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Berlusconi: i costi della lunga agonia

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Sul Corriere del 21 settembre avevamo suggerito una via d’uscita che sarebbe stata utile a Silvio Berlusconi, al governo e soprattutto al Paese. Il presidente avrebbe annunciato che non intendeva chiedere un rinnovo del suo mandato e avrebbe proposto di anticipare le elezioni alla primavera dell’anno prossimo.

L’opposizione avrebbe smesso di concentrare tutto il suo fuoco polemico contro la persona di Berlusconi e si sarebbe preparata al voto con un programma su cui vi sarebbero stati confronti e discussioni. L’aria del Paese si sarebbe svelenita, l’Europa e i mercati avrebbero assistito con maggiore pazienza a una fase naturale della politica italiana, destinata a concludersi entro tempi certi, e il Pdl avrebbe avuto il tempo per organizzare il passaggio dei poteri dal suo fondatore all’uomo che ne avrebbe preso la successione.

Più o meno è quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane. Ma in un quadro confuso e disordinato, dopo un lungo periodo durante il quale abbiamo trasmesso all’Europa l’immagine di un Paese allo sbando, privo di un progetto credibile, governato da un uomo che sembra ormai ossessionato dal dramma della sua fine e si accanisce al tavolo da gioco con la testardaggine di chi spera ancora di recuperare, con un’ultima carta, il capitale perduto. Se Berlusconi tiene all’immagine che lascerà di sé nella storia politica italiana di questi anni, temo che le sue scelte degli ultimi giorni siano state le peggiori possibili. Se crede che quest’ultima sfida possa giovare alla storia del suo governo, commette un imperdonabile errore. Non giova né al Paese, ingiustamente schernito dai partner europei e punito dai mercati, né a quel partito della destra moderata di cui ogni Paese democratico ha bisogno.

Tocca all’opposizione ora giocare le sue carte. Deve permettere l’approvazione del rendiconto (un atto dovuto che sarebbe assurdo e irresponsabile sabotare), ma può presentare una mozione di sfiducia e cercare di accorciare i tempi di questa lunga agonia. Attenzione, tuttavia. Nel chiedere la sfiducia l’opposizione deve anche dire con chiarezza con quale programma andrà al governo se riuscirà a vincere le prossime elezioni. Non può limitarsi a condannare Berlusconi. Deve anche indicare quale sarà la sua linea in materia di pensioni, mercato del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazione degli ordini professionali. Per conquistare il consenso dell’Europa non basta agitare i cartelli e gli slogan degli indignati o di una qualsiasi manifestazione sindacale. Occorre un programma che risponda alle preoccupazioni della Banca centrale europea, della Commissione, dell’Eurogruppo, del Fondo monetario internazionale. In altre parole occorre un programma che assomigli alla lettera indirizzata al governo, qualche settimana fa, dal presidente della Banca centrale europea e dal governatore della Banca d’Italia.

Se l’opposizione si nascondesse dietro programmi generici, scritti con vaghezza per compiacere i suoi potenziali alleati della sinistra populista, gli osservatori stranieri giungerebbero alla conclusione che la fine del governo Berlusconi non significa necessariamente l’avvento di un governo più credibile e affidabile. E gli elettori andranno alle urne, se ci andranno, con gli stessi sentimenti di rabbia e frustrazione con cui hanno giudicato la politica italiana in questi ultimi anni.

Di Sergio Romano editorilaista Corsera

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