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Bossi jr e Balotelli, razza padana

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Rifessioni parallele tratte dal Riformista su due giovani sotto i riflettori.

La filosofia a kilometri zero di Bossi la Trota (di Stefano Cappellini)

Poteva smentire di considerare «droga e culattoni», sul medesimo piano, le uniche due esperienze «da non provare mai nella vita». Poteva chiarire che non considera proprio un vanto il non aver mai messo piede in una località più a sud di Roma. O precisare che, se è stato bocciato due volte alla maturità, forse la colpa non è di un complotto dei docenti. Invece no. Il giorno dopo l’intervista-confessione a Vanity Fair, Renzo Bossi ha deciso di smentire che guarderà i mondiali di calcio da spettatore neutrale: «Non ho mai detto che non tiferò per la Nazionale ai Mondiali. Dico semplicemente che il calcio non è mai stata la mia priorità. Tiferò sicuramente Italia, ma non sarò attaccato alla televisione a guardare le partite».

Seguiva peraltro controsmentita di Vanity, che ha messo on line l’audio del passaggio dove Bossi jr. spiega che il suo cuore non palpita per gli azzurri. È finita dunque che la Trota si è rimangiato la frase più innocua e squisitamente bipartisan – in senso politico quanto geografico – della sua intervista. Forse che il manifesto non tifò Camerun e poi Nigeria nelle scorse edizioni del mondiale? E i napoletani? Non pochi gioirono assai quando all’Italia toccò uscire dal mondiale 1990 organizzato in patria per mano dell’Argentina di Maradona e proprio allo stadio San Paolo. Per non dire delle frotte di italiani che scelgono di volta in volta se gufare la nazionale, perché magari il campione del proprio club non è stato convocato o perché hanno in odio questo o quell’azzurro.
Resta da capire se a suggerire al figlio del Senatur la correzione di rotta sia stata una botta di prudenza su un tema delicato come il calcio o se non sia stato, in un certo senso, il trattamento ricevuto sui giornali a ispirare la retromarcia: tutti i quotidiani che hanno ripreso l’intervista di Vanity hanno infatti deciso di titolare il pezzo sul mancato tifo ai mondiali. Che la Trota abbia pensato che quella fosse l’unica dichiarazione che aveva scandalizzato e acceso gli animi, dunque l’unica a meritare una limata? Chissà.

Non è azzardato pensare che il ceffone di Gigi Riva («Non tifa? Allora lasci l’Italia») o la sculacciata del presidente del Cagliari Cellino («Fossi suo padre, mi preoccuperei») possano sortire sul rampollo bossiano più effetto del timore di un eventuale comunicato dell’Arcigay (che, peraltro, a oggi non c’è stato), della pernacchia simbolica che gli ha rivolto l’ex ministro Francesco D’Onofrio o della ramanzina didattica di un Penati: «Renzo – dice l’ex presidente della provincia di Milano – mette insieme qualche sfondone storico, il tricolore non identifica sentimenti di cinquant’anni fa visto che esiste da più di 150 anni, rispolvera i sentimenti antipatriottici delle origini della Lega e tocca il fondo con qualche battuta davvero volgare». Al neo-consigliere regionale della Lombardia, peraltro, è anche arrivato il soccorso verde di Borghezio: «Ai mondiali tiferei molto più volentieri Padania, ma in mancanza di questa si potrebbe esaminare l’idea di tifare per gli azzurri». E se lo dice Borghezio…
Intonso rimane invece il resto del Bossi jr-pensiero, che è un manifesto politico mica male. Un celodurismo identitario, un Dio-padre-famiglia in salsa verde («Papà è sempre stato il mio modello. Quando lo vedevi passare a Gemonio, dietro c’ero sempre io, con le mani in tasca come lui»), un vitalismo padano a kilometri zero, perché nella vita «bisogna provare tutto», tranne le suddette eccezioni, ma senza allontanarsi troppo dalla Linea Gotica, casomai meglio l’estero lontano, perché se proprio ci si deve staccare dal suolo natìo che sia per l’esotica Bali piuttosto che per la perduta Bari.

Del resto, non essere mai andato oltre i confini della propria provincia o regione accomuna Bossi a molti suoi connazionali e, in fondo, pure la maggioranza degli americani non ha mai messo il naso fuori dagli Stati Uniti (certo, lì c’è qualche ettaro più per scorazzare all’interno dei confini nazionali) e George W. Bush, quando fu eletto alla Casa bianca non aveva visti sul passaporto, anzi non aveva proprio il passaporto. Forse è anche questo il citatissimo legame della Lega col territorio, in senso effettivo e non solo metaforico. Non ci si sposta da casa, si mangia tradizionale – magari così anche Carlin Petrini, patron dello slow food, è contento – e per quando si è costretti a mangiare fast è sempre possibile ordinare un McItaly, il panino tricolore (sì, tricolore) solo a base di prodotti nazionali che l’ex ministro dell’Agricoltura Luca Zaia ha suggerito e sponsorizzato ai McDonald’s. Provarlo non è consigliabile – il Big Mac è un’altra cosa – ma se Bossi jr. ha mandato giù un boccone sa che, a suo modo, è anche quella un’esperienza estrema. Quasi quanto farsi una canna o accettare un invito a cena al Gay village.

