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Berlusconi: il corpo del Re si sta consumando

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La situazione politica italiana in vista del voto di fiducia del 14 dicembre, appare più che mai confusa e aperta a esiti diversi e imprevedibili. Le ragioni sono tante, ma una a me pare decisiva: la crisi irreversibile di Silvio Berlusconi è avvenuta in gran parte per autocombustione, piuttosto che per l’emergere di alternative mature, maggioritarie e potenzialmente vincenti e radicate nell’animo degli Italiani. C’è, quindi, una sorta di incertezza nelle strategie dei vari protagonisti; come una impreparazione che a ciascuno impedisce di pronunciare parole chiare e di dare colpi conclusivi. E ciascuno pensa di essere il protagonista delle manovre; praticando, in fondo, il tremendo lascito berlusconiano alla politica del paese: il personalismo esasperato. E invece, occorrerebbe riflettere, perché di questa tendenza Berlusconi è stato il massimo artefice, ma oggi ne è la vittima principale. Infatti, quando si costruisce un partito personale, come ha osservato assai acutamente Mauro Calise, si concentra nella persona del capo, nel suo essere biologico, tutto il potere che dovrebbe essere, invece, oggettivato nelle procedure, nelle istituzioni, negli apparati che sopravvivono ai cicli della vita umana. La politica moderna si affermò quando, appunto, si spezzò definitivamente la coincidenza tra lo Stato e il “corpo del Re”.

Se questo non accade, il potere stesso, la sua sopravvivenza è esposta alla consunzione fisica di chi lo detiene in modo così esclusivo. È ciò che sta accadendo a Berlusconi, che per altro della sua fisicità ha fatto sempre motivo di consenso. Per questo ho parlato di autocombustione.
Fatto sta che questa anomalia della nostra democrazia sta trasformandosi in un caos difficilmente governabile. Il primo atto di responsabilità dovrebbe essere quello di portare a definitiva conclusione il ciclo aperto nel ’94, che seppure rantolante, può sempre assestare colpi di coda assai pericolosi.
Per questo, invano, ho invocato una alleanza elettorale larga, di tutte le persone di buona volontà, in grado di gestire una legislatura costituente, di chiudere una pagina per poi aprirne una nuova: quella di un bipolarismo più civile, maturo, democratico nel quale quelli che oggi si uniscono possono poi dividersi nuovamente in opzioni ideali e programmatiche di ampio respiro e per il bene della Repubblica.

Qualcuno ha osservato che detto da me è strano, in quanto ho sostenuto con tenacia un Partito democratico a vocazione maggioritaria. Non ho affatto cambiato idea; semmai lo svolgersi della vicenda del Pd, conferma in me l’impressione di quanto arbitrariamente e stoltamente molti abbiano valutato esiguo il 34 per cento che ottenemmo nelle politiche del 2008. Il fatto, tuttavia, è che proprio quella impostazione maggioritaria è stata sconfitta a un congresso e che si è praticata dunque un’altra strada riducendo drasticamente le ambizioni del Pd.
Non prenderne atto sarebbe abbaiare alla luna. Per non parlare inoltre del punto di disfacimento raggiunto dalla destra, che ha liberato per una possibile inedita alleanza forze decisive, al tempo della competizione tra Walter Veltroni e Berlusconi, invece saldamente insieme.
Ma questa è storia passata.

Il bello, o lo strano, è che oggi non c’è la vocazione maggioritaria, ma non ci sono neppure le ampie alleanze.
Gli eserciti si preparano ad andare in campo divisi. La sinistra, il centro, Gianfranco Fini, i ribelli dell’antipolitica. Ognuno pensando di essere il fattore decisivo per piegare ciò che rimane del berlusconismo. A vedere l’importanza che si dà alla scelta sulle leadership e la girandola di candidature che emergono, non so quanto questo sentimento ottimistico su se stessi, derivi dalla serena consapevolezza della propria forza o, piuttosto, assai più semplicemente da legittime ma sproporzionate ambizioni personali; le quali, se come tutti dicono siamo davvero in una situazione di pericolosa emergenza, dovrebbero essere almeno sottoposte a un rigorosissimo vaglio sulla loro possibilità di vittoria e la loro coerenza rispetto a un interesse generale.

In questo quadro che si è determinato, se si guarda in modo oggettivo, i leader che si sono mossi con più efficacia sono Nichi Vendola nel campo della sinistra, e Fini in quello della destra. Vendola ha iniziato a fare tre operazioni importanti: riscoprire un linguaggio (direi dei paradigmi interiori latenti e fatti per troppo tempo addormentare nell’elettorato democratico e progressista) non subalterno alla destra populista; ridare fiato a una partecipazione dal basso vera, spontanea, non burocratica e correntizia ma fondata sulla responsabilità delle persone; marcare l’esigenza di una pulizia morale e di un disinteresse privato per chi si candida a rappresentare i cittadini. Vedremo gli sviluppi, con una avvertenza già prima ricordata: il partito personale e populista imposto da Berlusconi, ha fatto breccia in modo trasversale e vaccinarsi rispetto a esso è obbligatorio anche a sinistra.
Ma, anche, con un malizioso auspicio: Berlusconi che ha voluto caparbiamente questa orrenda legge elettorale, come ha ricordato Ilvo Diamanti, rischia paradossalmente di esserne travolto, ridimensionato così drasticamente, almeno nei sondaggi dalla nascita di un terzo polo.

il riformista

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