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Caro Euro, fai come mamma Lira

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Un euro stabilmente debole è l’unica cosa che ci può salvare. I ministri dell’Eurogruppo si sono riuniti di nuovo lunedì per confrontarsi sui nuovi minimi della moneta contro il dollaro. Il governatore della Bce, Jean Claude Trichet, si dice preoccupato per la “velocità della caduta”. Non dovrebbe: serve che sia rapida, credibile e duratura. Solo una riduzione del valore relativo della nostra moneta – che peraltro ben rappresenta il ridursi del peso di questa zona economica e delle sue prospettive di crescita nel medio termine- può fornirci un’exit strategy dalla crisi. Altrimenti andremo ad infilarci nei quattro vicoli ciechi dove l’attuale politica economica continentale ci sta portando (o meglio, l’effetto complessivo delle politiche nazionali e l’abbozzo di una strategia concertata).

SENZA EQUILIBRIO –  Lo hanno sottolineato diversi economisti: le finanze pubbliche allegre del Club Med o dei Piigs sono una parte del problema, ma anche se sparissero magicamente domani non ci porterebbero vicino alla soluzione. C’è il problema del surplus strutturale della bilancia commerciale della Germania. Un meccanismo che colpisce anche i paesi che utilizzano l’euro: il surplus tedesco contribuisce a creare i deficit dei paesi di Eurolandia che non possono nemmeno sottrarsi svalutando la loro moneta. Squilibri che si accumulano nel tempo e che potrebbero essere compensati da un flusso inverso dei capitali finanziari: cioè i tedeschi dovrebbero comprarsi asset negli altri paesi (ed in parte succede), ma soprattutto il bilancio europeo dovrebbe funzionare da riequilibratore, fornendo fondi alle aree meno competitive e “riciclando” quei surplus in giro per l’Europa. Ma da Bruxelles i fondi arrivano ad intermittenza, concentrati su settori marginali, su tutti l’agricoltura, e sono concepiti per essere temporanei. La mancata crescita d’importanza dei capitoli di spesa di Bruxelles e le resistenze alla nascita di un debito pubblico europeo sono ritardi tutti da attribuire alla miopia di Berlino.

SCUSI, PER LA CRESCITA? – I deficit correnti allarmano ancora di più, dunque giusto procedere ai tagli della spesa pubblica che sono in corso. Di fronte alla necessità di dare un segnale di rigore tutti sembrano sottovalutare il pesante effetto recessivo in Eurolandia. Sottovalutazione ancor più grave se si considerare la totale assenza di idee su come l’Europa possa continuare a crescere. Il trattato di Lisbona, che doveva trasformare l’area nella “più competitiva del mondo” è un vero fallimento, specie perché gli indicatori scelti per guidare le politiche verso questo risultato sono del tutto insignificanti. Modelli vincenti, come quello spagnolo o quello irlandese si stanno rivelando anche i più fragili. La via della deindustrializzazione imboccata dal Regno Unito non sembra più così “intelligente”. Gli stati più vecchi, Italia, Germania e Francia, grazie al loro manifatturiero (spesso strapagato dai cittadini attraverso incentivi governativi e politiche protezionistiche) e ai sistemi di welfare, invece si rivelano più solidi. Limita di più la crescita potenziale la zavorra dei sistemi di sicurezza sociale o il pesante indebitamento privato connesso a regimi meno paternalistici? Porre gli standard più alti di rispetto ambientale per i produttori di energia o di automobili aumenta o diminuisce la competitività delle aziende? Nessuno lo sa, nessuno prova a rispondere.

A WASHINGTON SONO CONFUSI –  Tutto sembra risolversi nella gestione delle emergenze attuali, specie per i paesi più a rischio come la Grecia, il Portogallo e presto la Spagna. Un grande ruolo è stato riservato al Fondo monetario internazionale, non solo nel fornire i capitali, ma soprattutto nell’applicazione delle riforme economiche. Proprio l’Fmi è stato accusato da più parti, a cominciare dal premio Nobel Joseph Stiglitz, di aver peggiorato le crisi finanziarie nel Sud est asiatico negli anni 90 ed in generale di applicare una ricetta troppo astratta (e troppo liberista) incapace di adattarsi alle realtà locali. Il famoso “Washington consensus” è ormai roba vecchia e lo stesso Fmi ha realizzato al suo interno una rivoluzione negli uomini e nei principi.

Nel 2008 approvarono le politiche di stimolo fiscale decise da Stati Uniti, Cina e Germania, una scelta inconcepibile solo pochi anni prima. La rivoluzione non ha prodotto una nuova dottrina: il Fondo non sa e non dice cosa fare, parla vagamente di ricette specifiche, proprio quelle che ha dimostrato di non saper padroneggiare. E i greci saranno le loro prime cavie.

INFLAZIONE – La scorciatoia, invocata e temuta allo stesso tempo, per uscire dallo stato di pesante debito è quella di alzare il livello dei prezzi. L’effetto positivo sarebbe di svalutare i debiti pregressi più velocemente di quanto riescano a crescere. I periodi inflattivi non sono altro che un trasferimento di reddito dai più poveri ai più ricchi (evento socialmente non auspicabile), inoltre l’inflazione è un genio difficile da rimettere nella lampada una volta scatenato. Rischia comunque di essere un dibattito inutile visto che nessun paese (il Giappone è l’esempio più importante), in un’economia aperta e in recessione sembra in grado di creare “inflazione” aumentando artificialmente l’offerta di moneta e abbassando i tassi d’interesse nominali sotto quelli reali. Perché dovrebbe funzionare in Europa? Al contrario i prezzi sembrano più sensibili a shock reali ed esterni, come l’aumento delle materie prime o i costi di trasporto.

EURO DEBOLE – Una moneta svalutata risponderebbe almeno in parte a tutti i problemi. Per prima cosa “importerebbe” un po’ d’inflazione più efficacemente delle manovre monetarie, spingerebbe le esportazioni verso i paesi extraeuropei (non a caso i cinesi si sono lamentati della rivalutazione del 14% dello Yuan sull’euro dall’inizio dell’anno), rendendo lo squilibrio sul mercato interno meno necessario ai paesi forti. In questo senso ha più importanza il rapporto di cambio con i paesi emergenti che non con il dollaro. Infine sarebbero le merci da dedicare all’export a selezionare naturalmente le produzioni e i servizi da privilegiare. Un meccanismo di mercato indicherebbe le strade per la crescita meglio di qualunque trattato partorito dai tecnocrati. Insomma tra i genitori dell’Euro è il momento di seguire l’esempio della volubile mamma Lira piuttosto che il tetragono papà Marco. Il vero problema è che l’euro non è nato per essere debole, la Bce è costituzionalmente programmata per difenderne il valore. Serve una nuova generazione di politici illuminati al livello di quelli che lo concepirono per dare alla moneta unica un nuovo obiettivo.

Da Giornalettismo.com

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