Il bresciano ora si giocherà tutto con l’Atalanta (di Roberto Zichittella)

Il verbo vaffanculeggiare fu usato già molti anni fa nelle cronache calcistiche del Grangiuàn, cioè Gianni Brera. Probabilmente fu lui a inventarlo. I “vaffa” sui campi di calcio ci sono sempre stati (ricordate quello rivolto da Giorgio Chinaglia all’allenatore della Nazionale Ferruccio Valcareggi dopo una sostituzione poco gradita?). Ma quello che si leggeva per due volte nel labiale di Mario Balotelli martedì sera a San Siro dopo Inter-Barcellona è davvero clamoroso. Anche perché accompagnato dal massimo sfregio: il lancio della maglia della squadra sul prato, come se fosse uno straccio sudicio.

L’insulto dell’interista non era neppure assimilabile al “hijos de puta” sibilato da Maradona al pubblico dell’Olimpico di Roma mentre veniva sonoramente fischiato l’inno argentino prima della finale di Italia 90. Maradona imprecava a denti stretti. Balotelli, invece, ha gridato il suo “vaffa” agli 80.000 del Meazza in modo plateale. Come in una canzone di Masini. Segno di smisurata follia o di grande coraggio? La rivolta infantile di un bambino che non è mai cresciuto, vittima di un carattere senza difese? Vai a sapere. In ogni caso, con gesti così, ti ficchi nei pasticci. Perché sono di quelli che non si dimenticano. Se li legano al dito i tifosi, che non te ne perdoneranno più una. Fanno imbestialire l’allenatore, i dirigenti e i compagni di squadra. Ti mettono contro la stampa anche meglio disposta nei tuoi confronti. Insomma, hai solo da perderci.

Oggi sono pochi quelli disposti a difenderlo. I più indulgenti concedono: «È un ragazzo», oppure «è un bambino». Beh si mettano d’accordo, perché comunque Mario Balotelli ha quasi vent’anni. E a vent’anni, uno con la sua storia, può avere dentro qualche ferita, può soffrire i fischi ingiusti e crudeli, ma forse sarebbe anche ora di fare pace con il mondo.

Cominciata nel peggiore dei modi, la sua vita, nel tempo, ha acquistato il sapore di una favola. Nato a Palermo nell’agosto del 1990 da una coppia di immigrati ghanesi, quando ancora è in fasce Mario è viene portato dai genitori nel bresciano. Lì i suoi lo abbandonano in ospedale e scompaiono dalla sua esistenza. Può essere la premessa di una storia bruttissima, ma il piccolo dalla pelle nera è fortunato. Il personale dell’ospedale lo accudisce fino ai due anni, poi viene affidato a una coppia di Concesio, il paese natale di Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI.

Silvia e Franco Balotelli (cognome presago, anagramma di “Spillo” Altobelli) hanno già tre figli, ma accolgono volentieri bambini in affido. Nell’infanzia di Mario ci sono la scuola, l’oratorio, gli scout. Come per tanti suoi coetanei. Il colore della pelle è solo un dettaglio. Assimila pure l’accento bresciano. Che dalle sue parti è piuttosto marcato. Concesio è alle porte della Val Trompia, che negli anni Settanta divenne celebre per uno sketch di Cochi e Renato (“Qui siamo su a milletreee”). A Mario i Balotelli non fanno mancare nulla. Lui ha il suo caratterino. E lo dimostra a casa e a scuola. «La prima cosa che mi viene in mente di mia mamma sono proprio le sue sgridate. Aveva ragione perché ne combinavo una al giorno», ricorda. «Con gli insegnanti spesso è stata dura: avevano il dito puntato contro di me. Se c’è casino, è stato Mario. Se si rompe qualcosa, Mario. Se qualcuno piange, Mario», aggiunge in un’intervista al settimanale della Gazzetta Sportweek.

Ma intanto emerge il suo enorme talento di calciatore. Dalla squadra dell’oratorio passa a quella del quartiere. Poi esordisce in serie C1 con il Lumezzane. Quindi l’Inter, con l’esordio in serie A a Cagliari il 16 dicembre 2007. Il primo gol lo segna all’Atalanta nell’aprile del 2008. Anno fatidico il 2008. Il giorno dopo la festa di compleanno per i suoi 18 anni, il sindaco di Concesio gli consegna la sua prima carta d’identità da cittadino italiano. Poi arrivano la chiamate in Nazionale, dove gioca con la maglia dell’Under 21. Il marzo scorso scende in campo contro l’Ungheria insieme ad altri due ragazzi italiani dalla pelle nera: Angelo Ogbonna e Stefano Okaka. L’Italia vince 2 a 0. I tre italiani d’Africa giocano bene e, a sorpresa, li sdogana perfino la Padania. «Qualitativamente Balotelli sembra proprio il calciatore del nostro futuro», scrive il giornale di Bossi. E l’articolo si conclude con l’auspicio che Marcello Lippi inserisca Balotelli nella rosa dei convocati per i mondiali in Sudafrica.
«Il ragazzo non è maturo» ha detto ieri Lippi, chiudendo ogni spiraglio. Moratti lo punirà. Mourinho invece lo perdona e lo farà giocare sabato contro l’Atalanta. Dopo tanti scontri, il perdono di Mourinho non era per niente scontato. Chissà se Mario saprà apprezzare e ricambiare questo ennesimo dono che gli riserva il destino.

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