia si spende troppo per il sociale. Anzi il problema del nostro paese è l’esatto contrario: si spende ancora troppo poco per la famiglia, per un sistema moderno di ammortizzatori sociali, per la formazione permanente, per il sostegno ai giovani. Si spende poco e male per la battaglia contro la povertà relativa che da noi sfiora ormai il 20%, contro il 10% dei Paesi Bassi e molto più alto della media Ue. Un altro dato poco noto riguarda gli abbandoni scolastici: nella media della Ue a 27 gli abbandoni scolastici prima del titolo secondario superiore si sono assestati al 15%; in Italia sono circa cinque punti superiori alla media. Anche sulle indennità di disoccupazione l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi.

Ma una delle emergenze sociali del welfare riguardano proprio le pensioni. Dopo anni di insistenza sulla insostenibilità finanziaria del sistema pubblica, ora comincia ad emergere il problema della sostenibilità sociale. Tema posto con forza anche dall’economista Roberto Artoni, docente alla Bocconi di Milano. Secondo il Rapporto curato da Pizzzuti, un lavoratore dipendente a tempo indeterminato che nel 2035 andrà in pensione con 65 anni di età e con 35 anni di contributi, raggiungerà un tasso di sostituzione di circa il 585. Per un lavoratore parasubordinato nella stessa situazione il tasso di sostituzione (cioè il rapporto tra pensione e ultimo stipendio) non supererà il 43%. Una delle soluzioni possibili, sempre secondo le analisi di Pizzuti è relativa all’aumento dell’età lavorativa (come si dice da più parti). Ma il problema a quel punto sarà un altro. Imporre l’aumento dell’età lavorativa, spiega l’economista, fa aumentare il numero potenziale degli attivi, ma non implica necessariamente la capacità del sistema produttivo di occuparli. Il problema diventa dunque l’occupazione, non la durata della vita lavorativa (o comunque non solo la durata).

Anche le pensioni a capitalizzazioni hanno
dimostrato di non essere la soluzione. La crisi ha inciso pesantemente sui rendimenti dei fondi pensioni e gli unici che si sono in qualche modo salvati (lo spiega il Rapporto) sono stati i fondi negoziali che nei primi mesi del 2009 hanno recuperato le perdite dell’anno precedente.

Gli altri due capitoli aperti nell’analisi del welfare riguardano la sanità e gli ammortizzatori sociali, temi presenti anche nel Libro bianco del ministro Sacconi di cui il Rapporto fornisce una versione critica. Per Pizzuti, comunque, la vera anomalia del sistema di welfare italiano sta nella inadeguatezza degli ammortizzatori sociali e nell’assenza di misure di sostegno al reddito minino. Nel frattempo aumenta il rischio di povertà relativa. Gli italiani che considerano il loro reddito non adeguato a garantire ciò che è ritenuto necessario sono aumentati dal 35-40% del 1990 al 70% dell’ultimo quinquennio.

 

Paolo Andruccioli (Rassegna.it)